Recensione. DJANGO UNCHAINED: storicamente rozzo, raffinatamente citazionista e cinefilo. Il solito Tarantino.

DDDjango Unchained, regia e sceneggiatura di Quentin Tarantino. Con Jamie Foxx, Leonardo Di Caprio, Christoph Waltz, Samuel L. Jackson, Jonah Hill, Kerry Washington, Don Johnson, Franco Nero.django4
Il solito, vertiginoso gioco citazionista di Tarantino, che stavolta pesca dall’italian western più sadico ed estremo, ma anche dai lager-movies italiani anni ’70, dalla blaxploitation di pupe e machos neri, dal sottovalutato e mai dimenticato Mandingo produzione De Laurentiis. Tutto per imbastire il suo cinema della crudeltà e dell’efferatezza, stavolta raccontando di uno schiavo e del suo liberatore alla caccia di perfidi negrieri nel profondo Sud. Ma per favore, non prendiamolo per un film serio su schiavismo e abolizionismo. Tarantino va giù pesante e non senza grossolanità, mica è uno storico: a lui interessa lo spettacolo, e anche stavolta ci riesce. Però la prossima volta cambi format e la smetta di rifare se stesso, grazie. Voto 7+

Jamie Foxx con Franco Nero, il Django del film di Sergio Corbucci, qui in un ruolo-cameo.

Jamie Foxx con Franco Nero, il Django del film di Sergio Corbucci, qui in un ruolo-cameo.

