Recensione: ‘DIANA VREELAND – L’imperatrice della moda’: la donna che visse tre volte

Diana Vreeland ai tempi di Vogue America con Marisa Berenson

Diana Vreeland – L’imperatrice della moda. Documentario. Regia di Lisa Immordino Vreeland. Co-regia e montaggio di Frédéric Tcheng e Bent Jorgen Perlmutt. Uscito in qualche cinema italiano, in dvd nella primavera 2013 (Feltrinelli Real Cinema).

Nella sua casa. Adorava il rosso.

Nessuna come lei. Diana Vreeland: la donna che reinventò la moda dirigendo Harper’s Bazaar e Vogue America, diventando poi la leggendaria responsabile del Fashion Institute del Metropolitan Museum. La sua forza era la non convenzionalità, la diversa idea della bellezza. Un documentario ricostruisce vita e opere di DV e, nonostante i toni qua e là encomiastici, è uno spettacolo. Voto 7

Il film non demitizza, al contrario rinfocola, restaura e rilancia impetuosamente il mito di Diana Vreeland quale ineguagliato direttore di giornali di moda, anzi paradigma stesso di quel mestiere, il nome con cui inesorabilmente continuano a essere confrontate tutte le signore che ci provano a praticare la stessa professione. Come lei nessuna mai, ci ripete abbastanza ossessivamente questo buono ma anche celebrativo ed encomiastico doc voluto e diretto da Lisa Immordino, italiana andata sposa ad Alexander Vreeland, figlio di uno dei due figli di Diana. Però si resta soggiogati da DV ancora una volta, non ce n’è. Irresistibile  e spudorata quando racconta se stessa negli spezzoni di interviste riproposti dal film: la sua infanzia nella Parigi Belle Epoque (“adoraaavo i Ballets Russes! adoraaavo Diaghilev e Nijinski: erano sempre a casa nostra”), l’escursione a Londra per l’incoronazione di Giorgio V (“ah, che spettacolo, c’erano anche gli elefanti!”), l’approdo ragazzina in una New York che dopo gli Champs Elysées le sembrò banale e carceraria (“non sapevo una parola di inglese. Mi mandarono a scuola, ma io le odiavo tutte, finchè mi iscrissero alla scuola russa: lì mi piaceva, perché mi facevano ballare, io adoooro ballare!”). Tutto è rutilante, bellissimo, splendido, tutto è maiuscolo nel suo racconto, tant’è che vien da chiedersi quanto ci sia di vero e quanto di proiezione della sua immaginazione, e difatti è provato che l’episodio – da lei innumerevoli volte rievocato – di Charles Lindbergh che sorvola la sua casa è assolutamente falso, non risultando il luogo sulla rotta dello Spirit of St. Louis. Ma il bello di Vreeland era anche questo, il piegare la grigia realtà alle sue visioni e alla sua volontà di rappresentazione. Non accettò mai le cose per quelle che erano, sempre le adattò al suo supremo desiderio di bello, anzi al suo desiderio tout-court. Detestata dalla madre per la bruttezza (“Mi chiamava il suo brutto anatroccolo”), riuscì a diventare fisicamente indimenticabile e assoluta, facendo del suo viso e del suo corpo un esempio clamoroso di come si possa essere diversamente belle. Una strategia di riscatto, che è anche una strategia dello sguardo e di come posarlo su cose e persone, che applicò sempre nel suo lavoro di gran direttore di giornali di moda, di signora che stabiliva come si dovessero impostare i servizi fotografici, quei servizi che avrebbero influenzato il gusto collettivo e fissato lo standard di eleganza del tempo. Una donna che visse (almeno) tre volte. La prima come collaboratrice e poi direttore assoluto di Harper’s Bazaar (1937-1962), la seconda come direttore di Vogue America, trono che le spettava di diritto e che le fu offerto anche troppo tardivamente  (1963-1971), poi, già settantenne, quale responsabile del Fashion and Costume Institute del Metropolitan Museum di New York.
In questo doc parla lei attraverso le interviste che rilasciò negli anni Settanta, gli scritti, i diktat che dava ai fotografi, alle segretarie, alle assistenti, alle modelle, soprattutto attraverso il suo lavoro, le pagine dei suoi Bazaar e Vogue. Parlano di lei i molti che la incrociarono professionalmente e privatamente, una folla di personaggi di cui purtroppo – ed è una stupida snobberia – il film non ci dice i nomi. Belli, e sono tra le cose più interessanti dell’operazione, i frammenti di film di finzione, almeno un paio, inseriti qua e là nel flusso dei materiali documentari, e uno particolarment godibile, con una eccentrica direttora di moda che le fa il verso con tanto di nasone, eccesso di collane e altri accessori addosso, la sigaretta prennemente tra le labbra e tra le dita. Peccato non ci sia mai una didascali a spiegarci di quale film si tratti, e quando alla fine di Diana Vreeland arrivano i crediti sono così minuscoli da risultare illeggibili, e dunque non resta che aspettare il dvd: si può? La leggenda Vreeland ne esce rinforzata più che mai, e si segue senza un filo di noia la rievocazione di quella che fu, comunque la si guardi, una vita straordinaria. Gi aneddoti sono infiniti, del resto il personaggio si prestava con le sue stravaganze, gli eccessi, le massime lapidarie che ponunciava o dettava ai collaboratori attraverso i famosi, brevissimi, fulminanti memo che inviava. Un talento naturale per il bello, per i dettagli, per