I 50 MIGLIORI FILM DEL 2012 (secondo me)

Non ce l’ho fatta proprio a ridurre al classico numero di dieci i migliori film di quest’anno. Sarà che ne ho visti davvero tanti, qualche centinaio, sarà che sono un cinefilo incontinente. Il risultato è che ho deciso di stilare, sperando di non annoiare, la mia Top 50. Se l’anno scorso nella Top Ten mi ero limitato a segnalare film che erano usciti in sala, stavolta ho pescato anche dai vari festival cui ho partecipato (Berlino, Cannes, Locarno, Venezia, Torino). Dunque troverete molti titoli mai apparsi in Italia o solo in qualche rassegna speciale. Qualche titolo col tempo ci ha guadagnato (è il caso di Berberian Sound Studio) ed è salito nella mia considerazione, qualche altro è sceso. Qualche titolo, anche se interessante, è rimasto fuori elenco, come È stato il figlio di Daniele Ciprì, Cogan di Andrew Dominik, Prometheus di Ridley Scott, Like Someone in Love di Kiarostami e Vous n’avez encore rien vu di Resnais visti a Cannes, Mobile Home visto a Locarno.

50) Berberian Sound Studio di Peter Strickland (Gran Bretagna)
Thriller ambientato sul set di un horror italiano anni ’70 alla Dario Argento. Alto stile, molta ironia, grande interpretazione di Toby Jones, ma plot debole. Visto in concorso al Festival di Locarno.
49) Alì ha gli occhi azzurri di Claudio Giovannesi (Italia).
Uno dei pochi titoli italiani interessanti del 2012. Film che mescola anche pericolosamente doc e fiction, riuscendo però a dirci qualcosa di questa Italia.
48) Blancanieves di Pablo Berger (Spagna).
Biancaneve, però nella Spagna inizio ‘900 dei matador e delle donne molto fatali. Seconda parte incredibilmente camp e assai riuscita. Visto al Festival di Torino.
47) Detachment di Tony Kaye (Usa)
Insegnante alle prese con classe difficile, anzi impossibile. Già visto. Solo che Tony Kaye viviseziona il genere e lo innaffia di sperimentazioni linguistiche.
46) Captive di Brillante Mendoza (Filippine)
Entrato come favorito alla Berlinale 2012 e uscito senza uno straccio di premio. Cronaca di un rapimento da parte degli islamisti sud-filippini. Malcompreso. Sottovalutato.
45) Su Re di Giovanni Columbu (Italia)
La passione di Cristo recitata in sardo, immersa nei paesaggi barbaricini. Neopasoliniano, con momenti di rara potenza. Uno dei film migliori del festival di Torino, purtroppo non premiato.
44) Sightseers di Ben Weathley (Gran Bretagna)
Nera, nerissima commedia british. Coppia assassina al grado zero di ogni morale e coscienza semina cadaveri in giro per l’Inghilterra. Proiettato a Cannes.
43) Young Adult di Jason Reitman (Stati Uniti)
Tosta commedia (commedia?) americana, con una enormemente brava Charlize Theron psicopatica quotidiana.
42) E la chiamano estate di Paolo Franchi (Italia)
Fischiato, anzi massacrato alla sua presentazione al festival di Roma, e poi premiato tra altri fischi. Film sballato ma coraggioso, che almeno ci prova (qua e là riuscendoci) a rifare e citare certo grande cinema italiano anni Sessanta-Settanta. Non merita il linciaggio. Meglio di tanti film carucci, politicamente correttissimi e piatti.
41) Kibou No Kuni (The Land of Hope) di Sion Sono (Giappone)
Visto al festival di Torino. Cronaca abbondantemente visionaria di due famiglie travolte da un disastro simil-Fukushima.
40) Barbara di Christian Petzold (Germania)
Uno dei migliori della Berlinale 2012. Vite livide nella Ddr prima della caduta del Muro.
39) Spring Breakers di Harmony Korine (Stati Uniti)
Quattro ragazzine si trasformano in furie durante la vacanza di primavera a Miami. Visto a Venezia. Dionisiaco.
