Recensione. SHOPPING TOUR: consumi cannibali in un horror russo (visto al Torino Film Festival)

Shopping Tour, regia di Mikhail Brashinsky. Con Tatyana Kolganov, Timofey  Yeletsky. Presentato al Torino Film Festival nella sezione Rapporto confidenziale.Un tour di russi nella vicina Finlandia a caccia di beni di consumo svolta in orrore. Tra uno scaffale e l’altro i nostri turisti della merce troveranno i cannibali, e sarà massacro. Idea niente male, per un film anche più stratificato e meno ingenuo di quanto possa apparire.Si sono visti parecchi horror nella sezione Rapporto confidenziale del TFF, forse la vera sorpresa di questo festival, la sua parte meno paludata e autoriale e più aperta alle contaminazioni con il cinema di genere, alle scorrerie un po’ folli nel cinema-spettacolo, nel fantastico, nell’ossessivo e visionario, anche se la coerenza non è stata la sua massima virtù. Per dire: che c’entrava un film come l’assai gorey V/H/S con l’impegno anche classicamente politico di Compliance (recensione da Locarno)? Non sono mica riuscito a vedere tutti gli horror che avrei voluto, come si fa?, i festival son piatti sempre troppo ricchi e a qualcosa, a molto, sei costretto a rinunciare, e per uno cui piace il cinema è una tortura vera. Mi spiace d’aver perso ad esempio l’inglese Tower Block di cui mi hanno detto un gran bene, però questo Shopping Tour, film russo a dispetto del titolo, ce l’ho fatta a beccarlo, e non è stato una delusione, benché non sia il caso di gridare al miracolo. Ennesimo esempio di found footage, la tecnica pseudo-documentaria anche abbastanza inflazionata in cui si finge l’utilizzo di filmati o video girati dai protagonisti (vedi End of Watch adesso nei cinema, vedi il seminale The Blair Witch Project e Cloverfield), parte come resoconto ironico di un viaggio di russi oltre la frontiera con la Finlandia a caccia di beni di consumo, di tutto e di più. Al centro della narrazione ci sono una madre e un figlio adolescente con la camera digitale sempre in mano a riprendere i compagni di viaggio, i controlli alla frontiera, il primo selvaggio assalto al duty free, gli ordini impartiti dalla guida-kapò che tratta e maltratta gli escursionisti quali incontinenti incapaci di controllare la propria compulsione all’acquisto. Finlandia vista come il paradiso non solo del consumo ma pure della civiltà, e autoflagellazioni sul proprio essere russi arretrati, periferici, ‘lontani dall’Europa’ (ma poi ci sarà un clamoroso ribaltamento di prospettiva e di valori, e sarà la Finlandia a diventare terra selvaggia). Qualche sospetto i turisti della merce dovrebbero avercelo quando si sentono dire che potranno visitare uno shopping center rimasto aperto la notte solo per loro, invece niente, se ne vanno garruli verso il massacro. Fugriamoci, quel mall è un trappolone dove tra uno scaffale e l’altro ricolmi di roba e robaccia si scatena la caccia ai poveri russi, letteralmente azzannati, divorati e spolpati da qualche misterioso mostro. Mamma e figliolo riescono a nascondersi e scampare, mentre il resto del gruppo viene fatto a pezzi da quelli che si scopriranno essere finlandesi cannibali.
Ma lo scempio non si ferma allo sciagurato mall, tutta l’area è percorsa da finlandesi biondi e apparentemente perbene a caccia di succulenta carne umana, in particolare russa ritenuta particolarmente saporosa, sicchè la nostra coppia mamma-figlio dovrà darsi parecchio da fare per sopravvivere. Avventure e disavventure assai sanguinolente, mentre ovviamente la camera digitale brandita dal ragazzino impazzisce e trema e barcolla e ballonzola e si rovescia procurando, come ogni found footage che si rispetti specie se horror, nausee senza fine a noi spettatori. Il gioco, se così possiamo chiamarlo, funziona, anche se oltre alla trovata non c’è poi narrativamente moltissimo, e le sorprese latitano abbastanza e tutto scorre prevedibilmente fino all’epilogo. L’ironia è piuttosto evidente, nei confronti della propria russità (si potrà dire?), e soprattutto verso la vicina ed evolutissima Finlandia, degradata e sbeffeggiata qui a girone infernale di perversi riti pagani. L’associazione tra shopping, consumo e cannibalismo-zombismo non è poi così nuova, si pensi solo a Zombi di George A. Romero con il suo centro commerciale infestato da morti viventi e perfino al recente Vicini del terzo tipo. Il cannibalismo fu anche usato quale metafora del potere, dei rapporti di classe e dello stesso consumismo in certo cinema del Sessantotto e dintorni, penso Porcile di Pasolini e Week-end di Godard, e qualche eco (chissà quanto consapevole) la si ritrova anche in questo Shopping Tour che si rivela essere testo alquanto più stratificato e meno ingenuo di come astutamente si presenta.

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