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Confesso, ho rimandato per giorni e giorni di scrivere di questo Tarantino che mi ha suscitato reazioni ambivalenti, che mi è piaciuto però no, forse più no che sì. Forse. È che oscillo tra il like e il dislike, e non riesco a decidermi dove fermare il pendolo. Lo capirò meglio alla fine di questa recensione, perché la scrittura è anche un esercizio e un processo di chiarificazione del pensiero. Di sicuro noi spettatori, anche i più complici e solidali, cominciamo a essere stanchi del parco-giochi del nostro un tempo adorato Quentin, di quel suo eterno bric-à-brac di ex commesso sfigato di uno sfigato videoshop di un qualche buco losangelino ipnotizzato dai più sgualciti VHS buttati sugli scaffali, dai più trucidi e truculenti B e Z-movies. Lui si diverte ancora molto, ma noi? Noi che ormai sappiamo già quel che ci aspetta non appena ci viene annunciato soggetto e genere (cinematografico) ispiratore del Tarantino prossimo venturo. Il format, la formula, la ricetta è, soprattutto da Kill Bill in avanti, sempre la stessa, e sempre allo stesso modo applicata. Direi ritualmente (anche ossessivamente, compulsivamente, scaramanticamente) applicata. Buoni e Cattivi il più delle volte nettamente divisi e contrapposti senza la minima zona grigia intermedia, e ripescati da un qualche archivio delle grandi narrazioni popolari e ricalcati su personaggi già ampiamenti conosciuti e odiati e amati, fatti agire all’interno della rigida cornice linguistica e stilistica di un genere cinematografico codificato, meglio se de-genere, lurido, sporco e basso, con abbondanti citazionismi e clin-d’oeils, vezzi e rifacimenti postmodernisti. Tutto, perché sia tarantinianamente nuovo, dev’essere rigorosamente già visto e già sentito. Il resto sono dialoghi meravigliosamente scritti, una conduzione (degli attori, del racconto) energica e travolgente, un’inesausta energia, uno stupore quasi infantile di fronte al cinema come macchina delle meraviglie. Un modello così perfettamente affinatosi nel tempo e nella pratica da essere ormai replicabile all’infinito, e noi ormai siamo in  grado di immaginarne i cloni ad occhi chiusi. Tant’è che Tarantino è passato dalla citazione di universi filmici altrui all’autocitazione e autoclonazione, alla pura autoreferenzialità, al manierismo più narciso. In Inglorious Basterds e in questo Django Unchained si segnala un’ulteriore aggiunta al cliché, se non proprio una novità (nuovo e suoi derivati son parole inadatte alle opere del nostro): il confronto con la Grande Storia, nei Bastardi la WWII e l’Olocausto, qui lo schiavismo del profondo Sud americano pre-guerra di Secessione. Storia che Quentin usa a manipola sfacciatamente come ogni altro materiale del suo parco-giochi, come un altro dei tanti oggetti del suo trovarobato, fregandosene di ogni coerenza, fedeltà e attendibilità. Figuriamoci, in Bastardi arriva a far morire Hitler nell’incendio (dolosissimo) di un cinema parigino, mica nel bunker berlinese. Sarebbe dunque un errore prendere Django Unchained come la ricostruzione storica di una pagina nera degli Stati Uniti, trappola in cui invece son caduti in molti: quelli che hanno salutato il film quale opera coraggiosa pro-black e quasi militante e quelli che invece, come Spike Lee, l’hanno accusato di uso e abuso di stereotipi razzisti, e di aver riusato e risdoganato l’innominabile parola chiamata dalla anime virtuosamente e politicamente corrette N-word, insomma: negro. Entrambi, ammiratori e detrattori, incorrono nello stesso equivoco, quello di credere che Tarantino faccia sul serio. No, signori, non lo fa. In tutta evidenza se ne sbatte di ciò che furono lo schiavismo e il successivo abolizionismo, a lui quello instaurato dai padroni del Sud interessa solo come universo quasi concentrazionario di sopraffazione e violenza in cui inscrivere il suo teatro (e cinema) della crudeltà, della brutalità, della ferocia, dei corpi uccisi e smembrati e torturati, del sangue. Nelle sue oltre due ore e mezza il film mica è un trattato, è piuttosto un interminabile sogno, un incubo, un delirio, una visione, una estenuante ballata macabra di carnefici e vittime, di aguzzini e innocenti vilipesi, di sopraffattori e sopraffatti. Con tanto di repressioni e rivolte. Come nel pasoliniano Salò/Sade il vero riferimento è il divino Marchese, non la biblioteca storica sullo schiavismo e la neritudine conculcata. Scusate, ma vi pare sia il caso di prendere sul serio un character come il villain DiCaprio che fa combattere nel salone di casa due negri muscolosi fino alla morte del soccombente, fatto fuori dall’altro a martellate su istigazione dell’abietto padrone? Non nego che nella piantagioni del Sud siano successe cose del genere e magari peggio, ma presentare lo schiavismo come una degenerazione e una deriva sadica è in tutta evidenza una lettura assai soggettiva dei fatti.
A Tarantino interessa dar corpo ai propri fantasmi e procedere alla messinscena del sangue, mica altro, mica gli interessa produrre manifesti ideologici o politici o altre varie indignazioni. La sua operazione ricorda, pur se in versione alta, quella dei lager-movies italiani degli anni Settanta (o nazixploitation), genere che lui non ha mai detto di amare ma che di sicuro conosce, quello per capirci di film come SS Lager 5, l’inferno delle donne o Lager Ssadis Kastrat Kommandatur. Film che venivano dall’imbastardimento e dalla degradazione di prototipi di una certa nobiltà come La caduta degli dei di Visconti e Il portiere di notte di Liliana Cavani.
