Recensione. E SE VIVESSIMO TUTTI INSIEME?: torna la comune, ma per over 70. E torna Jane Fonda

Questa recensione è stata scritta oltreun anno fa, dopo la proiezione del film al festival di Locarno 2011. Adesso che E se vivessimo tutti insieme? esce finalmente in Italia, la ripropongo.
Cinque amici over 70 decidono di vivere tutti insieme per darsi una mano, per aiutarsi quando ce n’è bisogno e rintuzzare gli attacchi della tarda età. Il tutto in chiave di commedia leggera e/o farsesca. Ci si diverte, e non solo. Ma il film vale soprattutto per il ritorno al cinema di Jane Fonda, attrice-feticcio di un’epoca e di una generazione. Sempre brava, sempre bellissima. Sempre al servizio di una buona causa: stavolta il diritto di invecchiare con dignità e in libertà. Voto 6 e mezzo
Et si on vivait tous ensemble?(E se vivessimo tutti insieme?)Regia di Stéphane Robelin. Interpreti: Jane Fonda, Geraldine Chaplin, Pierre Richard, Guy Bedos, Claude Rich, Daniel Brühl. Francia/Germania 2011. Proiettato in prima mondiale in Piazza Grande al Festival di Locarno 2011.L’indomabile Jane Fonda, l’Hanoi Jane di infinite battaglie, torna al cinema ad anni 73, portati alla grande. Torna, e non perde l’abitudine di impegnarsi in qualche lotta, di mettere la faccia al servizio di una qualche causa. Nel film francese Et si on vivait tous ensemble? (per Jane Fonda un ritorno cinematografico a Parigi decenni dopo la stagione con Roger Vadim e il godardiano Crepa padrone… tutto va bene) la questione affrontata è quella dell’invecchiamento nelle opulente (ma fino a quando?) società d’Occidente. Perché la generazione cui Fonda e gli altri interpreti appartengono, nata poco prima della guerra, e soprattutto la generazione che viene subito dopo la loro, quella dei baby boomers, mica hanno voglia a oltre 60 o 70 anni di mettersi da parte, vogliono ancora godersela, soprattutto non hanno nessuna intenzione di lasciare in mano ad altri la gestione dei propri ultimi anni di vita, e della fine vita.
Questo affronta di petto E se vivessimo tutti insieme?, e lo fa nei toni lievi della commedia e anche farseschi, ed è a mia memoria la prima volta che il cinema ci prova, o almeno ci prova in questa maniera. Non è poco. Non sarà un capolavoro, il film del francese Stéphane Robelin, nella seconda parte cede al bozzettismo e anche al patetismo, però nella prima parte ha il coraggio di trattare con lucidità una delle questioni oggi centrali in Europa, anche se ampiamente silenziata. Sì, si parla spesso e molto di invecchiamento della popolazione, si lanciano allarmi sui costi e la sostenibilità economica della faccenda, ma nessuno che entri dentro le esistenze e provi a mostrarcele. In Et si on vivait tous ensemble? ne vediamo cinque. Sono tutti amici da sempre, Claude, Annie e Jean, Jeanne e Albert. Due coppie e un singolo. Claude, fotografo, divorziato con un figlio quarantenne odioso, è ancora innamorato delle donne e del loro corpo, ed è sempre a caccia di ragazze (a pagamento), anche se il cuore rischia di tradirlo. Annie è psicologa, Jean ha speso una vita sul fronte dell’impegno umanitario. Albert adora il buon vino e la bella vita, Jeanne (che è poi Jane Fonda) ha insegnato a Nanterre, quella che fu il punto di partenza e di scoppio del Maggio francese. Quando Claude ha un secondo infarto, mentre è in un alberguccio con una prostituta, la decisione è presa: si vivrà tutti insieme nella magione di Annie e Jean, ci si assisterà l’un l’altro, si cercherà di evitare attraverso l’aiuto reciproco lo spettro del ricovero e di rintuzzare l’insidioso attacco dei figli che proprio a quello tendono (“Vedrete, sarete trattati benissimo, è per il vostro bene”).