quella cosa complicata da definire che vien detta stile. Una visione estetica dell’esistenza, vista e vissuta come opera d’arte da costruire e levigare man mano con passione e dedizione e anche sacrificio. La bellezza è un duro lavoro, Vreeland docet, e nulla vi è di più serio del futile, del frivolo, del superfluo. A colpire in lei, vedendola in questo doc, è la non convenzionalità del pensiero. Vreeland cercava il bello e lo costruiva laddove non era immediatamente dato. “Non bisogna mai nascondere, ma anzi accentuare una diversità fisica: il naso importante, il collo troppo lungo, lo spazio tra i denti”. Il bello come frutto della volontà, da distinguere da quello che già è dato in natura e già di suo corrispondente al canone. Il bello che viene raggiunto attraverso la costante applicazione dello stile sulla informe materia, poiché è quello, e soltanto quello, lo stile, lo strumento che può riscattare l’anonimo, il qualunque, perfino il brutto, e virarlo in sublime. Lo stile. Questa è la lezione Vreeland. Che ci raccomanda di essere noi stessi e insieme sempre differenti dal gruppo, unici. Una visione al tempo suo innovativa, che oggi purtroppo ha prodotto e si è degradata in narcisismo e protagonismo di massa, eppure nel suo nucleo originario qualcosa di potente, in grado di cambiare davvero gusto e percezione collettivi. Vreeland osava, e guardandoci in giro, anche nell’ambiente della moda, sono purtroppo in pochi, pochissimi oggi a replicare il suo coraggio. Toccò il suo apice negli anni Sessanta quale direttore di Vogue America, intuendo subito l’importanza di quanto stava accadendo a Londra – nella Swinging London della musica, della moda pazza e delle sperimentazioni esistanzial-amorose – e importando quella temperie nel suo giornale. Artefice della British Invasion in terra americana fu anche lei, lei che aprì le pagine al fotografo-simbolo di quell’epoca, David Bailey, e poi a Mick Jagger, John Lennon, Brian Jones, a modelle come Penelope Tree, Jean Shrimpton, Veruschka, Twiggy. Ascoltando le parole di Diana Vreeland, e vedendo le foto di quella stagione apparse su Vogue America, ci si rende conto di quanto l’idea stessa di bello e di glamour sia nel frattempo cambiata rispetto ad allora. Oggi il bello si è di nuovo conformato a un canone rigido e classico che espunge ogni differenza, ogni irregolarità. Vreeland inseguiva l’inatteso nella diversità, la perfezione nella disarmonia, adesso questo non è più possibile ed è anzi negato in un soffocante conformismo estetico (e anestetico). Donne come Penelope Tree, Veruschka, la stessa Twiggy oggi non accederebbero mai a un giornale di moda, non troverebbero più una loro Vreeland. La quale, però, i suoi lati inquietanti li aveva. No, non tanto la sua eccentricità che a tratti rasentava la follia, non tanto l’imperio che esercitava senza pietà su collaboratori e sottoposti, piuttosto il suo culto della giovinezza e dell’energia, della baldanza e del vigore che alla giovinezza si associano. Qualcosa che rievoca sinistramente certi culti analoghi operati dai regimi totalitari e dai suoi cantori, penso a Leni Riefenstahl e alla sua esaltazione di corpi perfetti e invitti. Vreeland non aveva l’adorazione per il perfetto, ma per il vitalismo trionfante e vincente sì. “Non so se morirò a 70, 80 o 90 anni, so soltanto che morirò giovane”, dice in un’intervista. Una rimozione della vecchiaia e della morte che, a sentirgliela pronunciare, mette a disagio. Quando la licenziarono da Vogue stette per mesi a letto incapace di accettare quella sentenza (così lei racconta il momento in cui fu fatta fuori: “Mi convocò Alexander Lieberman – il leggendario direttore artistico della Condé Nast, ndr – e non ebbe il coraggio di guardarmi in faccia. Lui non ti guardava mai negli occhi, si metteva sempre di profilo. Gli dissi: ho conosciuto russi neri e russi di colore rosso, tu sei il primo russo grigio”), poi si reinventò ancora una volta, e l’occasione fu la chiamata dal Metropolitan Museum. Aveva compiuto i settant’anni, ma le offrirono di diventare responsabile del Fashion and Costume Institute. Vreeland dette di nuovo prova del suo genio, della sua capacità di innovare e inventare paradigmi. Liberò i costumi dalla polvere, in ogni senso, li fece rivivere montandoli su manichini, li immerse in allestimenti scenografici e visionari, inventò mostre che aprirono un’era nella storia del costume, come quella, ormai storica, sul Settecento. La gente la adorava, faceva file di centinaia di metri per poter entrare al Metropolitan e immergersi in quei set grandiosi che lei sapeva creare, accompagnando i visitatori ora nel Settecento delle crinoline e delle parrucche ora nella contemporaneità di Yves Saint-Laurent. Molti la criticarono, ancora una volta vinse lei. Adesso il mondo pullula di Fashion and Constume Institutes rimodellati su quanto lei fece al Metropolitan. Eppure non era colta, non aveva mai davvero studiata. Aveva occhio, aveva stile. Come diceva (ed è anche il sottotitolo originale di questo documentario), The Eye Has to Travel, L’occhio deve viaggiare.

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