Recensione. BUON ANNO SARAJEVO: un film neo-neorealista alla Dardenne nella Bosnia di oggi

BUON ANNO S_ 045785Buon anno Sarajevo, regia di Aida Begić. Con Marija Pikić, Ismir Gagula, Nikola Đuričko, Staša Dukić. Bosnia 2012.BUON ANNO_ 045180
Rahima, 23 anni, e il fratello Nedim, 14. Hanno perso la madre, uccisa da un cecchino durante l’assedio di Sarajevo. Lei lavora in un ristorante, porta il velo in testa, è seria, rigorosa, iper responsabile, lui ha la tendenza a mettersi nei guai. Due vite complicate, in una città pacificata, ma dove il pericolo, la minaccia, ancora incombono. Film neo-neorealista e neodickensiano di nobili intenzioni, che non riesce a liberarsi del tutto da un certo intento didascalico. Prresentato a Cannes a Un certain regard. Voto 6BUON ANNO_ Frame - 01
Ma scusate, perché cambiargli il titolo in Buon anno Sarajevo quando è stato presentato al festival di Cannes ultimo scorso come Children of Sarajevo, Figli di Sarajevo, che suona assai più pertinente rispetto alla storia raccontata? Che poi in origine, in bosniaco, fa solo Djeca, Figli. Oltretutto si rivolge a una nicchia di cinefili, non certo alle platee popcorn, dunque risulta inutile e superflua ogni astuzia di marketing. Chi vuole andarselo a vedere ci va comunque, chi cerca solo il cinema facile non ci andrà mai, il titolo è ininfluente. Dicevo di Cannes. È lì che l’ho visto, lo davano a Un certain regard, la seconda sezione dopo il concorso principale, in una Salle Debussy non proprio affollatissima. Per dirla tutta, non mi fece gridare al miracolo questo pur dignitoso e lodevole film di ottime intenzioni su due orfani nella Sarajevo di oggi, pacificata ma non priva di tensioni. Lei, Rahima, 23 anni, caparbia, iper-responsabile, lavora nelle cucine di un ristorante ed è quasi interamente dedicata al fratello minore Nedim, 14 anni, diabetico, tendenza a mettersi nei guai. Lo sorveglia, lo protegge come e anche più della madre che hanno perso bambini per colpa di un cecchino durante il maledetto assedio della città. Son stati in orfanotrofio, non ne vogliono più sapere. Soprattutto Rahima, che per tenersi accanto Nedim e non farselo portare via in qualche collegio è disposto a lottare. Intorno, una Sarajevo che ha rimesso insieme i cocci, ma come percorsa da oscure minacce, come collocata su una faglia che prima o poi potrebbe riaprirsi e destabilizzare tutto. Questo senso di sospensione e precarietà è la cosa migliore di Children of Sarajevo, accentuato da video-inserti del tempo della guerra. Perché per il resto si ripercorre molto onestamente ma senza troppe invenzioni il tracciato del film proletario e neo-neorealista su vite reiette e derelitte, soprattutto di giovani e bambini, così come si è configurato negli anni Duemila. Intendo il modello neodickensiano messo a punto dai Dardenne e replicato in decine di film che si son visti qua e là per festival e qualche volta arrivati anche in sala. Stando al 2012, mi viene in mente Sister di Ursula Meier, anche lì ci sono una sorella e un fratello minore (sì, lo so che poi c’è un colpo di scena, ma prescindiamone), benché la regista svizzera abbia uno stile più deciso e un proprio linguaggio cinematografico riconoscibile. Non si può dire lo stesso della pur brava Aida Begić, anni 38, bosniaca, che aveva vinto quattro anni fa con Neve la Settimana della critica a Cannes, la quale in Buon anno Sarajevo si attiene strettamente al paradigma dardenniano, compreso il forsennato uso della camera a mano a pedinare i personaggi, e l’abbondante ricorso al walk-and-talk onde incermentare il senso di verità o almeno la sua percezione nello spettatore. Difatti non riusciamo a non farci coinvolgere dalla storia di Rahima e Nader, anche se la costruzione drammaturgica ogni tanto latita: nell’equivoco, che è di tanto cinema di oggi, secondo cui l’immediatezza e la verosimiglianza (e la forma con la quale si cerca di restituirle) sono tutto e lo storytelling sia poco o niente. Buon anno Sarajevo sembra prendere una piega più decisa, e un ritmo più stringente, allorchè Nedim si mette nei guai menando un compagno di classe e rovinandone l’iPhone. Guaio grosso, perché trattasi del figlio di un pezzo grosso, un ministro, e Rahima si troverà a dover fronteggiare l’ostilità e la rabbia del potente, oltre che del personale della scuola e anche di qualche collega. Si ritrova isolata con il fratello, di cui scoprirà la vita segreta fatta di illegalità e pericolose derive microdelinquenziali. Finale aperto, mentre si festeggia l’anno nuovo a Sarajevo e i nostri due procedono verso un tunnel fin troppo metaforico.
Film che va visto più che per i suoi meriti cinematografici, per quanto ci mostra e fa capire di un universo abbastanza a parte come quello della Bosnia attuale. La convivenza tra più etnie sembra tranquilla, Rahima si trova a che fare – lei musulmana – con colleghi cristiani (festeggiano il Natale, preparano l’albero) che la rispettano. Però. Però non capiscono perché una ragazza giovane e carina come lei si porti quel velo in testa, e lei sorride e non si lascia andare a troppe spiegazioni, ma insomma intuiamo che per Rahima l’Islam è una scelta importante, che quel velo è un segno di dignità ritrovata, di una condotta di vita irreprensibile e votata alla difesa di solidi valori, la famiglia in primis. Ma quel velo è anche pretesto a scuola per i compagni di Nedim di bullizzarlo e prenderlo in giro, dettaglio che lascia intendere quali sotterranee tensioni alberghino ancora da quelle parti. Intorno a Rahima, un mondo che non è così trasparente come lei lo vorrebbe. Corruzione. Striscianti collusioni con una criminalità che si indovina forte, pervasiva, influente. Diseguaglianze abissali tra chi è ricco e potente e chi sta in basso nella scala sociale. Questo aspetto chiamiamolo cronachistico, sociologico, comunque extrafilmico, è in fondo il motivo vero per cui vale la pena non perdersi il film. Naturalmente a colpire di più noi spettatori non bosniaci, inutile nasconderselo, è il velo di Rahima, non subito ma voluto, segno di quanto la Sarajevo post bellica e post-jugoslava sia più islamizzata di decenni fa.
Quando poi a Cannes, a fine proiezione, è salita sul palco a ricevere gli applausi la regista,

