Recensione. LA MIGLIORE OFFERTA: da Tornatore un thriller fascinosamente rétro e inattuale

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Tornatore (a destra) con il protagonista Geoffrey Rush

Tornatore (a destra) con il protagonista Geoffrey Rush

La migliore offerta (The Best Offer), regia di Giuseppe Tornatore. Con Geoffrey Rush, Jim Sturgess, Sylvia Hoeks, Donald Sutherland, Philip Jackson. Musiche di Ennio Morricone. Al cinema dal 1° gennaio 2013.

Geoffrey Rush con Jim Srurgess

Geoffrey Rush con Jim Srurgess


Il Tornatore meno etnico, più eccentrico e umbratile, più cosmopolita e perfino mitteleuropeo. Insomma, siamo più dalle parti di Una pura formalità o La sconosciuta che di Baarìa. Un giallo molto ben congegnato, con un twist finale che non t’aspetti, ambientato nel giro delle aste e degli amanti dell’arte. La passione di un uomo maturo per una giovane donna del mistero che ricorda certi classici di Hitchcock e Lang. Incursioni nel gotico di film come A Venezia un dicembre rosso shocking e La corta notte delle bambole di vetro. Sì, con un sussiego e una magniloquenza à la Tornatore che possono anche infastidire, ma son peccati veniali, suvvia. Voto 7

Rush con Sylvia Hoeks

Rush con Sylvia Hoeks

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Facile sparare su Giuseppe Tornatore. Il suo cinema, sempre stragonfio e mai minimalista, sempre naturalmente iper sentimentale e retorico, monumentale anche quando tratta piccole storie e piccole vite, sembra fatto apposta per essere stroncato dalle personcine fini e dai frequentatori dei salotti buoni della critica. Lui poi non si tira indietro, non fa mai nulla per ingraziarsi i suoi detrattori, offre gagliardo e un po’ martire il petto ai colpi del nemico, esagera anche quando e dove potrebbe smussare. Però il pubblico (la gente si dovrebbe dire) lo ha spesso adorato, ha adorato il suo cinema, cose come Nuovo cinema Paradiso e Malèna, e perfino Baarìa, che invece a Venezia era stato fischiatissimo dalla stampa. Non posso dire di essere un appassionato di Tornatore, ma col tempo ho imparato a rispettarlo, forse a capirci un qualcosa di più, ad abbandonare certi schematismi un po’ scemi che si hanno nell’approcciarlo, ad apprezzare certi suoi lavori, in particolare Una pura formalità – splendido nella prima parte, il suo film migliore – e La sconosciuta. E dunque: rivalutare Tornatore? Almeno, guardiamolo e parliamone senza pregiudizi. All’anteprima stampa di La migliore offerta qui a Milano si respirava un certo qual clima antipatizzante. Figuriamoci, Tornatore. I nasini fini erano già arricciati prima che si spegnessero le luci in sala, i sopraccigli già aggrottati, i fucili (o le fionde) già puntati. Invece. Invece questo film è una discreta sorpresa, è un thriller che, se non fila via velocissimo, arriva al suo bel colpaccio di scena senza stancare, con una sceneggiatura sagacemente costruita anche se non originalissima. Un film che non appartiene al Tornatore etno-siciliano-mediterraneo, quello più famoso e amato fuori dal nostro paese, ma all’altro, il Tornatore introflesso, affascinato dai mondi e dai modi altoborghesi, narratore di storie che si dipanano claustrofobicamente in forma di kammerspiel, soggiogato da suggestioni e atmosfere mittel ed est-europee. Come certi suoi conterranei: Pirandello, che ambientava a Berlino il suo Come tu mi vuoi; Battiato, che passa dalle canzoni in dialetto siculo al simil-lied schubertiano e fa giri in Alexanderplatz. La migliore offerta si svolge quasi tutto a Roma, ma è una Roma tardo-ottocentesca, straniante, pochissimo mediterranea, sinistra e bella e poco convenzionale, senza identità e forti connotazioni, tant’è che la si potrebbe scambiare per una qualsiasi città tra Germania, Austria, Boemia, Ungheria, Slovenia. Roma come Lubiana. Come Vienna. Anche un po’ Marienbad, et pour cause, perché questa è una storia di identità cangianti, rifrazioni e inganni.