Scena iniziale, esterno notte: lo schiavo Django (Jamie Foxx) viene liberato dopo sparatoria e relativa carneficina dei negrieri dal tedesco dottor King Schultz (Christoph Waltz, strepitoso), sedicente dentista, in realtà di mestiere bounty killer. Vuole Django al suo fianco, perché è il solo in grado di aiutarlo a rintracciare tre carogne tra loro fratelli cui sta dando la caccia e da cui ricaverebbe una ricca taglia. Tra i due, il nero e l’uomo venuto dall’Europa, nasce un sodalizio che li porta alla cattura di parecchi ricercati, fino a che approdano nella ricca magione neocoloniale in puro stile Via col vento del ricco e sadico Calvin Candie (un Leonardo DiCaprio per la prima volta nel ruolo di villain): il quale tiene in schiavitù la moglie di Django (Kerry Washington). L’obiettivo, ovvio, è di liberarla e scappare con lei. Non rivelo niente, ci mancherebbe, dico solo che c’è un massacro finale, un uno-contro-tutti che Tarantino coreografa con una forza e una grazia magistrali davvero. La violenza è, come sempre nel suo cinema, e anche più di sempre, parossistica, con i colpi di pistola, fucile e mitraglia che prendono il posto delle arti marziali di Kill Bill.  Stavolta il genere cinematografico di riferimento, quello da cui Quentin mutua modi e stilemi e vezzi, è lo spaghetti-western più sporco e sozzo, il più marcio e fradicio e brutale, quello del Django di Sergio Corbucci, anno 1966, dove il protagonista si muoveva nel fango trascinandosi una bara con dentro una mitragliatrice, vedendosela con un clan di feroci signorotti che lo martoriavano, lo torturavano, gli spappolavano la faccia e le mani. Del resto, tutto l’italian western è assai più estremo e radicale nello scatenamento degli istinti e della ferinità umana del suo corrispettivo hollywoodiano alla John Ford. Del film di Corbucci Tarantino fa citazioni precise e puntuali, nonostante qualche critico, anche illustre, abbia scritto che le parentele spunterebbero solo alla fine. Mica vero, non solo perché il protagonista porta quel nome lì e non un altro, non solo perché durante i titoli di testa risuona il title-song firmato Luis Bacalov di Django, ma perché alcune scene sono rifatte quasi filologicamente. Kerry Washington presa a frustrate sulla schiena viene dalla Loredana Nusciak legata e brutalizzata di Django, per non parlare della banda degli incappucciati che esisteva pari pari in Corbucci (solo che là i cappucci erano rossi, non bianchi). La lunga traversata di Django e Schultz a cavallo della praterie ghiacciate è esplicito omaggio a un altro meraviglioso western di Sergio Corbucci, Il grande silenzio, con un Trintignant incongruamente (e genialmente) immerso nella neve. Ma spuntano altri generi di riferimento, anche se meno esplicitamente dichiarati. Non solo i lager-movies di cui si diceva, ma anche la blaxploitation americana primi anni Settanta, quella dei film di machos e pupe neri destinati al mercato afroamericano, e il filone che si generò dal Mandingo di Richard Fleischer prodotto da Dino De Laurentiis. I combattimenti tra neri Mandingo, l’etnia africana considerata dai padroni schiavisti la più forte, che vediamo in Django Unchained vengono proprio da quel film e da quel filone così disprezzati a loro tempo dai critici e così amati dalle platee popolari. Da lì e dalla blaxploitation derivano anche la celebrazione e il culto del corpo maschile nero così evidenti in questo Tarantino. Corpi avvinghiati nella lotta a esibire muscoli scolpiti irrorati di sudore e sangue, perfino blocchi marmorei di lottatori in casa del cattivo padrone Candie, ancora, corpi appesi ed esposti e torturati e voluttuosamente accarezzati dalla macchina da presa. Anche i corpi femminili hanno la loro parte, ma è la carnalità macho-mandinga a dominare, trasformando il film in un possibile oggetto di culto queer. Il meglio di Django Unchained sta però nei dialoghi, così ben scritti, ambigui, sottili, allusivi, sinuosi, da lasciare incantati. Il confronto in sottofinale tra Schultz e Candie è da rimanere a bocca aperta, il cazzeggio degli incappucciati che se la prendono con chi ha confezionato cappucci così scomodi è incongruo quanto irresistibile. A valorizzare il verbo di Tarantino (che, in my opinion, è prima di tutto un grande sceneggiatore e dialoghista) è soprattutto Christoph Waltz con il suo accento vagamente teutonico che si inerpica sulle ampollosità e volute del testo con lo stesso impegno con cui affronterebbe Shakespeare o Schiller. Onore a Samuel L. Jackson, irriconoscibile e strepitoso nel personaggio meno scontato e più ambiguo di tutti, quello del nero che governa con pugno di ferro la servitù di colore dello spietato Candie/DiCaprio, il corrispettivo di quello che erano i kapò nei campi di sterminio nazisti, l’oppresso che passa dalla parte dell’oppressore e si fa suo complice e strumento. Qui Tarantino, che per il resto del film conduce il suo discorso sulla schiavitù con rozzezza e grossolanità, badando soprattutto agli effetti e effettacci drammaturgici e spettacolari, riesce a entrare nella zona grigia e a raccontarci di come il Bene talvolta si possa corrompere e mettere al servizio del Male. Alla fine, anche grazie a iniezioni di intelligenza come questa, Tarantino vince la sua scommesa, ci travolge di nuovo e ci fa dimenticare per un po’, ma non troppo, il sapore di déjà-vu del suo gioco citazionista. Però, se la prossima volta cambia la ricetta mica ci spiacerebbe.

