Recensione. TUTTO TUTTO NIENTE NIENTE: l’Italia e i suoi mostri. Ma la satira politica è fuori tempo massimo


Tutto tutto niente niente, regia di Giulio Manfredonia. Con Antonio Albanese, Fabrizio Bentivoglio, Paolo Villaggio, Lorenza Indovina, Lunetta Savino.
Come film di satira politica arriva troppo tardi: l’Italia che prende a bersaglio, l’Italia del berlusconismo terminale pre-Monti, è ormai remota (e non basterà l’attuale crisi di governo a resuscitarla). Questo quasi-sequel di Qualunquemente – torna Cetto, accompagnato da altri due ceffi – ha poi il difetto della lentezza esasperante. Dove ci azzecca è nella parte visuale, davvero notevole, nel come sa rappresentare la sua galleria di mostri: qualcosa tra il barocco-grottesco mediterraneo, l’espressionismo tedesco, il Fellini del Satyricon. Voto 5 e mezzo.

Se lo si prende come film politico, come cinema d’impegno e perfino civile, di protesta e denuncia contro l’abominio corrotto dei poteri, allora questo Tutto tutto niente niente è datato, tardivo, fuori tempo massimo. Così sfuocato rispetto alla realtà odierna da risultare fastidioso. Il bersaglio grosso del film di Albanese è evidente, lampantissimo, è la fase terminale e senile del berlusconismo prima dell’avvento di Monti, è la politica dell’acquisizione cinica di parlamentari di sostegno, è l’escortismo elevato, da perdonabile vizio privato, a proterva pratica pubblica. Solo che nel frattempo abbiamo avuto il nostro anno di loden-therapy, di professore-preside bocconiano che con la sua sola immagine austera e vetero-borghese ha spazzato via quel mondo rendendolo obsoleto. Vero, il cavaliere ha appena fatto lo sgambetto al professore tentando di rientrare in circolo, ma indietro non si torna, oggi l’Italia è stretta nell’angoscia della crisi e dell’impoverimento, le garrule serate di Arcore e gli sciupii vistosi dei satrapi sembrano ormai appartenere a una lontana galassia. Un cambio di clima e sensibilità collettiva che rende di colpo Tutto tutto niente niente già archeologia di un passato prossimo incredibilmente remoto. Il che, per un’opera di ambizioni satireggiante, non è il massimo. Quasi un sequel di Qualunquemente, questo film di Albanese e Giulio Manfredonia ne ripropone l’ignobile Cetto, affiancandogli però altri due mostri e mascheroni di questa Italia o di quell’Italia sprofondata un anno fa, il secessionista nordestico Olfo e il frikkettone-guru global-pugliese Frengo, il che consente ad Albanese di triplicarsi e modulare su più registri la sua passione a calarsi in caratteri loschi e laidi. Ognuno dei tre incarna un pezzo dell’Italia più schifosa, la collusione politico-mafiosa, il razzismo delle piccole e piccolissime patrie, l’escapismo scemo del drogarsi di massa e dell’ibizismo. Per motivi diversi finiscono tutti in galera. Olfo per aver tentato di uccidere un immigrato, Cetto per la conduzione criminale del territorio di cui è ras, Frengo perché la mamma pazza e tirannica lo vuole beato di santa madre chiesa e, visto che un figlio sofferente e martire aiuterebbe la causa, lo fa arrestare. Finché un sottosegretario a Roma, tessitore delle più oscure trame e gran ciambellano di ogni possibile patto scellerato, li tira fuori, li convoca, offre loro libertà e un posto in parlamento a patto che ovviamente votino qualunque cosa il Partito e il Presidente del Consiglio chiedano loro. Che dire? La satira politica è alquanto scontata e prevedibile e, quel che è peggio, virtuosamente politically correct, ma in fondo è solo un pretesto perché Albanese si scateni nella sua infame galleria di mostri, uomini corrotti dentro e nel profondo, la cui viziosità si esterna fisiognomicamente in corpi repellenti, tic devastanti, deformazioni grottesche. Il limite di questo film, che è anche quello di certi film pur decorosi di Aldo, Giovanni e Giacomo, è il ritmo blandissimo. A dettare il tempo è purtroppo la comicità soprattutto verbale di Albanese, dilatata, eccessivamente distesa, mai crepitante, costruita sulla lentezza e la cavillosità. Ma un’occhiata, che so, a certe commedie classiche di Howard Hawks o anche Billy Wilder con quei bei dialoghi a mitraglia non sarebbe il caso di darla? Le tre storie, altro problema, non sono allo stesso livelo. La meglio e più risolta è quella di Cetto, la più scombinata e improbabile è quella di Frengo: tutta la parte religioso-vaticana non sta né in cielo né in terra. Dove il film invece riesce molto bene è nella sua capacità di restituirci visivamente la mostrificazione di certa Italia. Albanese ha tirato in ballo Grosz e Otto Dix, a me è venuto in mente di fronte a certe sequenze allarmanti, e a certe facce imputridite e patibolari, a certi corpi sfatti e già corrosi e moribondi, il Fellini del Satyricon, lugubre e fantasmatico con le sue incursioni nelle viscere dell’impero. L’idea di ambientare il parlamento e i luoghi del potere nell’Eur metafisico e glacialmente neoclassico, e di deformare i politici fino a farli somigliare agli invitati lerci di un baccanale o di un immondo Trimalcione-party, è davvero buona. Impossibile dimenticare quelle facce bistrate, quel presidente del consiglio (un Paolo Villaggio muto e usato come icona e feticcio) con la corona di lauro come un novello Nerone o Caligola. Sono queste intuizioni visive a rendere interessante Tutto tutto niente niente, molto più della sua satira politica, ormai obsoleta come il bersaglio che vuole colpire. Ed è davvero memorabile il Sottosegretario di Fabrizio Bentivoglio, in rilucente abito damascato quasi settecentesco, l’aria da cortigiano navigato e velenoso, e quegli anelli che tintinnano minacciosi come i sonagli di un serpente.
PS: si rivedono con piacere certe location all’Eur che già Bertolucci aveva usato nel suo Conformista. Sarà una citazione voluta?

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