PRIMA DELLA SCALA: la regia del LOHENGRIN è discutibile, ma non così male. E non è certo il caso di scandalizzarsi ancora

Premetto, sono un ascoltatore e spettatore casuale e non costante (però non così distratto) di opera e di Scala, ogni tanto ci vado, alla Scala, ma senza un disegno preciso. Non sono un melomane, nemmeno un intenditore di classica e melodramma, anche se non ne sono del tutto digiuno. Non sono cresciuto con Wagner (ah, come mi sarebbe piaciuto), semmai un po’, ma solo un po’, con Verdi, il Verdi più facile e bandistico e popolare. Ecco, potrò dire la mia sul Lohengrin che ha aperto ieri sera la stagione della Scala? Anche perché sul lato musicale non intendo pronunciarmi. Tutt’al più posso dire (dopo averla vista in tv su Rai HD) che mi sono piaciuti parecchio Jonas Kaufmann/Lohengrin e Evelyn Herlitzius/Ortrud, e anche la eroica (nel senso che all’ultimo minuto ha dovuto sostituire sia il soprano titolare che quello di rincalzo, entrambe influenzate) Annett Dasch/Elsa. Della direzione di Daniel Barenboim non saprei dare una valutazione, della musica dico solo che mi è sembrato il Wagner più accessibile. C’est tout. Qualche parola in più la vorrei spendere sull’allestimento, sulla discussa regia del tedesco Claus Guth, fischiato – ma poi non così tanto – da qualche loggionista e oggi stroncato su carta stampata e web da qualche critico. Ora, di cosa si accusa il regista? Di infedeltà alla lettera wagneriana del libretto, di aver osato la solita operazione modernizzante tanto per épater les bourgeois (i quali peraltro si fanno puntualmente épater e ci cascano), di aver trasposto la vicenda dall’originario Brabante del decimo secolo a una Germania-Prussia di metà Ottocento, di aver eliminato il famoso cigno riassumendolo e minimizzandolo e simbolizzandolo in un ragazzo alato (con una sola ala, micragnosamente semiaperta di tanto in tanto, manco due ali aperte a ruota che avrebbero avuto il loro bell’impatto).
Ancora: a Guth si imputa di aver riletto la vicenda e soprattuto la tormentosa relazione tra Lohengrin e Elsa alla luce della psicoanalisi più facilona e volgare, con un po’ di freudismo e un po’ di junghismo applicati abbastanza selvaggiamente trasformando l’eroico protagonista in un essere infragilito e insicuro, scalzo e tremante, spesso a terra in posizione fetale, e lei, Elsa, in una fanciulla in preda a tic più psicotici che nevrotici da alienata di un qualche manicomio alla Marat-Sade. Ma scusate, ha ancora senso, oggi, accusare un regista di infedeltà al libretto? Signori, è mezzo secolo almeno che ne vediamo di ogni sui palcoscenici d’opera, ancora siam qui a fare i provinciali e a indignarci? Suvvia, cerchiamo di essere gente di mondo che non cade nelle provocazioni e resta dandisticamente imperturbabile. Se questa regia è da discutere, lo è, semmai, per il motivo opposto, per il suo essere vecchiotta, altro che rivoluzionaria, per il suo ostinarsi a riproporre un paradigma di rilettura del melodramma risalente ormai agli anni Settanta del secolo scorso. Scandalizzarsi per l’ambientazione Ottocento? Ma se Chéreau l’aveva già fatto a Bayreuth nel suo celeberrimo Ring del 1976 (1976!). Quanto alla psicanalisi, è da tempo immemorabile che il povero Freud viene mal usato quale grimaldello interpretativo dei più diversi testi (letterari, teatrali, operistici ecc.) onde portare a galla e rendere manifesti presunti sottotesti celati e rimossi. Nulla ci scandalizza più, nulla ci può e ci deve scandalizzare ormai, tantomeno l’operazione, mai sguaiata peraltro, di Claus Guth nel Lohengrin made in Scala. La reazione dovrebbe magari essere un uffa di noia, un basta con questi déjà-vu, e oggi come oggi ad apparire rivoluzionario sarebbe un bel ritorno fedele al testo, però senza musonerie e accademismi né paludamenti. Dico solo che di fronte all’allestimento scaligero ci si dovrebbe porre laicamente e senza pregiudizi, evitando la guerra ideologica, e chiedendosi solo: ma funziona? quando e dove? e come? In my humble opinion, la regia di Guth (e la scenografia) non sono mai distruttive nei confronti di Wagner e la sua musica, qua e là riescono perfino a illuminarne le pieghe e i non-detti (o i non-cantati), non prevaricano pesantemente. Il duetto d’amore di Lohengrin e Elsa con i piedi nell’acqua potrà sembrare una forzatura, ma ci restituisce anche la pesantezza, l’arrancare, il dubitare di quell’amore che già si annuncia impossibile. La scenografia, con quelle ringhiere su più livelli, chiude l’azione, conferisce un che di claustrofobico che accentua il senso di tragedia e di incatenamento dei protagonisti al loro destino. Tutto è scuro, implacabilmente senza luce né speranze. Il coro che percorre le ringhiere in processione o vi si affaccia, è una gran soluzione di regia, di immensa suggestione. L’ambientazione ottocentesca funziona egregiamente, i simboli del potere, della lotta e del sangue (le divise, le sciabole, l’imponenza degli arredi) pure. Sì, la trovata del pianoforte chissà perché sempre presente è gratuita, ma fa molto collegio delle fanciulle, dunque adatta al carattere della virginale Elsa. Guth ha avuto la mano pesantuccia con Lohengrin, destrutturando la sua eroicità e riducendolo a povero essere indebolito. Qui entra in causa, secondo me, la paura molto, troppo politically correct nei confronti di tutto quanto è e sa di eroico. Semplicemente, nell’inconscio di tanta intellettualità d’Occidente, l’eroismo viene percepito quale fascionazista, machista, dunque pericoloso e impresentabile. L’eroe oggi è tabù, questa è la banale verità. Tant’è che perfino gli eroi del cinema sono ormai deboli, infragiliti, fallati, interrotti, si pensi al Batman di Christopher Nolan o all’ultimo James Bond di Skyfall. Guth non fa che intercettare questa sensibilità e riproporla in Wagner. E però, quanto Luchino Visconti c’è in questo Lohengrin. Non solo nei costumi (l’abito da sposa di Elsa è dichiaratamente ispirato a quello di Claudia Cardinale nel Gattopardo), ma nelle atmosfere Ottocento che rimandano a Senso. E le scene finali intorno allo stagno, con quegli uomini in divisa che si accalcano, non possono non ricordarci quelle della morte in acqua di Ludwig nel film viscontiano. Ludwig di Baviera che, sappiamo, amava follemente Wagner (e nel film i cigni c’erano, eccome).

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