Recensione. RE DELLA TERRA SELVAGGIA è un Malick brutalizzato: sensazionale nella prima parte, poi si banalizza e si sgonfia

beasts08Re della terra selvaggia (Beasts of The Southern Wild), regia di Benh Zeitlin. Con Quvenzhané Wallis, Dwight Henry. Al cinema da giovedì 7 febbraio 2013.beasts11
Il film rivelazione dell’anno, premiato al Sundance, a Cannes, adesso nominato a quattro Oscar. Ma è all’altezza della piccola leggenda che gli si è saldata intorno? La prima parte di Bestie del selvaggio sud (così il titolo originale, mica quello edulcorato italiano) è sensazionale, il ritratto quasi etnografico e impietoso di un mondo a parte dominato dalla legge della sopravvivenza: un film che molto deve a The Tree of Life, ma molto più brutale e darwiniano di Malick. Poi nella seconda parte prevale il politically correct e Beasts si banalizza e si sgonfia. Formidabile la protagonista bambina, meritatamente nominata all’Oscar. Voto 7 e mezzobeasts18
Domanda: ma perché il titolo originale che suona più o meno come Bestie del selvaggio sud diventa da noi Re della terra selvaggia? Temo che c’entri una certa qual pudibonda correttezza politica. Forse s’è voluto evitare che si pensasse che le bestie fossero (anche) gli umani di questo film, umani che in effetti vivono al più basso limite biologico possibile, alle soglie dell’animalesco, in un ecosistema a parte dove ogni creatura sembra appartenere allo stesso implacabile ciclo di sopravvivenza, l’unica differenza stando nel posto occupato nella catena alimentare. Sicchè ci ritroviamo con un titolo carino sì, ma che proprio non vuol dire niente, a parte forse il blando riferimento alla battuta rivolta dal padre alla bambina protagonista del film “un giorno sarai tu il re” (no, non la regina, lui le dice proprio re). Si è voluto edulcorare e rendere grazioso con una simile ripulitura un film che, almeno nella sua prima parte, non lo è per niente, anzi il suo bello sta nella selvaggeria della visione e di quel che mette in scena, nel suo essere un qualcosa tra il doc etnografico, il porn finto ecologista e finto naturalista e molto gnam-gnam di quei filmati di gazzelle divorate dai leoni e The Tree of Life. Sì, perché il vero padre e la vera matrice di questo Beasts of Southern Wild è l’immenso film di Terrence Malick, ormai avviato a diventare il più importante degli anni Duemila, chè da quando è uscito ha dato inizio a una maniera, un genere e figliato decine e decine di imitazioni o quantomeno di epigoni. Questo è decisamente tra i più interessanti. Opera d’esordio del fino a ieri quasi sconosciuto americano Benh Zeitlin, Beasts è già circonfuso di un alone leggendario, critiche estasiate, incassi americani superiori a ogni previsione (oltre 20 milioni di dollari, e non è finita), perfino l’apprezzamento di Obama. Son poi arrivate le quattro nomination all’Oscar – comprese quelle al miglior film, al miglior regista e, nonostante i suoi 9 anni, a Quvenzhané Wallis come migliore attrice protagonista – dopo un cursus honorum già impressionante: vittoria al Sundance, che di Beast of the Southern Wild è stata la rampa di lancio, poi Caméra d’Or a Cannes, il premio assegnato alla migliore opera prima tra tutte quelle presenti nelle varie sezione. Ricordo che a Cannes, dove venne presentato a Un certain regard, il film di Zeitlin era il talk of the day, la cosa che bisognava assolutamente vedere e io, infastidito da tanta grancassa, decisi di disertare. Adesso che l’ho visto devo dire che la fama non era e non è usurpata.
Non so so se sia davvero quel capolavoro di cui si è parlato e straparlato, certo si tratta di un’opera enormemente interessante, che ti comunica una sensazione di rupture, di strappo, cambiamento, innovazione, fors’anche di un nuovo cineparadigma. Prende moltissimo da The Tree of Life (tra l’altro i minacciosi bisonti-mammuth con le zanne, portatori del Male, che di tanto in tanto percorrono le fantasie e gli incubi di Hushpuppy, la bambina protagonista, sono una puntuale citazione malickiana), riproponendone la concezione e visione cosmica secondo cui ogni singola vita è inscritta in un ciclo che la comprende e la trascende, puro atomo, pura cellula di un organismo gigantesco che obbedisce a una legge superiore e inaccessibile a ogni creatura, umana o non umana poco importa. Ma se Malick costruisce immagini di abbagliante bellezza e perfezione formale, e si pone al di fuori e al di sopra della caotica materia cercando di imprigionarla e ordinarla almeno visivamente in costruzioni e composizioni apollinee, Zeitlin scende al livello della materia e dell’informe, si sporca e insozza e infanga e ci consegna almeno inzialmente un film-caos, un film bruto dove uomini, cose e animali affondano e si confondono nella stessa melma, nello stesso acquitrino, quasi un brodo primordiale di coltura, o forse l’ultimo