I FILM PIÙ DELUDENTI DEL 2012 (dal trentesimo al primo posto)

Magari non così brutti, di sicuro però molto al di sotto delle aspettative. I film che non hanno mantenuto le premesse e le promesse son stati tanti nel 2012, anche di autori consacrati, e in questo caso la delusione è stata anche più forte. La mia personale classifica dei ‘most disappointing movies of the year’.

30) J. Edgar di Clint Eastwood
Notevolissimo nella prima parte, con l’ascesa del futuro padrone dell’Fbi in un’America scossa dalla violenza. Poi imbocca troppe strade e si perde.
29) Come non detto di Ivan Silvestrini
Fallisce la via italiana al gay-movie. La storia di Mattia e del suo odioso fidanzatino spagnolo si inabissa in smancerie e sdilinquimenti stile Moccia. È andata meglio in fatto di amori omosessuali con un altro film, uscito in poche sale e subito sparito: Ci vediamo a casa di Maurizio Ponzi, dove la coppia Nicolas Vaporidis (bravissimo)-Primo Reggiani riesce a raccontarci in modo assai più credibile un pezzo di vita gay.
28) Molto forte, incredibilmente vicino di Stephen Daldry
Non ha funzionato la cine-versione del notevole romanzo di Jonathan Safran Foer sull’11 settembre, anzi sulle sue conseguenze. Arty, artificioso, cerebrale.
27) Lawless di John Hillcoat
A Cannes le attese erano alte per questo film diretto dal John Hillcoat di The Road e con un cast strabiliante: Jessica Chastain, Shia LaBeouf, Tom Hardy, Mia Wasikowska, Gary Oldman, Guy Pearce. Risultato, un film di proibizionismo e bande rivali come se ne erano già visti tanti.
26) Elles di  Malgoska Szumowska
Film lanciato a Berlino non senza fanfare e finito subito nel cono d’ombra. La regista ha anche la colpa di aver costretto la povera Juliette Binoche alla scena più imbarazzante della sua vita, un goffo tentato pompino all’allibito marito.
25) Dopo la battaglia di Yousri Nasrallah
Presentato a Cannes nel concorso principale e subito coperto dal silenzio. Tentativo maldestro di raccontare l’Egitto del dopo-Tahrir attraverso una confusa storia tra un proletario e una giornalista.
24) Lore di Cate Shortland
Produzione tedesco-australiana. Racconto di formazione di una ragazzina e dei suoi fratelli nella Germania distrutta dalla guerra. Potenzialmente interessante, ma rovinato dall’estetica del carino. Però a Locarno, dove è stato presentato in Piazza Grande, ha vinto il premio del pubblico.
23) Knockout – Resa dei conti di Steven Soderbergh
Ennesimo film di genere a basso costo e con cast all-star di Steven Soderbergh. Uno spy-action con protagonista femminile, la campionessa di arti marziali Gina Carano. Ma è proprio lei, legnosa e inadeguata, il punto di fragilità dell’operazione. Disastro al box office. Però subito dopo Soderbergh piazzerà il gran colpo di Magic Mike.
22) Passion di Brian DePalma
Attesissimo ritorno di DePalma, in prima mondiale a Venezia. Un thriller che sembrava potesse rinnovare gli antichi fasti di Vestito per uccidere e Omicidio a luci rosse. Invece, film stanchissimo.
21) Benvenuti al Nord di Luca Miniero
Brutto, pigro sequel del notevole Benvenuti al Sud. Forse perché stavolta non c’era un modello francese da remakizzare, come nel film precedente.
20) La regola del silenzio di Robert Redford
Film di reduci, in ogni senso. Redford tinto in modo imbarazzante e improbabile come padre di una dodicenne.
19) Ruby Sparks di Valerie Faris e Jonathan Dayton
La coppia registica di Little Miss Sunshine non ce la fa a replicare il colpo. Caruccio, ma l’idea dello scrittore alle prese con il suo personaggio è vecchia come il cucco, nonostante il gran sfoggio in fase di sceneggiatura di humor witty simil-Allen.
