Film stasera sulle tv gratuite: HERO di Zhang Yimou (giovedì 10 gennaio 2013)

Hero, Cielo, ore 21,10.
21361_gal1358_gal7964_galIl film che insieme a La tigre e il dragone ha rilanciato in serie A e sui mercati d’Occidente il wuxiapian, il genere cinese di cappa e spada, storia (poco o tanta), arti marziali e acrobazie. Uno dei domini cinematografici più spettacolari e avvolgenti, come il peplum, come il western. Hero, mega-super-produzione made in China (Pechino, non Hong Kong) del 2002, è stato distribuito dalla Miramax negli Stati Uniti e ha fatto inaspettatamente il botto al box office, grazie anche all’apporto di Quentin Tarantino in fase di promozione. A rendere assolutamente autoriale questo film di enorme spettacolarità è che alla mdp c’è uno degli uomini che hanno fatto grande il cinema asiatico, uno dei padri fondatori di quel cinema cinese che ha conquistato premi in mezzo mondo, Zhang Yimou. Sì, il regista di Lanterne Rosse e di Non uno di meno, qui a una delle tante, incredibile giravolte della sua carriera. Un regista camaleonte, di formidabile mestiere ed eclettismo, capace di passare con sovrana maestria e distacco (si tratta di cinismo o di zen?) dal cinema formalista-manierista (Lanterne rosse per l’appunto, film che ha fatto sdilinquire generazioni di redattrici di moda per la sua sfolgorante bellezza) a quello di impegno neo-neorealista (La storia di Qiu Ju) fino ai wuxiapian, questo Hero e i meravigliosi, successivi La foresta dei pugnali volanti e La città probita, tre titoli di incredibile virtuosismo. Si dovrà pure un giorno o l’altro decifrare il percorso di Zhang Yimou, che ha girato di tutto e attraversato di tutto (l’ultimo suo film che ho visto, A Woman, a Gun and a Noodle Shop, del 2009, è una commedia nera qua e là volutamente grossolana, addirittura remake di un film dei Coen), arrivando perfino a curare l’imponente cerimonia d’apertura delle Olimpiadi di Pechino. Tanto che qualcuno lo accusa di essere un autore di regime. Figura complicata, Zhang Yimou. Ma intanto godiamoci questo Hero, che mette insieme una quantità impressionante di star del cinema cinese, Jet Li e Tony Leung, più le due signore Maggie Cheung (sempre una meraviglia) e Zhang Ziyi. Due secoli avanti Cristo, in una Cina dilaniata dalle lotte senza tregua tra più regni, un eroe senza nome (come il Clint Eastwood di Sergio Leone) si reca alla corte del re Qyi. Dice di essere un amico, rievocherà la proprie imprese di uomo di spada e arti marziali, si scontrerà, vincerà. Diventerà sempre più prossimo al re, finchè si scoprirà il suo segreto. Un sontuoso spettacolo come il cinema d’Occidente ormai non ci sa può dare, nemmeno quello ricchissimo di Hollywood (è che qui ci sono ancora le masse a basso costo a disposizione, non solo gli effetti digitali). Hero è di una tale bellezza e perfezione, con quella pienezza cromatica, con i duelli che si fanno danza, con la composizione squisita delle immagini e delle scene, che se ne resta soggiogati, e quasi persi in una sorta di Sindrome di Stendhal in versione cinematografica. Uno spettacolo grandioso che fa intravedere non solo la potenza del cinema cinese, ma anche la potenza tout-court della Cina nascente, anzi risorgente.

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