Torino Film Festival: MADE IN ASH (Az do mesta as), triste storia di una ragazza slovacca – recensione

Az do mesta as (Made in Ash), regia di Iveta Grofova. Con Dorota Billa, Silvia Halusicova, Robin Schmidt, Jarka Bucincova. Nella sezione Concorso internazionale Torino 30. Il film rappresenta la Slovacchia all’Oscar per il migliore film in lingua straniera.Dalla Slovacchia l’ennesimo film alla Dardenne di povera gente, squallore, sconfitte esistenziali. Una ragazza lascia il villaggio per andare nella Repubblica Ceka a lavorare in fabbrica: gliene capiterano di ogni. Ma il film vale per l’occhio infallibile della regista nel cogliere la mestizia, il grigiore, la deprivazione di quella Europa Infelix.Commentava un ragazzo uscendo: dura un’ora e mezza, ma pesa come fossero tre. Parole sante. Di quei film di nobilissime intenzioni e anche di autoriale confezione e tutt’altro che disprezzabili, che però ti costringono a guardare l’orologio molto spesso. Troppo. Però, suvvia, ne abbiamo visti tanti di film noiosi, tristi e pesi eppure grandi, grandissimi, io non son di quelli che misurano la qualità di quel che vedono sulla base del divertimento procurato, resto anzi dell’idea che anche al cinema, come nella vita, signora mia un po’ di sacrificio e sofferenza ogni tanto ci vuole, fortifica e un suo perverso piacere lo provoca. Il guaio di questo film slovacco non è la sua pesantezza, è l’ovvietà, la prevedibilità. Stabilite le premesse della narrazione, introdotto il main character, si va fino alla conclusione senza uno scarto, un imprevisto purchessia. Un’opera dignitosa e molto, molto ben girata e messa in scena da una regista che sa il fatto suo e promette bene, ma con il vizio di essere un racconto esemplare, una parabola dimostrativa con tesi incorporata. E la tesi è: non c’è speranza per una ragazza nata povera in un povero posto di questo pur ricco continente. La storia è quella di Dorota, ragazza di un villaggio slovacco domenticato da Dio e dagli uomini, catapecchie di legno, fango, cani magri per strada, bambini cenciosi, cieli plumbei, odor di cipolle e minestre cattive. Da scappare via subito. Difatti Dorota se ne va, anche perché quella strega di sua madre ormai non la vuole più mantenere e in pratica la butta fuori di casa. Sicchè la ragazza, diciassette anni o giù di lì, lascia paesello, fidanzatino e casa e va a lavorare in una fabrica tessile nella vicina Repubblica Ceka, considerata parecchi gradini più su in fatto di ricchezza e opportunità rispetto alla Slovacchia. Scene di fabbrica che ricordano i nostri anni Cinquanta, quando l’industrializzazione rampante era qui, mentre adesso è tutta lì, nell’ex Europa sovietizzata o in Asia. Segue un calvario che rischia di fare della nostra Dorota una martire, una santa laica, da tante che ne deve provare. Si comincia con lo sfruttamento intensivo, si prosegue con il licenziamento e l’impossibilità di trovare un altro lavoro. Non bastasse, la megera affittaccamere la sbatte fuori insieme all’amica, la mamma le proibisce di tornare al paesello, chiaro che a questo punto la nostra si inoltra sulla strada della prostituzione, perché per una bella ragazza c’è sempre qualcuno disposto a tirare fuori soldi. L’amica a prostituirsi non si fa scrupoli, Dorota, che resta nel fondo una brava ragazza, sì. Finirà col conoscere un tedesco quasi-pensionato che potrebbe essere suo padre e le chiede di partire con lui. Dorota accetterà, non è la vita che sognava, ma lui non è un cattivo uomo, anzi, almeno un po’ di tranquillità gliela potrà dare. Una disgrazia via l’altra fino al finale aperto, che la regista ovviamente film con macchina a mano ballonzolante (un’altra discepola dei Dardenne), in uno stile para-documentario e neo-neorealista. Che Iveta Grofova però ci sappia fare lo si vede da come riprende lo squallore di certi interni, da come ci sa restituire l’eterna tristezza di quel mondo che un tempo era oltre la cortina di ferro, ma che resta tetro e duro anche dopo il ritorno in Europa. Certe case scrostate, certo cemento crepato e sgretolato, e le tappezzerie sempre sozze, e i club del sesso, poveri bordelli per povere donne che si vendono a uomini invariabilmente ubriachi. Un film che ti fa sentire il tanfo della miseria, e, in my opinion, questa è una qualità.

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