segno di vitalità prima dell’apocalisse. Siamo in un bayou – una palude in Louisiana separata dal mare da una diga – dove vive, campa, sopravvive una tribù di umani. Abitano tutti in baracche o palafitte, si muovono su strani barconi costruiti con materiali di riporto, ma qui tutto è di riporto, tutto è costruito assemblando rifiuti. Siamo al grado zero di ogni possibile civilizzazione, le persone sono macchine biologiche indistinguibili dalle bestie e dalle altre creature che abitano quel mondo separato dal mondo. Si pesca con le mani, si dà la caccia a prede che poi verranno gettate a arrostire su fuochi e divorate. Qualcosa che sta tra i semiselvaggi di Un tranquillo weekend di paura e lo white trash di Un gelido inverno, ma ancora più sotto nella scala, ancora più giù. La macchina da presa per almeno quaranta minuti si pone, mobilissima, a seguire gli strani abitanti di quella tribù del bayou, neri e bianchi, ragazzi e vecchi, uomini e donne, lerci, laceri, guidati dalla sola legge della sopravvivenza, ripresi come in un doc etnografico o naturalistico. Impressionante. Una simile riduzione dell’umano al biologico me la ricordo solo nel più radicale dei film dell’inglese Andrea Arnold, la sua rilettura di Cime tempestose presentata a Venezia 2011 e scandalosamente mai arrivata nei nostri cinema, con una brughiera fangosa percorsa da essere mossi dalla brutalità degli istinti. A poco a poco Zeitlin isola i suoi due caratteri principali, quelli che poi si muoveranno lungo l’asse narrativo portante del film, la bambina Hushpuppy e suo padre Wink. La madre non c’è, se n’è andata via tanti anni prima, e non è più tornata (come darle torto?). Hushpuppy sembra abbandonata a se stessa, il padre scompare per giorni senza dare spiegazioni (forse per un qualche magico rituale, non si capisce bene), deve arrangiarsi da sola, ma ha un carattere d’acciaio, e se la cava, anche se finisce con l’incendiare in un incidente diciamo così domestico la baracca in cui vive. Intorno a vegliarla e anche a proteggerla gli altri umani di quello strano clan. Ma il padre torna e man mano scopriremo che tra lui e la figlia c’è un legame assai solido e resistente, che lui, al di là di ogni apparenza, è un ottimo e amorevole genitore, il quale vuole iniziare al mondo della palude, chiamata la Grande Vasca, la sua rampolla e farne la futura dominatrice, il boss, il capotribù. Il film è, in fondo, un racconto di formazione e un percorso iniziatico di Hushpuppy, che non solo deve fare i conti con la lotta per la sopravvivenza, ma anche con le creature fantastiche – ma quanto fantastiche? – che popolano le mitologie del suo picccolo popolo, e i suoi incubi e le sue paure, qui mostri dalle lunghe zanne che annunciano il male, la distruzione, la morte (e forse sono loro le bestie del selvaggio Sud del titolo). Zeitlin, ancora più liberamente e direi sfacciatamente di Malick, mescola il micro e il macro, il reale, il naturale al fantastico e al mitologico, sfiorando a momenti il kitsch e la gratuità, ma raggiungendo, quando l’operazione riesce, risultati di rara potenza. Nella sua prima parte Beasts of The Southern Wild è semplicemente sensazionale, un film sporco e vitalistico che si situa su una nuova frontiera di esplorazione cinematografica dove troviamo non solo Malick e Andrea Arnold, ma anche quel Leviathan visto a Locarno e poi a Torino che è puro, terrificante, darwiniano spettacolo del ciclo biologico dell’esistenza, della lotta e della morte. Ma da un certo punto in avanti – e il punto è un uragano tipo Katrina (o è Katrina?) che sconvolge la Grande Vasca e i suoi abitanti – Beasts si ammoscia e si affloscia. Costretto a passare dalla (non) rappresentazione del caos a una narrazione, Beasts si banalizza. Il sabotaggio della diga, la deportazione della comunità della Grande Vasca in un qualche ospedale e centro di raccolta, la rivolta, la fuga, il ritorno, costringono il film nei recinti angusti e già molto visti del cinema chiamiamolo così ribellistico, politico, protestatario. Il cinema delle istanze politically correct che si pone sempre dalla parte degli ultimi, delle minoranze, degli svantaggiati e della loro rivolta nei confronti di un qualche oppressivo sistema. Quello che resta davvero, e che si salva, è la forza di Hushpuppy, la sua fierezza e dignità, e il rapporto che intercorre tra lei e il padre, un rapporto che mantiene la sua ruvidezza e la sua intensità fino allo straziante finale.

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2 risposte a Recensione. RE DELLA TERRA SELVAGGIA è un Malick brutalizzato: sensazionale nella prima parte, poi si banalizza e si sgonfia

  1. marcogoi82 scrive:

    concordo sul fatto che la prima parte è superiore al resto, però nel complesso resta per me un film grandioso!

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