Recensione: QUARTET. Dustin Hoffman regista va sull’usato sicuro: diverte, ma non osa

Ripubblico la recensione scritta dopo la presentazione (fuori concorso) del film al Torino Film Festival lo scorso novembre.QUARTET_2-700x437Quartet, regia di Dustin Hoffman. Con Maggie Smith, Tom Courtenay, Michael Gambon, Billy Connolly. QUARTET_1-700x466
Il successo planetario di Marigold Hotel ha aperto la strada ai film su terza e quarta età. Anziani vispissimi che pur tra una prostata bizzosa e un’anca malmessa non mollano mai. Stavolta a celebrare i resistenti over-75 ci pensa Dustin Hoffman, al suo esordio alla regia con questo film su una casa di riposo per cantanti lirici e musicisti. Potete immaginare le bizze, le rivalità, i dispetti. Ci si diverte, un po’ ci si commuove, il film fila via che è un piacere. Ma avremmo voluto più cattiveria e perfidia. Avremmo voluto qualcosa di simile a Che fine ha fatto baby Jane?, invece no, purtroppo. Voto 5 e mezzoQuartet_37-03899Mancava solo lui, ma adesso il salto verso la regia l’ha fatto anche Dustin Hoffman, con un film alla vecchia, vecchissima maniera, cinema di papà si sarebbe detto un tempo, ma questo è forse più appropriatamente cinema di nonni e bisnonni, di terza e quarta età. Figuratevi, ci fa entrare in una casa di riposo per cantanti lirici e musicisti affondata nella campagna inglese, tra un Amami Alfredo e un Vissi d’arte gorgheggiati da voci usurate ma non dome, e intanto gli ospiti e lo staff preparano un galà per celebrare degnamente il compleanno di Verdi, e anche per tirar su un po’ di fondi per l’istituzione sì benemerita, ma alquanto cagionevole finanziariamente. Ed è tutto un ma ti ricordi quella volta al Covent Garden che facevo Gilda e io che il Tristano mannaggia non sono mai riuscito a cantarlo, e quella volta che gli applausi sono andati avanti per mezz’ora e m’hanno fatta uscire otto volte, eh no, mia cara, io dovevo uscire almeno dodici volte, dodici, altrimenti non la piantavano! Bizze, capricci, ubbie da ultima età con l’aggravante del passato lirico, che vuol dire assuefazione senza rimedio alla droga degli applausi, egomanie e egolatrie, rivalità sanguinose, dispetti, sgambetti, nequizie che poi son ghiottissime per lo spettatore, come leggendo certe pagine di Arbasino sul melodramma qual era o vedendo una parodia di Paolo Poli. Però, visto l’ambiente e l’argomento, mi aspettavo più derive estreme e camp, insomma almeno un po’ di Che fine ha fatto Baby Jane? con sublimi cattiverie tra soprano un tempo acerrime nemiche e ora costrette a coabitare sotto lo stesso tetto. Invece è tempo di politically correct, certe cosacce non si possono più fare, e ahinoi il film di Dustin Hoffman è carino-carinissimo, un Villa Arzilla assai bonario, con qualche acuminata battuta british ma senza esagerare, bellissima campagna inglese a incorniciare la bellissima villa, molti adorabili vecchietti che te li vorresti portare a casa come gingili e mascotte, e difatti alla fine della proiezione al cinema Reposi il pubblico è scoppiato in un applausone convinto, compreso alcuni ragazzi seduti vicino a me che avranno avuto sì e no vent’anni.
A far da raccordo tra l’ormai paradigmatico Marigold Hotel e questo film c’è la grandissima Maggie Smith, una leggenda altrochè. La quale qui è Jean, soprano celeberrimo ora malmessa per via dell’anca che non regge più e costretta a rifugiarsi nella casa di riposo. Dove incontrerà la rivale di sempre (“figuriamoci, cantava Violetta come fosse il Falstaff!” dice di lei sprezzante), parecchi adorabili coetanei dal passato più o meno luminoso, compresa una cantante che ogni tanto perde i colpi causa Alzheimer e un ex baritono sempre assatanato di sesso e gonnelle. Ma reincontrerà soprattutto il primo grande amore (Tom Courtenay), un tenore che lei tradì e lasciò poco prima del matrimonio. Il loro ritrovarsi è l’asse narrativo su cui poggia il film, e immaginatevi come andrà a finire. Finirà con il quartetto del Rigoletto riproposto al galà dalle quattro più belle voci delle casa di riposo, e sarà, ovvio, un trionfo. Giù il sipario.

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