Recensione: ITAKER – VIETATO AGLI ITALIANI, un cinema di ieri come non si usa più (e che, temo, non ha più un pubblico)

 

Francesco Scianna è il magliaro Benito

Itaker – Vietato agli italiani, regia di Toni Trupia. Con Francesco Scianna, Monica Birladeanu, Michele Placido, Tiziano Talarico, Vincenzo Peluso.

L’esordiente Tiziano Talarico è Pietro

Itaker: termine dispregiativo con cui i tedeschi chiamavano negli anni Cinquanta-Sessanta gli italiani emigrati dalle loro parti. Un film che ricostruisce quel tempo e quell’esodo, con un napoletano magliaro e un bambino in cerca del padre eclissatosi chissà dove. Qualcosa di De Amicis per un cinema di buoni sentimenti assolutamente inattuale, che non usa più, che nessuno va a vedere. Difatti, Itaker è apparso qualche giorno in sala ed è subito sparito. Eppure, nonostante la confezione e la piattezza inesorabilmente televisive, un film da non buttare, con un profumo di certo nostro grande cinema di una volta (Rosi, Brusati, Germi). E Francesco Scianna è bravo. Voto 6+

Michele Placido è il boss Pantanò

È apparso nei cinema, almeno qui a Milano, qualche giorno e subito è scomparso dai radar. Chi l’ha visto? In effetti, cinema così retrodatato e vetusto nei suoi buoni sentimenti da essere oggi pressochè infrequentabile e impraticabile: oggi, intendo, all’era dei multiplex, delle cofane di popcorn puzzolente, delle orde ammassate per l’ultimo supereroistico offerto in tante, troppe dimensioni. Un film che, lo si vede subito dal tono iper buonistico e dalla confezione senza scosse, è nato per la televisione e lì inevitabilmente destinato ad approdare, ma non così inutile, non così brutto, o meglio, nella sua ostentata riproposizione di un cinema italiano che fu e che non è più, con un che di commovente. Come guardarsi in uno specchio che ci rimanda e riporta alla nostra immagine remota, di un altroieri che abbiamo dimenticato e che invece perdura e resiste e persiste nonostante tutto. Figuriamoci, un film che parte come la più insopportabile delle fiction di Rai Uno, caratteri convenzionali, drammaturgia piatta, con la riproposizione di un’Italia semplice, onesta, povera, rurale, pre-industriale, ovviamente di qualche decennio fa mica di oggi, che forse non è mai esistita davvero e che tale è solo nei sogni nostalgici di un tradizionalismo chiuso su se stesso. Dunque, un film inesorabilmente destinato al fallimento commerciale, e difatti. Ma siccome a noi piacciono più i vinti che gli arroganti  vincitori, cerchiamo di non maltrattarlo oltre il dovuto.
La storia: Trentino, primi anni Sessanta. In un freddo villaggio montano il parroco affida Pietro, orfano di madre di una decina d’anni o giù di lì, al meridionale Benito (ecco, l’Italia dove c’erano ancora i Benito). Il quale è appena uscito di galera, ma con proclamate intenzioni di redimersi e riscattarsi, sicchè il buon prete gli crede e, visto che parte per la Germania a cercar lavoro in fabbrica, gli rifila quel bambino che proprio in Germania ha il padre eclissatosi però chissà dove. Che lo cerchi, Benito, e gli consegni il figlioletto rimasto solo dopo la morte di mamma. Scopriremo subito che Benito è, è stato, ed è per quel motivo che è finito in gattabuia, un magliaro truffatore e che si è preso a carico Pietro probabilmente per qualche denaro, ma siccome è nel fondo un brav’uomo a quel ragazzino man mano si affezionerà, e non lo abbandonerà fino al compimento della missione. Il resto si svolge tutto in Germania, tra Itaker (così spregiativamente venivano chiamati gli italiani) a lavorare in massa insieme ai turchi alle catene di montaggio, a dormire in camerate comuni all’ombra delle ciminiere quando andava bene o in sordide topaie quando andava peggio, a fronteggiare ogni giorno i pregiudizi e il razzismo nenche tanto velato dei locali. E qui non dico che il film decolli, non dico che ci appassioni, ma insomma acquista una sua dignità e perfino nobiltà, ricordandoci un pezzo della nostra storia che di questi tempi si usa dimenticare con disinvoltura, e di cui certo le ultime generazioni manco sospettano l’esistenza. La vicenda del bimbo semi-orfano in cerca del padre ha il sapore deamicisiano di Dagli Appennini alle Ande, la figura del furfante Benito in realtà buono come il pane e a modo suo onesto sono di assoluta convenzionalità, e però perché non abbandonarsi – dopo tante sofisticherie – ogni tanto a un cinema semplice semplice e rétro come questo? Le citazioni del buon cinema italiano d’impegno di una volta, in particolare del filone emigrazione, sono tante: da, ovviamente, I magliari di Francesco Rosi (con un immenso Alberto Sordi) a Il cammino della speranza di Piero Germi fino a Pane e cioccolata di Franco Brusati. Volendo, si può vedere in Itaker – nella sua Germania che guarda con repulsione e insieme attrazione all’immigrato moro e sensuale venuto dal sud dell’Europa e del mondo – perfino una qualche eco di quel capolavoro anni Settanta che è La paura mangia l’anima di Fassbinder (anche se non credo fosse nelle intenzione del regista Toni Trupia). Il protagonista Benito, campano sveglio e astuto, ripropone l’improponibile cliché dell’italiano aduso a ogni arte di arrangiarsi e però di buon cuore e pronto a togliersi il pane di bocca quando si tratta di aiutare un infante abbandonato, e verrebbe voglia di tirar giù subito la saracinesca di fronte a questo film. Ma se si resiste qualcosa resta e ci portiamo a casa. Il rapporto tra Benito e il ragazzino Pietro finisce col coinvolgere e trova un qualche accento di verità al di là della maniera. Il quadro degli italiani in Germania e della piccola cosca di magliari capitanata dal boss Pantanò è preciso e attendibile. Quella che non c’entra è la figura della romena Doina (ma quando mai negli anni Sessanta c’erano romeni emigranti in Germania?), messa lì solo perché questo Itaker è una coproduzione tra Italia e Romania e qualche concessione andava pur fatta. Francesco Scianna è bravo davvero come Benito, con una fisicità che rimanda quasi filologicamente a quella degli emigrati di allora, e sta diventando uno dei nostri attori su cui puntare, come peraltro già aveva lasciato intendere con il suo eccellente Francis Turatello in Vallanzasca di Michele Placido. Il quale Placido qui non solo è il boss Pantanò, ma co-firma anche soggetto e sceneggiatura e dunque è da considerarsi a pieno titolo tra gli autori del film.

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