Virgil – l’oscarizzato Geoffrey Rush – è un battitore d’asta tra i più richiesti, con un carnet di impegni e ingaggi in mezzo mondo, anche ormai – dopo tanti anni – gran intenditore d’arte e collezionista di ritratti femminili di ogni stile ed epoca, da lui stipati in una stanza segreta-quadreria cui nessuno ha accesso e che è il segno tangibile del suo status raggiunto e la cui contemplazione costituisce la sua beatitudine. Quando nei lotti all’incanto si nasconde un capolavoro non ancora riconosciuto lui cerca di assicurarselo grazie a un complice (il glorioso Donald Sutherland) incaricato di fare la migliore offerta. Un giorno gli telefona una donna di nome Claire, vuole che Virgil si incarichi della valutazione e della successiva messa all’asta degli arredi della villa di famiglia di cui vorrebbe disfarsi. Incomincia il mistero. Claire diserta gli appuntamenti, non esce mai allo scoperto come se volesse restare allo stato di fantasma. Vive rinchiusa nella villa, in un appartamento celato. Virgil, roso dalla curiosità, penetra nel suo rifugio e riesce a vederla. Per quale motivo Claire si sottre allo sguardo altrui? perché da anni vive reclusa? per una malattia del corpo o dell’anima? La traccia del racconto è segnata: un uomo maturo, ricco, affermato, una giovane donna enigmatica e perturbante. Quel che segue è lo slittamento progressico di Virgil verso una specie di amore, verso una passione che man mano divampa. Lui e Claire diventeranno amanti, fino allo scioglimento del mistero, che avverrà a Roma, ma dopo una deviazione a Praga, una Praga che non è solo quella di Kafka o di Ripellino, ma anche (soprattutto) quella dei costruttori di automi e di creature come il Golem. Perché anche in questo film, come nell’Hugo Cabret di Scrosese, c’entrano gli automi, e come personaggio collaterale ma fondamentale c’è un ragazzo esperto di meccanica, mecanismi, ingranaggi e orologerie (il Jim Sturgess di Across the Universe e The Way Back). Un thriller assai ben costruito, però temo assolutamente fuori dal gusto del pubblico medio di oggi (io comunque spero che siano in tanti a staccare il biglietto), un thriller che cita vertiginosamente – anche se chissà quanto consapevolmente – moltissimo materiale cinematografico del passato e anche del presente, se è per questo. L’uomo che si innamora di una donna misteriosa, la quale a sua volta riproduce un’altra donna (vera o ritratta in un quadro), viene ovviamente dall’Hitchcock di La donna che visse due volte e un po’ anche dal Fritz Lang di La donna del ritratto. Sorprendentemente, La migliore offerta presenta anche molte affinità con il film di Jean-Claude Brisseau che quest’estate ha vinto il Pardo d’oro al festival di Locarno, La fille de nulle part. Ma in questo giallo che un tempo si sarebbe definito dell’anima, e che è lontanissimo da ogni thriller del cinema contemporaneo, ci sono echi, e son forse i più affascinanti, di tanto cinema del mistero anni Settanta. Certe atmosfere gotiche (e la presenza della nana, e la stessa presenza di Donald Sutherland) ci riportano al meraviglioso A Venezia un dicembre rosso-shocking di Nicholas Roeg, la villa abbandonata somiglia alla sinistra abitazione di La casa dalle finestre che ridono di Pupi Avati, il clima mittel europeo è lo stesso di un piccolo capolavoro di Aldo Lado, La corta notte delle bambole di vetro. Seguire il dipanarsi di questo film di Tornatore è anche fare un piccolo viaggio nel cinema del passato, ed è uno dei meriti di La migliore offerta. Quello che funziona meno, e francamente anche infastidisce, è certo sussiego con cui ci vengono mostrati il personaggio di Virgil, così convenzionalmente colto ed elegante, e il mondo altolocato delle grandi aste: secondo una concezione dell’arte, del gusto, della cultura, del bello, del lusso un filo polverosa ed accademica, di chi quel mondo l’ha più sognato e immaginato che vissuto dal di dentro. Quando visconteggia, Tornatore sfiora pericolosamente il ridicolo, e anche i dialoghi più tendono al sublime aristo-altoborghese e più paiono sgangherati e improbabili. Però il film ha una struttura drammaturgica solida e una passione dentro che lo riscatta abbondantemente da questo suoi limiti, e ha pure la sacrosanta ambizione di essere un film internazionale, cosmopolita, non provinciale e piccino, riuscendo nei suoi momenti migliori ad esserlo.

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