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24 risposte a Recensione. DJANGO UNCHAINED: storicamente rozzo, raffinatamente citazionista e cinefilo. Il solito Tarantino.

  1. heuresabbatique scrive:

    perché dovrebbe smettere di fare se stesso, quando è già grandissimo così?perchè è ripetitivo?c’è chi ci lavora nella ripetizione e lo fa anche bene .Per quanto riguarda lo schiavismo perché non cetra?è il tema centrale dell’opera.Il Sgfrido Nero, l’uomo povero che da libero dopo essere stato liberato libera la sua bella.Non è una figata?

    • luigilocatelli scrive:

      penso che lo schiavismo, come la guerra antinazista in Basterds, sia un pretesto per Tarantino, una cornice in cui infilare il suo racconto che è più mitico (sì, Sigfrido) che storico

    • Gabriele scrive:

      da un film di tarantino non mi aspetto di certo qualcosa di diverso da quello che ho visto, e quello che vedo mi soddisfa sempre….sono un sempliciotto, vabè, ma il suo modo di fare film a me piace (con bastardi senza gloria mi ha lasciato un pò di amaro in bocca…non è bruttissimo, per carità, ma non è neanche il migliore che abbia fatto, ecco)

  2. heuresabbatique scrive:

    si ci può stare, anzi ci sta però io non lo vedo così distane dal suo “pretesto”, anzi.

  3. Gustavo scrive:

    Tanti complimenti per lei come critico, blog per me ormai obbligatorio. Il suo commento sull’accento di Waltz mi ha incuriosito: dove lei riesce a vedere il film in lingua originale ? Premetto che non sono italiano, sono brasiliano e vivo a Verona, considero una delle cose più insopportabile del cinema in Italia é il doppiaggio. Nei film di uno come Tarantino, dove il confronto tra accenti, espressioni, toni di voce, stereotipi di linguaggio, il doppiaggio diventa ancora più insopportabile. Perdere l’accento di Waltz, la cantilena sullista di Di Caprio, l’inglese degli schiavi é perdere quasi metà film. Sinceramente non capisco come pocchissiminitaliani si rendano conto di questo. L’abitudine é veramente una brutta bestia. Complimenti ancora e grazie.

    • luigilocatelli scrive:

      l’ho visto in originale qui a Milano all’anteprima per giornalisti, molti film li vedo anche ai festival, dove ovviamente non sono doppiati

    • Frank77 scrive:

      A proposito del doppiaggio di Di Caprio bisognerebbe avvisare i doppiatori che non ha più 18anni,e che continuare a farlo parlare come un ragazzino è un po ridicolo.

    • LaBisa scrive:

      Premetto che il film in lingua originale è sempre migliore del film doppiato, soprattutto quando gli attori sono bravi come in qiesto caso e questo perchè parliamo di recitazione, che è una scoperta di noi stessi, è parte di noi ed esprime noi stessi. È impensabile che un doppiatore possa coprire tutte le intenzioni di un attore, in particolare se eccezionalmente bravo. Detto questo, i doppiatori italiani sono i migliori nel mondo. Definire il doppiaggio insopportabile, signifca non conoscere il mondo del doppiaggio. I doppiatori sono attori che ridono, piangono, soffrono, saltano, corrono con gli attori. Ne studiano le sfumature, lo sguardo…ne colgono le emozioni. Il doppiatore non è un manichino che legge un copione. E fa tutto questo in tempi sempre più ristretti, purtroppo. Inoltre, Di Caprio non ha più 18 anni, no…neppure il suo doppiatore ha più 18 anni ed è lo stesso da Titanic. Onore ai doppiatori italiani, attori professionisti dietro ad un leggio. In tv ci tocca vedere attori cani…io trovo questo insopportabile e non capisco come questo passi inosservato. Italiani, bravi criticoni senza sapere nulla.