Grazie ai cinque, assistiamo così a una tardiva rinascita, stavolta in versione terza e quarta età, di quelle che furono le comuni sessantottine, insieme di persone non legate da vincoli di sangue ma da affinità esistenziali e ideologiche. In fondo, si tratta proprio di quella stessa generazione che le inventò, le comuni, ora arrivata alla vecchiaia. Il film parte benissimo, pone la questione con garbo e insieme fermezza, e con una storia astutamente costruita in fase di sceneggiatura, poi prende la piega necessaria della commedia (bisognerà pur coinvolgere e divertire gli spettatori) e si scompone in fatti e fatterelli tra il brillante e il patetico: ci saranno rivelazioni sul passato amoroso delle due signore, Albert scivolerà dolcemente in un progressivo smarrimento della memoria, si costruirà non senza contrasti una piscina in giardino per i nipoti di Annie e Jean ecc.
Nella comune arriva un bravo ragazzo studente di antropologia, ci arriva come dog sitter, ma poi si installerà a casa dei cinque indomabili settantenni dopo che ha deciso di farne l’oggetto della propria tesi. Un po’ badante di tutti e un po’ studioso-voyeur, il ragazzo è il necessario contraltare narrativo e generazionale ai protagonisti, ed è anche un modo per accontentare gli spettatori under 30 e indurli a non disertare le sale. Perché anche questa è la scommessa: chi andrà a vedere Et si on vivait tous ensemble? Difficile che lo facciano i giovani, e i sessantenni e settantenni magari non avranno nessuna voglia di vedersi sbattere in faccia il proprio invecchiamento, anche se trattato con i guanti e con leggerezza. Però il film è furbo e funziona molto bene, il suo pubblico dovrebbe trovarlo (a Locarno la gente si è divertita parecchio).
Nel finale di Et si on vivait tous ensemble? ci saranno una bara rosa, un funerale allegro con champagne (di più meglio non dire), l’impressione è che il film eluda elegantemente e astutamente la parte meno gradevole della vecchiaia, il decadimento fisico, la sofferenza, e la fine. Meglio, non li rimuove, ma li depotenzia, questo sì.
Il film però va visto soprattutto per il ritorno di Jane Fonda, che lo fa suo, anche se Geraldine Chaplin offre una prestazione grintosa, e gli altri, tre attori che hanno fatto la storia dell’entertainment francese, non sgagliano un colpo, una battuta. Fisicamente Jane è in forma smagliante, magra e tonica, può permettersi jeans, cinture e abiti da ventenne-trentenne, il viso non è troppo botoxato, soprattutto non sconciato da quei lifting mostruosi che spesso vediamo in tante star. Le rughe ci sono, ma non la deturpano, anzi. Insomma, è sempre bellissima. Solo un po’ malferma, ma credo sia per esigenze di copione. Nel personaggio di Jeanne (e già il nome) porta parecchio di sè, qualche elemento autobiografico, le proprie idee. Jeanne è un’ex docente universitaria, ha insegnato e lottato all’università di Nanterre, rivela al giovane antropologo che alla sua età ha ancora una vita sessuale e sogni e fantasie (e sembra quasi che voglia sedurlo quel ragazzo dabbene, ma sembra soltanto), e lo stesso vale per il marito e gli amici che vivono con lei. Come quelli della sua generazione (e successiva), quelli che hanno fatto la rivoluzione sessuale, continua a credere nel potere vivificante e quasi taumaturgico del sesso ben praticato, incita il giovane antropologo a vivere una vita sessuale all’altezza dei suoi desideri, non rinunciataria. Soprattutto, Jeanne non abdica mai al principio dell’autodeterminazione, pilastro di tutta la sua vita. Quello che Jeanne/Jane e il film ci dicono in fondo è questo: essere vecchi non ci toglie il diritto di fare la vita che vogliamo, di decidere noi di noi stessi, sempre, fino all’ultimo. Di finire come merce avariata negli ospizi-discarica non abbiamo nessuna voglia, sappiate che per la nostra dignità lotteremo fino allo stremo delle forze. Sì, questo è il messaggio. E stavolta anche chi (come me) non ama il cinema pedagogico-didascalico-predicatorio che lancia messaggi al mondo, si ferma ad ascoltare.

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