La regista Aida Begić, 38 anni. A Cannes si è presentata al pubblico col velo islamico in testa.

La regista Aida Begić, 38 anni. A Cannes si è presentata al pubblico col velo islamico in testa.

abbiamo visto che pure lei esibiva fieramente il suo velo. Come per la sua protagonista Rahima, si tratta in tutta evidenza di una scelta, non di un’imposizione, e la platea cannoise, perplessa, non si capacitava di come una giovane donna carina, di successo, che fa la regista e porta un film lì nell’olimpo della Croisette, potesse mettersi quella cosa a nascondere i capelli. Ma come – era la muta domanda che molti si facevano -, l’élite culturale cui lei indubitabilmente appartiene non dovrebbe essere laica e opporsi a certi segni di arretratezza? Non dovrebbe spendersi per l’emancipazione femminile? Aida Begić, con il suo film e con il suo velo, ha spiazzato tutti, rimescolando molte certezze e instillando qualche dubbio. Children of Sarajevo ha poi ottenuto la menzione speciale della giuria di Un certain regard, girato molti altri festival, compreso quello di Pesaro, e vinto altri premi. Adesso l’uscita in Italia in pochi cinema (qui a Milano lo danno al Palestrina). Sarà interessante vedere come reagirà il pubblico a un film come questo non esattamente mainstream.

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