38) Cosmopolis di David Cronenberg (Canada)
Ecco, uno di quei film che con il passare del tempo ci hanno guadagnato. Gelido referto cronenberghiano di alienazioni e hybris contemporanee.
37) Mud di Jeff Nichols (Stati Uniti)
Proiettato a Cannes in concorso, ne è uscito senza premi. Ma Nichols (vedi anche Take Shelter) si conferma tra i registi trentenni più bravi in circolazione e questo strano noir con molti rimandi a Mark Twain è un’ottima riuscita.
36) Quasi amici (Intouchables) di Eric Toledano e Olivier Nakache (Francia)
Fenomeno dell’anno, il film non americano di maggior successo di tutti i tempi. Commedia irresistibile e perfetta. L’ho adorato.
35) 7 psicopatici di Martin McDormagh (GB/Stati Uniti)
Sanguinario e cerebrale. Dialoghi meravigliosi. Una clamorosa esibizione di intelligenza filmica in forma di crime-story.
34) A Hijacking (Kapringen) di Tobias Lindholm (Danimarca)
Un cargo danese dirottato da pirati somali. Film da cuore in gola. Visto a Venezia. Molto apprezzato dai critici anglofoni, gli italiani invece non se lo sono filato quasi.
33) La guerra è dichiarata di Valérie Donzelli (Francia)
Come raccontare una storia tremenda – la malattia di un bambino – senza piagnistei e con encomiabili pudore e leggerezza.
32) My Brother the Devil di Sally El Hosaini (Gran Bretagna)
Visto a Berlino nella sezione Panorama. Due fratelli di origine egiziana in una periferia londinese. Ma non è la solita storia di emarginazione e devianze, qui c’è di meglio e di più complicato.
31) Il sospetto di Thomas Vinterberg (Danimarca)
Caccia al pedofilo in un villaggio danese. Ma l’accusato è innocente. Messa in scena di quello che René Girard chiama meccanismo vittimario. Importante.
30) Chronicle di Josh Trank (Stati Uniti)
Sorpresa, il genere ‘superpoteri’ diventa in questo film cronaca di disagi e malesseri. Bello davvero. Sottovalutato.
29) Laurence Anyways di Xavier Dolan (Canada)
Un amore che resiste a tutto e non si piega mai, nemmeno quando lui cambia sesso. Gran melodramma del 24enne Xavier Dolan. Dato a Cannes.
28) Cesare deve morire di Paolo e Vittorio Taviani (Italia)
A conti fatti, il miglior film italiano dell’anno. Non immeritatamente premiato a Berlino.
27) End of Watch di David Ayer (Stati Uniti)
Poliziesco lurido, teso e cattivo come non se ne vedevano da tanto. Girato con la tecnica del (falso) found footage. Una delle buone sorprese del 2012.
26) Magic Mike di Steven Soderbergh (Stati Uniti)
Soderbergh con questo film su una banda di stripper traccia un referto senza cedimenti del narcisismo e del sesso-spettacolo. Immenso Matthew McConaughey.
25) L’âge atomique di Héléna Klotz (Francia)
Presentato a Berlino e poi al Milano Film Festival. Due ragazzi in una notte a Parigi scoprono parecchie cose, comprese la poesia e l’amore. Girato in una sorta di stato sunnambolico. Molto sottile, molto aristocratico, molto francese. Con qualcosa di bressoniano. L’ho molto amato.
24) Paradies: Liebe (Paradiso: Amore) di Ulrich Seidl (Austria)
Turismo sessuale di una matura austriaca in Kenya. Glaciale, implacabile. Peccato che il successivo Paradies: Glaube (Paradiso: Fede) presentato da Seidl a Venezia non sia all’altezza di questo.
23) The Cutoff Man (L’uomo che taglia l’acqua) di Idan Hubel (Israele)
Il mondo visto attraverso l’uomo che deve tagliare l’acqua a chi non paga. Piccolo capolavoro presentato a Venezia Orizzonti e purtroppo rimasto senza premi. Da recuperare, da far circolare.
