Torino Film Festival: PRESENT TENSE. La ragazza che legge i fondi di caffè a Istanbul (recensione)

Present Tense, regia di Belmin Söylemez. Con Sanem Öge, Şenay Aydın, Ozan Bilen.Una ragazza sola in una Istanbul comunque bella. Lavora in un bar come lettrice di fondi di caffè (e se la cava molto bene), ma il suo sogno è l’America, andare via lontano. Di quei ritratti di infelicità femminile troppo ovvii e prevedibili, con troppi tempi morti nella narrazione. Ma nei momenti migliori in questo film c’è qualcosa del primo Olmi, cantore rispettoso della piccola gente e di vite minime.Di quei film non cattivi, ma non così interessanti e di segno così prepotente da imporsi come oggetto del desiderio cinefilo. Quel che disturba è un certo compiacimento e pure piagnisteo veterofemminista, da film di regista donna su una protagonista donna cha ha problemi esistenzial-professionali in quanto donna. Fosse riuscita a liberarsi da certe convenzioni, Belmin Söylemez qualche bersaglio in più lo avrebbe centrato, e invece. Spira ovunque un’aria di sconfitta, di depressione, di alienazione antonioniana importata sul Bosforo via Nuri Bilge Ceylan. La protagonista Mina è eternamente immusonita, avrà anche le sue ragioni, i guai non le mancano, è che sembra anche rifiutare ogni chance, ogni occasione per uscire dai guai e da quell’intorcinamento su se stessa. Sappiamo poco o nulla di lei, Present Tense (Tempo presente) va abbastanza sul reticente e sull’ellittico che, si sa, fa sempre film d’autore di un certo livello (l’opposto, l’eccesso di spieghe, fa invece cheap). Vive sola a Istanbul, capiamo che ha alle spalle un matrimonio fallito per non si sa quali motivi, che ha pessimi rapporti con una sorella lontana e con la famiglia, che ha come idolo la zia la quale, per sottrarsi a un matrimonio combinato contro la sua volontà, a suo tempo se ne andò in America. E il sogno di Mina è proprio quello, il sogno americano, andarà là a vivere godardianamante la sua vita e ritrovare la zia. Avere il permesso non è mica facile, se poi sei turca è anche peggio, soldi, documenti, richieste di informazioni dettagliate. Naturalmente nessuno le dà una mano, oltre che sola è disoccupata, sennò che film engagé e da festival sarebbe? Non bastasse, vive in un appartamento sotto sfratto col rischio di essere buttata fuori a breve. Lunghe camminate per Beyoglu, la meravigliosa parte europea di Istanbul, e per Kadikoy, la parte asiatica dove abita, e anche stavolta Istanbul si conferma tra le città più cinegeniche al mondo, meravigliosa anche nei luridi vicoli che van giù verso il mare, nei muri scrostati, negli interni di decaduta grandeur. Finalmente Mina trova un lavoro come lettrice di fondi ci caffè in un bar, retto da un serio e un po’ misterioso ragazzo che le farà una corte molto educata. Sempre lì conosce quella che diventerà la sua migliore amica, lettrice di carte. Mina è brava, anche se con le clienti non è mai incoraggiante e parla solo di problemi e mai che dia un po’ di ottimismo e speranza (che volete, la ragazza è fatta così), e a poco a poco la sua fama cresce, arriva qualche soldo in più. Ma la morsa della solitudine e dell’insignificanza la intrappoleranno, e non le sarà facile spezzare il cerchio. Una vita soffocata in una città bella e soffocante. Soria minima raccontata con pudore che nei momenti migliori richiama certo Olmi anni Sessanta, e nei peggori scade in racconto inerte, in rappresentazione del vuoto e del nulla. Resta la buonissima idea della lettura dei fondi di caffè, che conferisce al film un’aria quietamente magica e visionaria, qualcosa cui la regista Belmin Söylemez guarda con rispetto e non come a un arcaismo, a una superstizione. Söylemez non ce la fa a riscattare con uno stile forte quella che resta una storia di piccolissime cose; non è, per restare in Turchia, il Nuri Bilge Ceylan di Uzak. Il suo film rischia di affondare pericolosamente nella noia, noi pure. Però certi momenti di disperazione di Mina sono resi mirabilmente: lo svenimento con la faccia affondata tra le tazzine di caffè delle clienti in attesa del responso, il vagare impersonale, quasi automatico, per la città. E son bellissime le riprese di quei fondi di caffè granulati che compongono astratte immagini e visioni. La protagonista Sanem Öge si candida al premio come miglior attrice, anche se questo blog preferirebbe la strepitosa Pernilla August maîtresse di Call Girl.

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