Torino Film Festival. SUN DON’T SHINE, coppia in fuga con dark lady piagnona e isterica (recensione)

Sun Don’t Shine, di Amy Seimetz. Con Kate Lyn Sheil, Kentucker Audley, AJ Bowen, Kit Gwin. Presentato nel Concorso internazionale.
Incrocio di due generi, quello della coppia in fuga e quello della dark lady. Però in confezione da cinema americano molto, molto indipendente, con tutti i vezzi stilistici e i vizi del caso. A partire da un plot lacunoso e oscuro, per cui non si capisce niente all’inizio e si capisce poco anche alla fine.
Uno di quei film antipatici che ti prendon male, proprio non li reggi, non ce la fai. Odiosa la protagonista, odiosa la smania autoriale della regista Amy Seimetz, al suo esordio dopo essersi fatta conoscere come attrice nel giro indie, che siccome non fa fine e non sta bene spiegare troppo le cose ci lascia all’oscuro di quel che succede per parecchio tempo, e pure alla fine se è per questo. No signora mia, non si fa, ripassi le regole dello storytelling, please, concateni fatti e fattacci come Dio comanda e poi, soltanto poi, solo dopo aver costruito un plot degno di questo nome, semmai destrutturi e decostruisca. Non basta girare bene, in modo fighetto, secondo quel fighettismo del cinema giovane-internazionale di oggi, cioè inquadrature ballonzolanti e sfuocate, macchina che scivola su corpie e cose quasi omologandole, no, bisogna per l’appunto saper raccontare una storia. Che qui è scheggiata, ha vuoti mai colmati, incongrua, a momenti assurda, e non ci si venga a dire a mo’ di alibi che è la realtà a essere assurda e dunque il cinema non può far altro che mimarla. Vediamo una coppia in macchina percorrere le strade della Florida, umidità spessa in cielo e nell’aria, nuvolaglie e miasmi, un clima soffocato. Dentro la macchina un ragazzo e una ragazza, diciamo tra i venti e trenta. Litigano furiosamente, lui quasi la strangola dalla rabbia. Nulla ci viene detto di loro, solo man mano emerge qualcosa. C’è un cadavere di un uomo nel bagagliaio, il cadavere è del marito di lei, e lei l’ha ucciso. Il ragazzo con lei in macchina si suppone sia l’amante, la sta aiutando, scappano verso sud per (forse) sbarazzarsi di quel corpo ingombrante. Ma il piano, se di piano si può parlare, è confuso, lei è una cretina che non fa altro che piagnucolare, lamentarsi, rompere i coglioni, fa l’isterica e la gelosa, vuol fermarsi in un motel a scopare e scopare. Una cerebrolesa, che non si capisce perché il ragazzo si sia fatto irretire e incastrare da una così. Finirà in un modo che non si capisce troppo bene, dopo qualche casino di cui non abbiamo capito troppo bene. Film assai ambizioso e già presentato al SXSW Festival di Austin (ormai il più importante del cinema indie dopo il Sundance) che incrocia due generi illustri, quello della coppia in fuga (Badlands, I giorni del cielo, Natural Born Killers ecc.) e quello della dark lady che ipnotizza per loschi obiettivi il solito maschio ciula. Intendiamoci, mica un film da buttare, Amy Seimetz sa comunicarci assai bene il senso del corrotto e del malsano, solo che presuntuosamente se ne frega di ogni pur minima coerenza e decenza narrativa. Al prossimo film, e speriamo bene.

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