Recensione. GRANDI SPERANZE: Dickens è sempre Dickens, da (ri)vedere a prescindere

Grandi speranze (Great Expectations), regia di Mike Newell, tratto da Charles Dickens. Con Helena Bonham Carter, Ralph Fiennes, Jason Flemyng, Holliday Grainger, Robbie Coltrane, Jeremy Irvine, Ewen Bremner, Sally Hawkins.
Ma sì, il film è una illustrazione senza troppe invenzioni del gran romanzo di Dickens. Che è, al solito, così travolgente da non aver bisogno di particolari messinscene. Il regista Mike Newell rispetta il romanzo e non fa danni, accentuando appena certi aspetti dark-gothic e certo luridume della Londra vittoriana. Certo, qualcosa di più si poteva osare. Fastidiosa abbastanza Helena Bonham Carter, che timburtoneggia oltre il necessario. Voto 5 e mezzo
Che dire di questa nuova cineversione di Grandi speranze dopo quella, storica, di David Lean degli anni Quaranta? Ce ne fu anche una, se ricordo bene, con Gwyneth Paltrow, Ethan Hawke e Robert De Niro – director Alfonso Cuaron – non proprio una vita fa, che contemporaneizzava e trasponeva l’azione in Florida. Stavolta invece si resta sul classico-classico senza ubbie modernizzatrici e in fondo è meglio così. Dickens è narratore tale da bastare e avanzare, senza bisogno di aggiunte e sovrappiù, e da intrigare ancora oggi con i suoi viluppi romanzeschi e le sue trame. Come Verdi, come Shakespeare, serve solo metterlo in scena per quel che è, e la macchina incantatrice funzionerà da sola. Mike Newell, regista assai britannico e assai astutamente medio, lo sa molto bene e non cade nelle trappole di riletture e revisioni sfornandoci Grandi speranze per quello che è. Solo, accentua appena appena qua e là le atmosfere cupe e dark e il luridume di certa Londra da bassifondi, la butta sul gothic soprattutto nella parti con la pazza Lady-zia, nevrotizza ulteriormente le crudeltà e i cinismi da mangiauomini di Estrella trasformandolo in una creatura quasi novecentesca e abbastanza freudiana.
Niente di troppo spinto comunque, Newell resta tranquillo nei recinti e lascia che sia Dickens a sfangarsela. Storia irresistibile, sempre meravigliosa da vedere (e leggere), di quel romanzesco ottocentesco che oggi purtroppo non è più possibile Il ragazzino Pip, orfano e sofferente in una fattoria dell’Inghilterra rurale dalla vita stentata, si ritrova a soccorrere un gaglioffo evaso. Non lo sa ancora, ma quel gesto gli cambierà la vita. Da adolescente, dopo aver conosciuto l’ecentrica Miss Havisham, il suo castello ed essersi subitaneamente innamorato della sua nipote Estrella, si ritroverà catapultato a Londra, nella Londra vitroriana e ricca, grazie a un benefattore che mantiene però celata la propria identità. Seguiranno disvelamenti, agnizioni, torsioni esistenziali, colpi di scena, brusche cadute dalla ricchezza alla povertà, e poi la risalita, un intreccio da lasciare ancora oggi storditi e appagati. Una commedia umana, e un dramma, che nell’abile sceneggiatura di David Nichols (mica è così facile ridurre un fluviale Dickens a meno di due ore di cinema) ti uncina e non ti molla. Niente di che, intendiamoci, ma un film di mestiere ineccepibile. Ralph Finnies nella parte del benefattore fa il suo mestiere, Helena Bonham Carter come Miss Havisham-zia pazzoide timburtoneggia fino all’insopportabilità e, vestita com’è, sembra a tratti la sposa-cadavere, e certo overacting se lo sarebbe potuto risparmiare. Qualcosa si più comunque si poteva fare, pur senza revisionismi e modernismi fuori luogo. Non dico un’operazione radicale come quella tentata da Jack Wright su e con Anna Karenina, ma una spolverata più decisa sì, la si poteva dare. Jimmy Irvine come Pip è di quelli belli e basta, Holliday Grainger è un’odiosa Estrella, anche più del dovuto. Chissà come il pubbico prenatalizio lo accoglierà, ho la sensazione che oggi, alle platee-popcorn drogate dagli effetti speciali, questo Grandi speranze non offra abbastanza.

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