22) Shell di Scott Graham (Gran Bretagna)
Il vincitore del Torino Film Festival, la rivelazione di un regista. Shell e suo padre in una stazione di servizio persa nelle Highlands. Di quei film che non fanno sconti.
21) Just the Wind di Benedek Fliegauf (Ungheria)
Uno dei molti bei film usciti dalla Berlinale 2012. Agghiacciante resoconto di un pogrom anti-rom, girato in soggettiva e con handycam. Brividi.
20) To the Wonder di Terrence Malick (Stati Uniti)
Uno dei film maledetti dell’anno. Sbertucciato a Venezia, non ancora distribuito negli Stati Uniti (e se è per questo nemmeno in Italia), abbandonato da tutti al suo infelice destino. Ma signori, è Malick, anche se gli scivoloni non mancano. Però alcuni momenti sono sensazionali. Un film cui bisogna voler bene.
19) Argo di Ben Affleck (Stati Uniti)
Come, fingendo il tournage di un filmaccio di fantascienza, la Cia riuscì a liberare un gruppo di americani dalla Teheran di imam e ayatollah. Un action che ti inchioda come non accadeva da molto, molto tempo.
18) Il cavaliere oscuro – Il ritorno di Christopher Nolan (Stati Uniti)
Smisurato terzo episodio della saga nolaniana di Batman. Epico. Spettacolo immenso, anche se non tutti gli ingredienti si miscelano a dovere.
17) Anna Karenina di Joe Wright (Gran Bretagna)
Visto al festival di Torino (in Italia esce in febbraio). Molto meglio di come te lo aspetti. Non il solito crinolina-movie. Joe Wright immerge Tolstoj e la sua eroina in una messinscena alla Moulin Rouge! e stravince la scommessa. Con Keira Knightley.
16) Take Shelter di Jeff Nichols (Stati Uniti)
La pazzia come visione sciamanica. Potente, profetico, biblico.
15) The Weight di Kyu-Hwan Jeon (Corea del Sud)
Il vero grande film coreano visto a Venezia – era nelle Giornate degli autori -, molto meglio del sopravvalutato Pietà di Kim ki-duk vincitore del Leone d’oro. Un uomo addetto al trattamento dei cadaveri in un obitorio si ritrova al centro di una complicata trama esistenziale. Emergerà una insospettabile, drammatica storia di famiglia. Trucido e stilizzato, come spesso il cinema coreano.
14) C’era una volta in Anatolia di Nuri Bilge Ceylan (Turchia)
Il meglio di Ceylan dai tempi di Uzak. Una notte in Anatolia, con un manipolo di uomini in cerca di una verità. Un giallo autoriale a modo suo avvincente.
13) Moonrise Kingdom di Wes Anderson (Stati Uniti)
Due ragazzini in fuga da famiglie sballate. Di una grazia e leggerezza inarrivabili. Wes Anderson non sbaglia niente.
12) Sister di Ursula Meier (Svizzera)
Uno dei film giustamente premiati alla Berlinale. Le vite derelitte di Simon che ruba ai turisti e della sorella Louise. Con una rivelazione che ti prende alla gola.
11) Un sapore di ruggine e ossa di Jacques Audiard (Francia)
Non ci fosse stato Amour, chissà quanti premi si sarebbe portato via a Cannes, e non solo lì.

LA TOP TEN
10) Not in Tel Aviv di Nony Geffen (Israele)
Premio speciale della giuria al festival di Locarno nella sezione Cineasti del presente: avrebbe meritato di più. Film-rivelazione dell’anno. Un giovane professore licenziato uccide la mamma (su richiesta di lei), prende in ostaggio una sua studentessa, pesca una ragazza che fa le pizze. Scorribande dello strano triangolo, qualcosa tra Pierrot le Fou e Bande à part, in una Tel Aviv come scarnificata e resa anonima. Black comedy stralunata che è un atto d’amore a Godard.
9) Holy Motors di Leos Carax (Francia).
