Recensione. LA PARTE DEGLI ANGELI: Ken Loach stavolta si diverte. E noi pure

Ripubblico la recensione scritta lo scorso maggio a Cannes dopo la proiezione del film. La parte degli angeli (The Angels’ Share) ha poi vinto al festival il premio per la migliore sceneggiatura.
La parte degli angeli (The Angels’ Share
,
regia di Ken Loach. Con Paul Brannigan, John Henshaw, Gary Maitland, Jasmin Riggins, William Ruane.

Signori, la notizia è che Ken Loach si diverte e ci vuole divertire, e ci riesce. Risultato, l’applauso più lungo di questo Cannes e una irresistibile commedia proletaria con tanto di colpo-truffa alla Soliti ignoti. Un film che piacerà immensamente al pubblico e che potrebbe anche rivelarsi un ottimo successo al box office. Solo che prima di trovare la strada della commedia Loach ci mette un po’ e ci ammannisce qualche predica di troppo. Peccato, con mezz’ora di meno The Angels’ Share sarebbe perfetto. Voto: 6 e mezzo.

Ken Loach sul set

Uno dei più lunghi e convinti applausi di questo Cannes. Risate ripetute alle anteprime stampa. Mi sa che questo The Angels’ Share potrebbe togliersi un bel po’ di soddisfazioni da queste parti e rivelarsi uno dei maggiori successi commerciali nella carriera di Ken Loach. Stavolta il papà (insieme a Mike Leigh) di ogni nuovo realismo biriannico e di molti neo-neorealismi di tante altre cinematografie, ha deciso di divertisi, e di divertirci. Ci riesce molto bene, perché è quel cineasta che sappiamo, uno che sa raccontare storie e definire e rifinire situazioni e personaggi come pochi, soprattutto quando si muove nell’adorato mondo della working class britannica, vecchia o recente che sia. Mi sono divertito parecchio anch’io a quello che possiamo considerare I soliti ignoti ken-loachiano. Però. Però insomma questo The Angels’ Share (la quota degli angeli: così viene chiamato quel 2% di alcol che ogni anno evapora dalle botti in cui viene messo a invecchiare il whisky) proprio perfetto non è, furbo sì, anche molto (troppo?), però pure con qualche deriva e smagliatura nel racconto.
Si incomincia alla grandissima, con il tipico ragazzotto british strafatto di birra che per un pelo si salva da un treno in corsa. Per lui e per altri che si sono macchiati di piccolo-medio reati di quel genere (c’è uno che ha pisciato su una statua, per dire) il tribunale – di Glasgow, profondissima Scozia – impone uno speciale rehab di lavori socialmente utili. La scena del processo e quella dei vari tizi condannati che arrivano alla spicciolata al furgone del buon secondino che li dovrà sorvegliare e portare al lavoro rieducativo sono semplicemente irresistibili. Poi però per una buona mezz’ora e anche più Loach cade nel solito vizietto predicatorio-ideologico-politico, fatto con immenso mestiere e stratosferica abilità, certo, però sempre vizietto è. Così tocca sorbirci la storia di Robbie, uno del gruppo in riabilitazione, che si è scazzottato non si sa bene con chi, ha una compagna molto perbenino e prossima a partorire che è sempre lì a dirgli ‘se ne combini un’altra delle tue ti mollo’, proviene da una famiglia difficile, non ha conosciuto che la violenza e non sa ovviamente che rispondere con la violenza ecc. ecc. Però siccome solo chi cade può risorgere, il nostro promette alla sua quasi-mogliettina che diventerà un altro, cambierà, perderà le vecchie cattive abitudini. Quando poi va in ospedale per vedere il figlio neonato e viene aggredito da due parenti di lei che non lo vogliono in famiglia, uno dice: ecco, ci risiamo con il solito calvario del solito sottoproletario inglese. Rispettabile, per carità, ma è un copione che abbiamo visto in Loach e altri suoi epigoni un’infinità di volte. Quando ormai sbuffando ci rassegniamo alla delusione ecco che il film grazie a Dio svolta e trova finalmente la sua strada, che è quella della commedia proletaria un po’ sgangherata e rozza, tutta una pacca sulle spalle e bevute tra maschi (sì, c’è una ragazza, però maschia anche lei), senza risparmiarci nulla in fatto di rutti, vomiti e puzze varie. Di più. Forse rifacendosi, chissà, a I soliti ignoti, Ken Loach mette in piedi il racconto di un colpo-truffa da poveracci però astuti che si segue partecipi e sghignazzanti come poche volte ultimamente al cinema (figuriamoci ai festival). Non sto a fare spoiler, ci mancherebbe, dico solo che Robbie, che nel frattempo si è rivelato il più sveglio del gruppo in rehab socialmente utile, ha scoperto di avere il talento di degustatore di whisky, di essere insomma quello che si chiama in gergo un naso. Con altri tre della compagnia decide di rubare una riserva di whisky specialissimo e di inestimabile valore che sta per essere messa all’asta in una distilleria delle Highlands. Se riuscisse, il colpo sistemerebbe per la vita lui e la famigliola, e pure gli altri tre complici. Il resto ve lo vederete al cinema, perché di sicuro questo film uscirà anche in Italia. Io non ne sono andato pazzo, trovo che i primi quaranta minuti Ken Loach ce li poteva anche risparmiare. Ma forse si è imbarazzato, lui, il re del cinema proletario-engagé, a buttarsi subito nella commedia e gli occorreva un alibi. Ma va benissimo anche così, ci mancherebbe.

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