18) La fille de nulle part di Jean-Claude Brisseau
Un po’ hitchcockiano, un po’ sotto-freudiano. Girato con due soldi, e si vede. Incredibilmente vincitore a Locarno, il festival dal palmarès più sballato dell’anno.
17) The Words di Brian Krugman e Lee Sternthal
Uno scrittore racconta di uno scrittore che racconta di uno scrittore. Plot lambiccatissimo e pretenziosissimo. I dialoghi più tremendi da parecchio tempo in qua. Prodotto da Bradley Cooper, che sperava di farne un potente vehicle per sè. Gli è andata male, mentre gli è andata benissimo con il successivo Silver Linings Playbook.
16) The Way Back di Peter Weir
Con tutto il rispetto per Peter Weir, una ciofeca. Fuga da un gulag siberiano che potrebbe essere avvincente, se non fosse una compilation di già visto.
15) The Bourne Legacy di Tony Gilroy
Il guaio di questo sequel (o reboot) non è l’assenza di Matt Damon, bene rimpiazzato da Jeremy Renner, ma l’improprio, inspiegabile trasloco di genere dallo spy-action al super eroistico.
14) Paradies: Glaube (Paradiso: Fede) di Ulrich Seidl
Secondo episodio della trilogia-paradiso dell’austriaco Seidl, dopo lo strepitoso Paradiso: amore presentato a Cannes. Questo l’ha portato a Venezia, ci ha vinto pure il premio speciale della giuria, ma siamo lontani sideralmente dal livello del precedente. Qui Seidl se la prende con una poveretta afflitta da bigottismo e da un marito islamico. Come sparare sulla famosa croce made in Swiss.
13) Smettere di fumare fumando di Gipi
Il fumettista Gipi a Venezia 2011 aveva acceso un qualche interesse e una qualche speranza con il suo esordio L’ultimo terrestre. Dunque al festival di Torino si aspettava questa sua opera seconda con curiosità, invece ci si è trovati di fronte al nulla sotto vuoto spinto.
12) Il matrimonio che vorrei di David Frankel
Tremendo film geriatrico, con coppia di sessantenni in terapia sessuale per riattizzare lo spento desiderio. Odore d’ambulatorio ovunque. Meryl Streep dai tre Oscar che fa seghe e pompini a Tommy Lee Jones. Si può?
11) The Flowers of War di Zhang Yimou
Produzione cino-americana messa su dal maestro Zhang Yimou per sfondare sul mercato globale. Storia, improbabile, di un americano che resta intrappolato nella Nanchino occupata dai giapponesi. Christian Bale in preda al più sfrenato overacting (aveva fatto meglio, da ragazzino, in un’altra occupazione giapponese in Cina, quella della Shanghai dell’Impero del sole di Spielberg). Presentato a Berlino, mai arrivato in Italia. Successo al box office cinese, disastro nel resto del mondo.
10) The Rhum Diary di Bruce Robinson
Storia sballatona-stravolta di un giornalista nella Porto Rico anni Sessanta. Johnny Depp si fa e strafà di ogni possibile sostanza alcolica e alterante, in un film che ha voluto fortissimamente e anche prodotto. Cine-autosabotaggio. Cupio dissolvi.
9) Iron Sky di Timo Vuorensola
Overrated come pochi film quest’anno. Un cult fin troppo annunciato e lanciato attraverso un fastidiosissimo tam tam internettiano. Ottima idea di partenza (una colonia di nazi insediata sulla faccia nascosta della luna), che poi però Iron Sky spreca e butta via criminosamente per sprofondare nell’ovvietà. Ripassassero il Lubitsch di Vogliamo vivere!
8) Sulla strada di Walter Salles
Arriva fuori tempo massimo la cineversione del libro epocale (epocale?) di Kerouac. Salles firma un santino edificante sullo scrittore e i suoi amici beatnik travestito di trasgressioncine sessual-esistenziali. Di noia micidiale.