Per molti, moltissimi, il film di questo 2012, il capolavoro, già un pezzo di storia del cinema. Concordo solo in parte con gli entusiasmi, soprattutto francesi (però anche molti americani hanno sottoscritto). Holy Motors alterna meraviglie (la sequenza con Kylie Minogue per dire) ad altre di assoluta banalità e trivialità, e vetusta provocazione (la famiglia scimmiesca, l’irruzione al cimitero). Cinema che guarda più al passato, alle vecchie avanguardie storiche di dadaisti e surrealisti, che al futuro, e però, quando ci azzecca, cinema grandissimo.
8) Skyfall di Sam Mendes (Gran Bretagna)
James Bond su James Bond. Meta-Bond. Una goduria per gli occhi e per la mente. Spettacolare e di strepitosa intelligenza.
7) Amour di Michael Haneke (Francia-Austria)
Ha vinto a Cannes e poi razziato ogni premio possibile, e non è finita. Film che ha colpito alla testa e al cuore il pubblico, come ad Haneke non era mai riuscito. Peccato solo che lo abbiano piegato a spottone per l’eutanasia.
6) No di Pablo Larrain (Cile)
Presentato a Cannes, poi a Locarno e a Torino. Ricostruzione senza paraocchi ideologici del referendum cileno che mandò a casa Pinochet. I noiosi del cinema seriosamente militante se lo guardino e imparino.
5) Tabu di Miguel Gomes (Portogallo)
Uno dei film che hanno segnato questo 2012, adorato dalla critica più chic e più radicale. Presentato alla Berlinale, da lì è partito per un giro trionfale in altri festival e rassegne (compreso Torino, che al regista Gomes ha dedicato addirittura una retrospettiva). Credo però che venga apprezzato soprattutto per certe levigatezze esteriori, per il suo essere un melodramma coloniale elegantemente retrò, senza che se ne colga la complessità concettuale e di costruzione. Un film di tanti e tali livelli e stili da pencolare a volte pericolosamente tra il kitsch e il sublime. Ma Gomes, piaccia o meno, è davvero uno degli autori che – rischiando e anche sbagliando e sballando – oggi più esplorano il nuovo. Al confronto Holy Motors è accademia. Quando l’ho visto a Berlino ne sono rimasto colpito, irretito, pure irritato. Un oggetto filmico non così facile da afferrare e maneggiare, da vedere e rivedere.
4) Leviathan di Lucien Castaing Taylor e Véréna Paravel (Usa/Gran Bretagna/Francia)
Definirlo documentario è riduttivo. Viaggio di un peschereccio in un qualche mare del nord che diventa discesa negli abissi marini e umani. Presentato a Locarno e uscitone scandalosamente senza premi.
3) Nella nebbia (V Tumane) di Sergei Loznitsa (Russia)
A Cannes ne sono rimasto abbagliato insieme a pochi, pochissimi altri. Poderoso racconto, nella Bielorussia di nazisti e collaborazionisti, di una espiazione senza colpa. Di quel gran cinema russo che va al fondo delle cose e delle anime come nessun altro.
2) L’ultima volta che vidi Macao (A Ultima Vez que vi Macau) di João Rui Guerra da Mata e João Pedro Rodrigues (Portogallo)
Doveva vincere a Locarno, invece gli hanno dato un ridicolo premiucolo di consolazione. Labirintico, ipnotico. Vite perdute a Macao, città di inganni e tradimenti. Oggetto filmico tra la finzione e il documentario, un percorso nella memoria coloniale portoghese e in quella del cinema di Hollywood. Meraviglia.
1) The Master di Paul Thomas Anderson (Stati Uniti)
Ingiustamente scippato del Leone d’oro a Venezia, anche se si è portato a casa lo stesso due premi. Ha diviso e continua a dividere, chi lo considera un’incompiuta (se non una bufala) e chi un’opera capitale. Mi colloco tra i secondi. Il cinema di PTA non assomigia a nessun altro, questo film non assomiglia a niente se non a se stesso. Affresco di un’America anni Cinquanta ormai super potenza mondiale e, insieme, di due uomini che si attraggono e respingono in preda a forze oscure. Molto più di un film su una setta alla Scientology, come si è approssimativamente scritto. The Master è un capolavoro, semplicemente. Il meglio di questo 2012.

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