Recensione. QUELLO CHE SO SULL’AMORE: le otto ragioni per cui il film di Muccino non funziona

pQuello che so sull’amore (Playing for Keeps), regia di Gabriele Muccino. Con Gerard Butler, Jessica Biel, Catherine Zeta-Jones, Uma Thurman, Dennis Quaid, Judy Greer.p
Non sa che direzione (narrativa) prendere. Punta sul calcio in un paese (gli Usa) che non lo ama. Ripropone la romantic comedy mentre il genere è in declino. Esagera in sentimentalismo. Tutti i motivi per i quali il terzo film americano di Muccino non decolla, anzi sprofonda. Voto 4 e mezzop
Brutto, non ce n’è. Il terzo film americano di Gabriele Muccino, Quello che so sull’amore, il primo senza Will Smith (e si vede), non funziona proprio. Se in America i critici l’hanno maltrattato e il box office piange – solo 12 milioni di dollari nonostante il lancio iniziale in oltre duemila sale – una ragione c’è, anzi ce n’è più d’una, come cercherò di elencare. Intanto, breve compendio di quanto succede in Quello che so sull’amore (titolo così generico che lo si potrebbe applicare a centinaia di altri film, e che di questo non dice e spiega nulla): George Dryer, ex calciatore scozzese ormai fuori dal giro e senza più soldi, va ad abitare in Virginia per stare vicino al figlio e alla moglie da cui è separato. Vuol finalmente provare a fare il padre, dopo essere stato assente per troppo tempo, e riconquistare la fiducia del rampollo. Finirà quasi per caso ad allenare la baby-squadra di calcio di cui fa parte il figlio, e mentre insegna in calzoncini a tirar rigori e fare serpentine in campo diventa il ghiotto oggetto del desiderio di alcune mamme variamente depresse e/o frustrate. Ma provate a indovinare come andrà a finire. Adesso, procediamo con le otto ragioni per le quali, in my opinion, questo film americano di Muccino non decolla.
1) Due storie che non stanno insieme. Pare che l’intenzione dello sceneggiatore fosse di scrivere un film tipo Shampoo di Hal Ashby, cultissimo anni Settanta in cui un Warren Beatty parrucchiere sexy diventava il toyboy delle sue ricche clienti. Naturalmente stavolta con Gerard Butler rude footballer al posto di Beatty. Idea non male, solo che qui quella del maschio concupito dalle sciure della zona diventa una sottotrama che cozza e stride con quella principale iperbuonista del papà che vuole riconquistare figlio e moglie. Decidiamoci. O raccontiamo di uomini-sextoys o di affetti familiari da ricomporre.
2) Troppi zuccheri. Attenzione, il tasso glicemico va abbondantemente oltre il consentito. Le scene tra papà e figlio sono di uno sdilinquimento che non si regge. Muccino gira con mestiere sicuro, mica ci fa fare brutta figura all’estero. Però non riesce ad asciugare quel tocco troppo sentimentale e, ebbene sì, troppo mediterraneo-italico.
3) Non si decide tra pubblico femminile e pubblico maschile. L’impianto-base di Quello che so sull’amore è da romantic comedy, non ce n’è, quindi il film parrebbe rivolgersi soprattutto al pubblico femminile. Però si cerca di fare i furbi e di acchiappare anche i maschi con un protagonista ex campione di calcio. Risultato, Quello che so sull’amore non convince nè le donne nè gli uomini.
4) Il calcio in America non funziona, e da noi neanche questo calcio. Ma chi ha avuto la brillante idea di realizzare in America un film su un giocatore di calcio, che là sappiamo benissimo essere uno sport minore, magari in ascesa ma sempre minore, e diffuso soprattutto tra gli ispanici? Che poi nella squadretta allenata da George Dryer/Butler oltre ai ragazzini gioca pure una bambina di nome Samantha. Vero, negli Usa il calcio femminile ha un suo seguito, lo praticava pure Chelsea Clinton. Ma vi par possibile proporre a noi italiani un film con una squadra, pur se di minori, in cui c’è anche una bambina con tanto di treccia? Con il calcio e le sue tradizioni in Italia non si scherza, e nel resto dell’Europa anche. E chiamatelo pure maschilismo.
5) Gerard Butler non è una star. Intendiamoci, è bravo, ha la faccia e il fisico giusti per il personaggio. Come ex calciatore della Premier League è credibile, in certi momenti assomiglia perfino a Eric Cantona. Ma la domanda è: che appeal ha Butler sul grande pubblico? Quale è la sua caratura di star acchiappaspettatori? Bassa, purtroppo. Mica è Will Smith, George Clooney o Tom Cruise. Che poi, diciamolo, Butler il suo meglio lo dà quando può esibire i muscoli, vedi 300, invece qui lo tengono quasi sempre vestito, errore capitale.
6) L’annus horribilis della romantic comedy. Quello che so sull’amore è quello che è, però va anche detto che ha avuto la sfortuna di incappare in America nell’anno peggiore per le romantic comedy, un disastro via l’altro al box office. Un genere che il pubblico sta rigettando, forse obsoleto. Sono andati male – scrive il sito Mojo Box Office nel suo bilancio di fine 2012 – non solo il film di Muccino, ma anche Che cosa aspettarsi quando si aspetta e The five-year engagment. Perfino l’acclamatissimo Il lato positivo (Silver Linings Playbook), che ha vinto a Toronto e oggi si è preso ben otto nomination ai prossimi Oscar, sta marciando sotto le previsioni. Delude al botteghino anche il re della nuova commedia Judd Apatow con il suo Questi sono i 40.
7) Dennis Quaid. Inquartato, imbolsito, gonfio, in preda a irrefrenabile e isterico overacting: Dennis Quaid è ormai un flagello per i film in cui appare. Oltretutto si ostina a fare, o si ostinano a fargli fare, la parte del macho invecchiato che però non molla ed è sempre a caccia grossa di fica. Replica anche qui, e non lo si può guardare. Solo nell’ultimo anno l’abbiamo visto in At any time (presentato a Venezia in concorso), Che cosa aspettarsi quando si aspetta, The Words. Adesso in questo film di Muccino. Una mina vagante. Chiamate gli artificieri.
8) La faccia troppo liscia di Uma Thurman. Una delle donne più belle, più diversamente belle potremmo dire, non convenzionali del cinema ci mostra in questo film una faccia liscia coma una maiolica, occhi sbarrati, una raggelante assenza di rughe e altri umani segni e umanissime imperfezioni. Non sappiamo se anche lei abbia ceduto all’insana passione del ritocco, se ci siano sotto bisturi o punturine, certo che a vederla il sospetto viene e non riesce ad andare via. Tu quoque, Uma.

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