Torino Film Festival. THE FIRST AGGREGATE non è il solito film mongolo di yurte, steppe e Gengis Khan (recensione)

Tabun Mahabuda (The First Aggregate), di Emyr ap Richard e Darhad Erdenibulag. Con Huntun Batu, Hasjula, Altangerel, Sechenbilig. Presentato in Concorso (Torino 30).
Uno stuntman che vuole sfondare nel cinema. Una ragazza che se ne va in Giappone in una comune di artisti. Sceneggiatori che ci provano a scriver film strani e arrischiati. Signori, siamo a Ulan Bator, ma potremmo essere in una qualsiasi altra città del mondo. Finalmente dalla Mongolia un film non etnico, semplice e insieme ambizioso. Un piccolo film che si fa voler bene.
Ah signora mia, non son più i film mongoli di una volta. Quelli pieni di yurte, cavalli e cavalieri, steppe, orde d’oro, gengis khan grandi e piccoli, decori etnici, pentoloni fumiganti. Questo piccolissimo, tutt’altro che brutto The First Aggegate (Tabun Mahabuda) dei registi esordienti Emyr ap Richard e Darhad Erdenibulag, è una di quelle storie contemporaneee che potrebbero svolgersi ovunque, trattando di desiderio di celebrità, di personaggi che fanno i creativi e vogliono sfondare, di relazioni che si sfaldano, e potremmo essere a Stoccolma o Buenos Aires o Londra, invece siamo a Ulan Bator, qui ripresa e fotografata senza il minimo esotismo-etnicismo, tutta un grattacielo, strade trafficate, appartamenti nuovi. C’è, quello sì, un inconfondibile squallore asiatico-centrale da ex colonia sovietica, o da ex protettorato cino-sovietico se preferite, come una corrosione che perdura nonostante ogni (apparente) modernizzazione. Un attore-stuntman che ha girato qualche film si sta riprendendo da un incidente sul lavoro, cerca casa, si vede e fa l’amore – ed è l’incontro dell’addio – con la sua ragazza che sta per partire per il Giappone dove vivrà in una comune di artisti. Si incomincia con un casting per un film, si finisce con un altro casting. Uno sceneggiatore scrive la storia pazza di un pesce che non vuol più essere pesce e impara a respirare fuori dall’acqua, e su uno spirito che si fa umano e diventa attore, e da un film all’altro ci prende gusto. Vite che ruotano intorno al cinema e al suo richiamo ancora potente. Cinema nel cinema, metacinema. Chiacchiere e deambulazioni come in certi lontani Godard e Rohmer. Il protagonista prima ha la barba poi se la fa tagliare quando gli si presenta l’occasione di avere finalmente un ruolo di primo piano nel film sugli spiriti. L’attore Huntun Batu è simpatico, ha una faccia che arriva ed è uno che si fa voler bene, come questo film semplice e però non privo di ambizioni, a modo suo sofisticato e sottile. Se vogliamo, una piccola scoperta.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, festival, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.