Recensione. RUBY SPARKS delude abbastanza, nonostante le sue pretese intellettual-alleniane

Ruby Sparks è nei cinema da giovedì 6 dicembre. Ripubblico la recensione scritta dopo la proiezione del film l’agosto scorso al Festival di Locarno.
Ruby Sparks
, regia di Valerie Faris e Jonathan Dayton. Con Zoe Kazan, Paul Dano, Annette Bening, Antonio Banderas, Elliott Gould. Torna il duo registico di Little Miss Sunshine con questa romantic comedy un po’ alla Woody Allen prima maniera (protagonista imbranato con le donne, ambiente intellettuale, psicanalista ecc.). Uno scrittore vede incarnarsi e entrare nella sua vita la ragazza protagonista del suo nuovo romanzo. Idea non nuova, trattata comunque con gran mestiere e garbo. Si ride e sorride, i due attori Paul Dano e Zoe Kazan si candidano a nuova coppia cool del cinema intelligente. Però il film, uno dei più attesi del festival, finisce col deludere abbastanza. Voto 5 e mezzo
Era uno dei titoli più attesi di questo Locarno, invece, diciamolo subito, è sì assai caruccio ma a conti fatti abbastanza deludente. Uscito negli Stati Uniti un paio di settimane fa incamerando buone (ma non osannanti) critiche e buoni incassi nel circuito arthouse, segna il ritorno del duo registico Valerie Faris-Jonathan Dayton dopo il trionfale Little Miss Sunshine. Difficile che questo pur godibile Ruby Sparks rifaccia bingo. I segni visibili sono quelli della romantic comedy però assai intelligente e intellettuale, figlia non degenere del primo e migliore Woody Allen. Scrittura acuminata, dialoghi brillanti in un efficace e riuscito ping-pong, ambienti borghesi-chic con case di gran gusto, personaggi dai mestieri fighi, interpreti che magari non sono bellezze però hanno quell’allure inconfondibilmente high-class e aristo-Hollywood. I due attori protagonisti, ecco. Lui è Paul Dano, lanciato proprio da Little Miss Sunshine, sul bruttino con cervello simil Woody Allen appunto, lei è Zoe Kazan, nipote del grande Elia, ragazza graziosa ma non proprio di irresistibile sex appeal, di quelle non-belle però capaci di trasformarsi in icone, mi viene in mente ad esempio la Sofia Coppola col nasone degli esordi che però veniva fotografata da Steven Meisel ed era su tutti i Vogue del mondo. Ecco, il genere di riferimento è quello. Zoe Kazan è anche l’autrice del soggetto, e dunque si capisce che la ragazza mica si limiterà a fare l’attrice, anzi. Avvertenza, Paul Dano e Zo Kazan fan coppia anche nella vita.
Qui in Ruby Sparks lui è Calvin, uno scrittore che a 19 anni ha realizzato un bestseller assoluto e adesso, dieci anni dopo, ha il blocco dell’opera seconda, e proprio non ce la fa. Si mette alla macchina da scrivere (come Vittorio Feltri, lui non usa il computer) e non ce n’è. Porta in giro il cane Scotty, va dall’analista (un ritrovato Elliott Gould), va su e giù per la sua bella casa californiana tutta bianca e luminosa con piscina, e intanto la depressione cresce. Un po’ di fogli finalmente riesce a scriverli quando si inventa il personaggi di Ruby, ragazza un po’ pazzerella sprofondata nella provincia ma con ambizioni di sfondare come pittrice. Cominciano a succedere cose strane, nei cassetti di Calvin spuntano reggiseni, altri oggetti femminili compaiono per la casa. Tanto che il fratello si fa dei cattivi pensieri su di lui e le sue inclinazioni sessuali. Invece, oplà!, ecco che in casa compare lei, Ruby Sparks, la creatura letteraria uscita dalla pagina e dalla mente di Calvin e adesso in carne e ossa, catapultata nella realtà. Idea non proprio nuova, di questi pirandellismi è piena la letteratura e il cinema, quella del personaggio che entra nel mondo reale e interagisce col suo autore l’abbiamo visto non molto tempo fa pure in Happy Family di Salvatores. Insomma, niente di che. Però il duo registico e la sceneggiatrice Kazan sono così abili da dare un timbro neosofisticato e assai cool alla cosa, sicchè il film scorre via brillante e con un’aria terribilmente giusta e indie-chic. A un certo punto la storia si ingarbuglia, Ruby trova la sua autonomia, perfino si ribella, vuole andarsene, per ricondurla a sè Calvin è costretto a rimettersi alla macchina da scrivere, perché ogni riga buttata giù su di lei puntualmente si avvera (e il momento in cui Calvins batte sui tasti “Ruby si mette a parlare francese”, e così succede, è tra i più esilaranti). Però, nonostante la confezione impeccabile, siamo lontanissimi dalle altezze e dalle asprezze di una rom-com come (500) giorni insieme, anche se Zoe Kazan cerca somaticamente di replicare la Zoey Deschanel di quel film meraviglioso. In fondo, la parte migliore è quella con la madre Annette Bening, tardo-frikketona, con i suoi miti della controcultura anni Sessanta ancora freschi, l’armonia cosmica, le dottrine orientali, con un compagno (Antonio Banderas) che costruisce mobili in tronchi grezzi. Il resto è un film che si lascia guardare, che fa ridere e sorridere molte volte, garbato e anche acuto, ma alquanto sovrastimato. Che poi non manca un sottotesto inquietante, perfino dark e assai misogino. L’idea della ragazza partorita dalla mente di un uomo e che come un automa risponde ai suoi ordini e ai suoi voleri non è propriamente qualcosa che sta dalla parte delle donne. Pensare che questa riproposta del mito di Pigmalione è opera non di un nostalgico del maschilismo, ma di Zoe Kazan.

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