Recensione. LA BOTTEGA DEI SUICIDI: non riesce la via francese al cartone dark

BS 001La bottega dei suicidi – Trapassati o rimborsati. Regia di Patrice Leconte. Tratto dal romanzo di Jean Teulé. Musiche di Étienne Perruchon. Francia 2012.BS 003 vol oiseau
Non è per grandi, non è propriamente per piccini, ma allora questo cartone con molte pretese a chi si rivolge? Storia dark su una famigliola che campa vendendo kit mortiferi agli aspiranti suicidi, finchè non gli arriva in casa un figlio con insopprimibile tendenza all’ottimismo. Tetro nella prima parte, senza nemmeno il riscatto del grottesco o dell’ironia folle. Melenso nella seconda (che è pure peggio). Voto 4 e mezzoBS 004
Fallisce la via francese animata alla commedia nera, anzi nerissima. Bisogna avercela dentro, nel cosiddetto dna, come gli inglesi e certa parte d’America, sennò meglio lasciar stare. In questo cartone poi non c’è Tim Burton (dico, il Tim Burton dei tempi belli, mica quello scassato di adesso), alla regia c’è sì l’ottimo Patrice Leconte che ci ha dato cose assai rispettabili come La ragazza sul ponte e Il marito della parrucchiere, ma che non si capisce cosa c’entri con il black humor o aspirante tale, e che non c’ha la mano per certe cose. Risultato a dir poco deludente, anche qua e là imbarazzante. Non conosco il romanzo da cui è tratto, ma il film dà l’impressione di un racconto incerto e pieno di buchi, con un’idea di partenza che tale rimane e non dà mai vita a una narrazione degna di questo nome (succede spesso al cinema, tanto per restare in Francia penso al sopravvalutatissimo The Artist). L’uscita in Italia è stata accompagnata da una qualche polemicuccia, dopo che l’apposita commissione aveva deciso di vietare il film ai minori per via della crudezza con cui vi si rappresenta il suicidio. Potete immaginarvi l’indignazione delle anime belle e delle vestali del politicamente corretto al grido ‘la libertà d’artista non si tocca, e i diritti dell’infanzia ancora meno’. Non ho nessuna voglia di unirmi al coretto degli indignados, anche perché il film non mi è piaciuto. D’accordo, zero censure al cinema, ci mancherebbe. Però mi son chiesto, vedendo La bottega dei suicidi: se avessi un figlio piccino lo porterei a vederlo?
In tutta onestà, e senza ciurlare nel manico, la risposta è: no, non ce lo porterei proprio. Datemi pure del bacchettone, ma questa storia di una famiglia che campa con una bottega (ormai centenaria) che vende strumenti di morte agli aspiranti suicidi è disturbante davvero, e nel senso peggiore. Sì, lo so che i bambini trafficano con la paura, i fantasmi, l’orrore, che molte favole a loro dedicate in realtà sono racconto gotici cupissimi ecc. ecc. Però, perdonate, qui si vede gente distrutta dalla vita che acquista il cappio e poi si appende, che trangugia veleni e rimane stecchita, che si butta sotto le macchine e i tram, che soffoca sigillandosi la bocca con nastro adesivo, che si fa saltare le cervella con una pallottola. No, non è uno spettacoo divertente, e nemmeno, se è per questo, istruttivo e formativo, perché non ci sono particolari filtri (il grottesco, l’ironia, il paradosso, altro), o non abbastanza, a distanziare la bruta realtà, presentata piattamente e bruscamente per quella che è. Non c’è leggerezza, non c’è grazia. La famiglia Tuvache da generazioni tiene un premiato negozio che vende l’occorrente a chi voglia togliersi la vita. Meglio farlo in casa, in privato, giacchè nella cupa città in cui si vive nel film (e si muore) le autorità proibiscono quale grave reato l’uccidersi negli spazi pubblici. Lui, il signor Tuvache, di nome fa Mishima (come lo scrittore giapponese che si squarciò le budella nel rito del seppuku), lei Lucrezia, come la signora Borgia, essendo specializzata in preparazione di veleni letali, che cura e confeziona come fossero prodotti di alta profumeria. Anche i due figli hanno nomi allusivi. Lei, ragazzotta polposa molto dark, si chiama Marilyn (come Monroe, ovvio), l’odioso ragazzetto invece Vincent (come Van Gogh). Gli affari procedono alla grande, di disperati all’ultimo stadio ce n’è sempre, e la loro processione nella bottega è roba da stringere il cuore, altro che divertirsi perché tanto è un cartone animato e dunque allegria! Certe facce, certi corpi devastati dall’infelicità, dalla vecchiaia, dalla malattia. Ma siccome gli autori ci tengono tanto a farci la predica e la morale, e a farci pensare positivo, ecco che arriva in famiglia il terzo figlio, Alan, il quale si dimostra subito un ribelle al conformismo dell’infelicità che domina in casa e fuori. Ride, è un inguaribile ottimista, apprezza il profumo della vita come gridava quell’anziano signore (TG) nel commercial più brutto della nostra vita. Sicchè a questo punto il film prende un’altra piega, si configura (ma perché mai?) come la ribellione del figlio Alan (chiamato così, spiega lo scrittore Jran Teulié, come Alan Turing, l’inventore del computer che si suicidò con una mela cosparsa di cianuro) contro i genitori e contro la società che lo vorrebbero triste come gli altri. La Luce contro la Tenebra. L’Ottimismo contro la Tetraggine. Non vi dico come finisce, ma potete immaginarlo. Dico solo che questa seconda parte, così predicatoria e intrisa di buoni sentimenti alla melassa, è semplicemente tremenda, che vien quasi da rimpiangere la prima con tutti i suoi strumenti di morte e le sue mestizie, che almeno una qualche coerenza narrativa ce l’aveva. Quando il film abbandona la sua parte dark, quasi pentendosi di se stesso e facendo ammenda, di fatto autosabotandosi, si inabissa definitivamente. Nemmeno la grafica è granchè. Le figurine dei protagonisti non si fanno voler bene, restano abbozzate e sommarie, l’unico personaggio caruccio è la figlia un po’ cicciosa (la scena in cui lei nuda fa la danza del ventre e del velo è tra le poche cose sopportabili del film). Di buono c’è il design della città, debitamente minacciosa e gotham-esque, e anche un po’ Metropolis-Fritz Lang, che funziona sempre. Non memorabili le musiche di Étienne Perruchon che dovrebbero trasformare questa favola nera in musical e non ce la fanno ad azzeccare un pezzo che si imprima nelle nostra testa.

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