7) Oltre le colline di Cristian Mungiu
Intendiamoci, mica è una bufala. Però questo rispettabile e anche interminabile film (due ore e mezzo) del rumeno Mungiu ha il torto di riproporre la vetusta contrapposizione tra ragione e superstizione mescolando discutibilmente esorcismi, lesbismi, repressioni e regressioni arcaico-medievali. Molto, molto al di sotto del precedente, fondamentale film di Mungiu 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni.
6) 7 Days in Havana di registi vari
Film a episodi di cui non si salva quasi niente (Suleyman e un po’ Gaspar Noé). Cartolinesco ritratto di L’Avana, pittoresca e caciarona e colorata e esotica come la Napoli di ieri. Critiche al regime poche, anzi niente. Qua e là si sente una certa puzza di propaganda.
5) The We and the I di Michel Gondry
Proiettato a Cannes con gran clangore in apertura della Quinzaine des Réalisatuers. Poi, fughe di massa dalla sala da parte di pubblico e giornalisti esaperati dal nulla raccontato: una scolaresca del Bronx se ne torna a casa in autobus litigando, urlando, soprattutto parlando e sparlando di cose di nessun interesse. Il celebrato Michel Gondry filma come nel vetusto cinéma-vérité lasciando liberi e sfrenati i suoi ragazzi-attori di ‘esprimersi’, e si fa fregare da tutti loro e dal loro grado zero narcistico. Solo nell’ultimo quarto d’ora succede qualcosa, ma è troppo tardi.
4) Magnifica presenza di Ferzan Ozpetek
Pirandellismi e fantasmi a Roma, in un film che sarebbe potuto essere felicemente eccentrico ed è invece solo sfuocato e sballato.
3) Bella addormentata di Marco Bellocchio
Entrato a Venezia come possibile leone, pompatissimo dalla critica istituzionale quale irrinunciabile capolavoro (ma quando mai?), si è sgonfiato dopo la prima proiezione stampa nell’imbarazzo generale. Vertici di kitsch involontario (ah, la beghina che molla sotto la pioggia i compagni di preghiera per correre a scopare in hotel con il succulento avversario ideologico).
2) Reality di Matteo Garrone
Dopo L’imbalsamatore, soprattutto dopo Gomorra, ci si aspettava dal nostro più talentuoso regista (insieme a Sorrentino) qualcosa di davvero importante. Invece a Cannes eccco arrivare quest’operina – però di due interminabili ore – su una storiuccia da basso napoletano alla Luciano De Crescenzo. Garrone gira alla grandissima (la sequenza del matrimonio è una meraviglia), ma sempre di storiuccia si tratta.
1) Vita di Pi di Ang Lee
Si tirano in ballo Dio e le coesistenza tra diverse religioni per raccontare l’avventura di un ragazzo in mare in compagnia di una tigre famelica. Lo spettacolo c’è, come no, peccato che tutto sia preceduto e seguito da sussiegosissimi discorsi finto alti e di insostenibile kitsch culturale. Che poi arriva la rivelazione finale a distruggere tutto quello che abbiamo visto fino a quel momento. No, signori, non si fa. Questo è giocare a carte truccate. Il film più fastidiosamente artefatto dell’anno.

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3 risposte a I FILM PIÙ DELUDENTI DEL 2012 (dal trentesimo al primo posto)

  1. didolasplendida scrive:

    meno male ho visto solo reality

  2. Ismaele scrive:

    ho visto solo “Reality” e “Bella addormentata” e però non mi sono dispiaciuti, del resto molti non arrivati, qualcuno perso, e meno male così, allora:)

  3. Graziano Biglia scrive:

    Madre mia, The We and the I era talmente brutto che mi sono rifiutato di scriverne una recensione.

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