      • Gustavo scrive:

        Cara LaBisa. Penso che mi hai frainteso. Vediamo:
        1) Siamo d’ccordo con la tua premessa: il film il linguea originale sottotitolato é superiore a quello doppiato.
        2) Questo INDIPENDENDE della qualità del doppiaggio.
        Ho definito insopportabile la presenza TOTALE di coppie dopiate in Italia, praticamente NON esiste scelta.
        Non c’entra niente la qualita del doppiaggio o dei doppiatori.
        Io vengo da un paese – Brasile – con una qualità di doppiaggio tanto alta o migliore di quella italiana. Però il doppiaggio si limita ai film quando esibiti in TV. Al cinema NON ci sono coppie doppiate, indipendente di una qualità di doppiagio che potrebbe essere altissima.
        COncludo: onore si ai doppiatori italiani. Bravissimi. Vogliamo coppie in lingua originale distribuite in maniera più difusa.

        • LaBisa scrive:

          Ti ringrazio per il chiarimento. Penso che sia giusto dare la possibilitá agli spettatori di scegliere e infatti vengono proiettati sempre più spesso film in lingua originale che io scelgo di non vedere o, se scelgo di farlo, è perchè l’interpretazione italiana non mi ha convinto. Il doppiaggio è un’arte sempre meno riconosciuta purtroppo e questo a causa della smania di criticare e della poca conoscienza a riguardo. Non è riferito a te, ma il tuo commento mi sembrava un buono spunto per poterne discutere.

  4. Frank77 scrive:

    Il film non l’ho ancora visto,ma c’è da dire che il genere western ha sempre avuto più a che fare con la mitologia che con la storia.

  5. Ismaele scrive:

    mi sembra che la prima parte sembra una copiatura, in certi tratti, più di una citazione, di “Addio zio Tom”, di Jacopetti e Prosperi

    le cose belle sono molte, e per farcele capire meglio Tarantino è apparso “recitando”, tutto il resto è meglio.

  6. massimo scrive:

    ..ragazzi come la mettiamo con la testa esposta in bella vista di Nefertiti ( scoperta nel 1912)? menre correva l’anno 1858? …..piccolo svarione storico…….. 🙂

    • Gabriele scrive:

      sulla pagina di wikipedia del film c’è la lista dei “svarioni storici” che non è solo nefertit…penso che sono stati volutamente fatti e sfruttati visto che non sono importanti ai fini della riuscita del film, ma, anzi, caratterizzano ancora di più i personaggi (sempre da wikipedia, vedasi la dinamite, gli occhiali da sole o la birra)…

