Torino Film Festival. NOI NON SIAMO COME JAMES BOND: storia di amicizia e altro, però Bond che c’entra? (recensione)

Noi non siamo come James Bond, di e con Mario Balsamo e Guido Gabrielli. Italia 2012. Presentato in Concorso (Torino 30).
I due autori mettono in scena se stessi raccontando la loro amicizia quasi trentennale e le malattie, gravissime, che li hanno colpiti e alle quali sono sopravvissuti. Una confessione fatta sobriamente, virilmente, a ciglio asciutto. Bello. A non funzionare è l’inutile parte dedicata a James Bond. Scusate, ma che c’azzecca?

Uno legge la sinossi e si immagina che il film parli di due amici che vogliono incontrare il loro mito dei loro anni giovani e belli, Sean Connery. Mica vero, o meglio: è una falsa pista, perché poi il film è tutt’altra cosa, ci porta da tutt’altra parte, su territori più intimi, personali, complicati, impervi. Ma andiamo per ordine, peché la faccenda è alquanto complicata a spiegarsi. Questo doc non so quanto documentario puro e quanto fictionalizzato (propendo per la prima) incomincia con due amici di Roma, a occhio tra i 40 e i 50, Mario (Balsamo) e Guido (Gabrielli), che rievocano il loro primo viaggio insieme: Islanda, anno 1985. E che adesso vorrebbero programmarne un alto, con l’obiettivo di incontrare il loro idolo, Sean Connery, l’uomo che quale agente 007 ha mostrato loro un mondo ideale di charme, eleganza, avventura, dandismo. Si mettono in smoking, incontrano l’attrice che fu l’eroina bionda dell’indimenticabile Dalla Russia con amore, Daniela Bianchi, bellissima ancora, la portano in trattoria, le fan rievocare quel set leggendario, e lei rivela che Connery era sì uomo bello, bellissimo, ma indossava il parrucchino e si truccava pesantemente prima delle riprese. Mario ogni tanto telefona alla residenza di Connery alle Bahamas, cerca di farselo passare, ma l’impresa si rivela ovviamente disperata.
Ecco, si pensa che Noi non siamo come James Bond prosegua su questa strada, invece no, di colpo svolta. Perché prima Guido e poi Mario parlano delle malattie gravi, gravissime, che li hanno colpiti. Guido, ora magrissimo, spettrale e ricurvo, ci racconta (e la prima rivelazione la fa a Daniela Bianchi a tavola) di aver avuto la leucemia e di esserne guarito attraverso un trapianto di midollo osseo, ma con pesanti strascichi dovuti a una sorta di rigetto (se ho capito bene) che gli ha fatto perdere dieci chili e lo ha irreversibilmente indebolito. Mario a sua volta racconta del tumore che l’ha colpito qualche anno prima, un liposarcoma alla coscia, da cui si è salvato, uscendone però con la muscolatura intaccata. Ora, il nucleo del film è questo, la malattia, la malattia tosta e dura: come la si vive, come la si attraversa, come le si sopravvive. Come possa cambiare e rifondare un’amicizia ventennale, come possa incidere sulla propria visione del mondo. Guido parla della musica che ha amato e continua ad amare, Mario della sua passione per il fare cinema, cose che forse li hanno aiutati a salvarsi. Ma tutto questo, che è assai bello, che è assai pudicamente e sobriamente raccontato, senza vittimismi, cosa c’entra con James Bond? Sì, capisco, la storia di Connery dovrebbe essere un espediente narrativo e retorico per introdurre con una certa levità i temi forti dell’amicizia e della duplice malattia, solo che non funziona. Appare inutile, artificioso, fuorviante, irrelato, esteriore, superfluo. Un dispositivo che depotenzia e divora come un parassita il nucleo forte e vero del film. Noi non siamo come James Bond finisce con l’essere un oggetto filmico inclassificabile, ondivago, che non trova mai il suo centro, in cui il non necessario oscura l’essenziale. Sia detto con il massimo rispetto per il coraggio dimostrato dai due autori-protagonisti nel raccontarsi. Ah sì, alla fine Mario Balsamo ce la fa a scambiare qualche parola con Sean Connery, il quale blocca sul nascere ogni ipotesi di incontro: ‘Non è il momento giusto’.

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