  7. Holan scrive:

    bho stare ancora qui nel 2013 a parlare di veridicità storica riguardo un film di Tarantino è da incompetenti, scusate. Sin dal primo “cani da rapina” ambientato alla fine degli anni 80 sembra di vivere una storia degli anni 50. Sin dal principio Tarantino ci ha portato in un mondo surreale dove alcune leggi sono storpiate e altre totalmente diverse. ( Il quadratino disegnato a schermo da Uma Thurman in Pulp Fiction ne è una chiara metafora) il tutto raggiunge il suo apice in Bastardi Senza Gloria dove viviamo una sorta di storia alternativa. Il cinema di Tarantino è cinema che parla di cinema, il western di Tarantino è un western che parla del West “cinematografico” possibile che ci sia gente che ancora non riesce a capirlo e che puntualmente esclama “e ma Hitler non è mica morto così”. Sapete però qual’è la beffa più grande che i recensori mediocri non riescono a capire è che le dimensioni “alternative” di Tarantino raccontano la realtà molto più fedelmente del 90 % di tutto quel cinema che ha la presunzione di farlo. Ecco perchè un film come Lincoln non varrà mai neanche un unghia di un Django. A Lincoln manca tutto quello che ha Django ma sopratutto fa da palco scenico ad uno dei falsi storici più diffusi nella società Americana. Ma francamente ai così detti “nordisti” gliene fregava veramente qualcosa dei neri schiavi del sud, ma per favore. Non gliene fregava un emerito cazzo. Il punto era: come possiamo colpire gli stati del sud nel loro punto più debole? Semplice: colpendo la loro forza lavoro. E via giù di propaganda sui diritti, gente che si commuove e Lincoln incoronato eroe dell’america libera.
    Il solito mediocre film di Spielberg fatto da americani per americani.
    Ovviamente non giudico con “mediocre” il lato tecnico-artistico del film comunque a livelli elevatissimi, ma il fatto che è un film disonesto tutto qui.
    E per finire cazzo se lo schiavismo è il tema centrale di Django, altro che cornice. E lo tratta come nel 2013 si deve trattare il problema: se c’è ancora gente che si sente autorizzata a definire una razza inferiore ad una altra negli anni 2000 deve essere deriso, umiliato, non c’è spazio per il dialogo su una questione del genere, chi la pensa in questo modo è un minorato mentale che ha solo da essere compatito. E questo Tarantino lo fa intendere alla grande.
    Lincoln invece, con la scusa del contesto storico, mantiene viva la discussione in un paese come l’america dove il razzismo è tutt’altro che una storia passata. Così facendo la giustifica e Spielberg non fa nulla per, in qualche modo pur restando contestuale alla trama, dire la sua.
    Da un personaggio “buono” del mediocre Spielberg non sentirete mai dire “negro” e questo la dice tutta sull’ipocrisia che sta dietro alla censura della parola.

    E’ la repressione di una parola che le da violenza, forza, malvagità [cit.]

    • Anonimo scrive:

      Caro/a Holan sono pienamente daccordo con il pensiero suesposto….. la grandezza di Tarantino nn è certo messa in discussione da un picciolo errore “storico”, anche se nn lo paragonerei al disorso di Hitler che …credo abbia una radice diversa….. comunque che gli americani siano degli “imperialisti/schiavisti impenitenti” è un fatto! A presto M

  8. Marco V. scrive:

    La recensione più dettagliata ed obbiettiva di “DJANGO UNCHAINED” che abbia letto. Grazie!

  9. croce e delizia scrive:

    Visto stasera. Bel fumettone, due ore piacevoli, ci sta anche la denuncia del razzismo, ma proprio non riesco a intravedere il capolavoro, anche se i film del nostro li ho visti tutti e credo di conoscerlo abbastanza bene. Forse perchè ho l’età per aver visto “Cuore selvaggio” nell’epoca in cui era uscito, e secondo me, in qualche modo, a Linch e in particolare a questo film Tarantino deve molto, anhe se inconsciamente. Ritengo “Le Iene” il suo capolavoro, seguito da “jackie Brown” che, accolto in sordina all’esordio, con gli anni ha manifestato la sua superiorità. Sono concorde con Locatelli sulla grandezza del Tarantino sceneggiatore e dialoghista. Registicamente mi attrae altro. Però l’obolo del biglietto lo pago ogni volta, sempre pronto a ricredermi.

    • Anonimo scrive:

      Una sola precisazione …che i gusti nn si discutano -…. è pleonastico pertanto……….. ma che Tu ( ti darei del Tu) nella tua elencazione dei Film “nn ricordi” il capolavoro per eccellenza PULP FINCTION, mi fa pensare che forse qualcosa di importante Ti sia sfuggito…Credo che PF sia un Film da fare veder nelle scuole……nessun altro Film, a mia memoria, riporta “insegnamenti” di tanto spessore…ovviamente in un contesto “tarantiniano” ma tantè……. grazie Massimo

      • croce e delizia scrive:

        Guarda, e parlo a livello personale, Pulp Fiction l’ho rivisto ultimamente e l’ho trovato invecchiato, mentre “Le Iene” ha mantenuto un’ottima vedibilità, e Jackie Brown rimane per me un capolavoro misconosciuto solo perchè apparso nel momento sbagliato (dopo Pulp ) e perchè è forse il film “meno tarantiniano” della serie. Personalmente, ai tempi Pulp non mi ha fatto impazzire: la frammentazione del racconto l’avevo già incontrata nell’ottimo “noodle-western” Tampopo (più vecchio di una decina d’anni, e dato che in America è molto apprezzato, scommetto che il nostro l’ha sicuramente visto), e lo sdoganamento della violenza era già stato operato in tempi non sospetti da Lynch, in particolare con “cuore selvaggio” (chissà perchè ora finito nel dimenticatoio). Comunque sono gusti, e non metto in dubbio la grandezza del Tarantino cinefilo, dialoghista e sceneggiatore, ma non sopporto l’aurea di intoccabile che gli è stata appioppata in questi anni, e appena trattieni l’incenso e ti scappa un “non mi fa impazzire”, vieni subito tacciato come un ignorante incolto, come se cent’anni di cinema (muto, sonoro, internazionale, a colori, in bianco e nero, cinemascope e via dicendo) fossero nulla di fronte al Grande Maestro. E non sopporto la legione di registini tarantiniani cresciuti in questi anni (soprattutto dopo Pulp) che si sono sentiti in diritto di sdoganare una violenza compiaciuta, furbetta, alquanto gratuita e qualitativamente assai inferiore rispetto al modello di riferimento. Un’altra considerazione riguarda le citazioni: in Grindhouse ho apprezzato moltissimo, tra le altre, il rifacimento paro paro di una scena de “L’uccello dalle piume di cristallo”, e mi rammarica pensare come molti registi italiani (Argento, ad esempio), considerati maestri oltreoceano, restino minori per la critica nostrana, mentre Tarantino, che li cita, li trasforma, li ricopia, li adatta, sia ormai un intoccabile… Mi viene un parallelismo in ambito musicale: se Zucchero, invece di inveire contro ogni accusa di plagio, si decidesse a far passare le sue composizioni come zeppe di “citazioni colte” che vogliono essere “un omaggio alla grande musica italiana e internazionale”, probabilmente sarebbe considerato un genio. Poi, Django mi ha divertito e non mi è dispiaciuto affatto, ma con tutto il rispetto per i fans più accesi, non mi riesce di vedere la madonna nel frigorifero.

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  11. La Calani scrive:

    Non avendo una specifica cultura cinematografica, non ho potuto apprezzare le citazioni contenute nell’opera, ma allo stesso tempo la mia ignoranza sullo spaghetti western mi ha permesso di cogliere gli aspetti eversivi di cui a mio parere è permeato il film e che mi hanno esaltata. Ho trovato Django Unchained una perfetta critica alla essenza americana e qui Il western mi pare un pretesto per raccontare una Nazione e una certa cultura di cui si sostanzia; un esempio ne è tra i tanti questo dialogo:
    Candie: “Il tuo capo è un po’ pallido …”.
    Django: “No. Non è abituato a vedere un uomo squartato dai cani”.
    Candie: “Tu sei abituato?”.
    Django: “Sono solo un po’ più abituato agli americani di lui”.

    Non è solamente un film sulla condizione nera, ma un’opera sull’asservimento degli individui alle regole imposte. i proprietari delle piantagioni sono schiavi di quel mondo e della loro condizione predeterminata dalle generazioni che li hanno preceduti e che li hanno costretti a fissarsi nella forma di padroni bianchi che a ben guardare godono di una libertà molto limitata poco più ampia di quella dei loro schiavi negri.
    l’unico modo per essere liberi è giocare con i ruoli, recitare una parte ad hoc per ogni circostanza, come ben sa fare il maestro/padre Shultz il quale riesce ad insegnarlo al suo allievo/figlio Django.
    Essi riescono a muoversi e ad avere la meglio in quel contesto perché liberi da un ruolo fisso e predeterminato, loro scelgono di volta in volta come rappresentarsi e cosa rappresentare. La progressiva emancipazione di Django passa attraverso la cultura, e alla lingua di Shultz il quale decide di trasmettere il suo sapere all’allievo opponendosi alla grettezza e all’ignoranza che permeano quel mondo, un mondo nel quale si trovano anche belle librerie piene libri mai letti per i quali vale la pena avere il coraggio di farsi ammazzare.

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