Recensione. WARM BODIES con il suo zombie gentile e innamorato non è male, ma ha il torto di arrivare dopo Twilight

WWarm Bodies, regia di Jonathan Levine. Con Nicholas Hoult, Teresa Palmer, John Malkovich. Al cinema da giovedì 7 febbraio 2013.W
Stavolta a innamorarsi di una ragazza diciamo così normale non è un vampiro, ma un giovane morto-vivente assai perbenino, se non fosse che ogni tanto banchetta con il cervello di qualche umano. Però davvero un bravo ragazzo. Chiaro che l’amore con Julie, che zombie non è, sarà molto contrastato. Non vi dico come va a finire, che tanto l’avete già capito. Plot che inesorabilmente si snoda sul modello di Twilight (e se è per questo anche di Romeo e Giulietta) senza ripeterne l’exploit. Ottima però la parte visiva. Nicholas Hoult (assai emo) diventerà il nuovo Pattinson? Mah. Voto 5 e mezzoW
Non faccio parte del pubblico di riferimento di questo film, ma dirò lo stesso la mia. Da quanto leggo su Mojo Box Office, nel primo weekend di programmazione in America sono andati a vedere Warm Bodies soprattutto under 25 (con forte concentrazione tra gli under 18) e in maggioranza di sesso femminile, categorie sessual-generazionali da cui sono molto, molto, molto lontano. Cinema per gggiovvani, come si diceva una volta (le doppie e le triple sono volute), che ai fuoriquota come me pare sempre un po’ scioccherello, più che semplice semplificato, di pensiero deboluccio. Oltretutto, questo è un film che è solo lo svolgimento diligente, corretto e prevedibile del tema dato. Tema che è poi lo stesso di Twilight, il modello evidentissimo di Warm Bodies, benché tutti si affannino a dire che no, con Twilight non c’entra niente, è una storia e un prodotto originale ecc. ecc. Ma insomma, non si può mica negare ciò che è evidente e balza subito all’occhio: lo spunto quello è, l’amore tra un diverso, un fuori casta del genere fantastico-fantascientifico, e una ragazza che appartiene alla comunità dei normali, degli ancora umani (please, astenersi da noiosi e vetusti commenti del tipo “la normalità non esiste, è solo una categoria politica per discriminare”, grazie). Là c’era il vampirello new romantic, qui c’è un gentile zombie, assai caruccio e perbenino se non fosse che ogni tanto si sporca la bocca di sangue cedendo alla voglia di azzannare un qualche cervello umano o altra succulenta parte del corpo. Del resto nessuno è perfetto, signora mia, e anche i morti viventi (come i vampiri) han diritto alla loro dose d’amore. Ecco, Warm Bodies sta tutto qui, in questa idea (fate voi se ideona o ideuzza, io dico la seconda), non è che succede poi molto altro, ed è questo il limite – la pochezza del plot e la sua prevedibilità, i suoi telefonatissimi snodi narrativi – del film. Dunque: nel solito mondo prossimo venturo assai distopico la città degli umani sopravvissuti cerca di resiststere resistere e resistere all’assalto di quelli là fuori, quelli che stanno oltre le mura e vagano in cerca di prede. Sono gli zombie, i mai morti, diventati così, poveretti, in seguito a una qualche catastrofe, forse a una pestilenza. Ci sono gli zombie che ancora conservano un che di umano, e quelli ormai ridotti a scheletri, e son questi ultimi i più feroci. Tutti comunque a caccia di carne fresca di quegli umani, perché solo cibandosene possono campare, pur da morti. I quali umani – la preda ghiottissima e assai ambita – sono governati da un capo, il generale Grigio (è John Malkovich), impegnato allo spasimo nella guerra di sopravvivenza pe sè e gli altri e dunque duro fino alla spietatezza verso il nemico zombesco, contro cui ogni tanto manda dei commandos sterminatori. È proprio durante un apedizione fuori dalle mura a caccia di morti viventi da ammazzare che Julie (le donne fanno il militare come gli uomini e vanno in prima linea), figlia del generale Grigio, incoccia il nostro zombie gentile.
Lui sta per azzannarla, ma poi si astiene, la protegge, la porta in salvo dagli altri morti viventi che se la vedono si lanciano al banchetto. Lei riuscirà a tornare salva a casa, dentro la città, ma tra i due l’amore è scattato, e indietro non si torna. Immaginatevi gli ostacoli e i sospiri e le sofferenze: amarsi, ma appartenere a due mondi nemici. Storia già vista e sentita? Come no. Mica per niente lei si chiama Julie e lui R (“no, non ricordo il mio nome, solo l’iniziale” sospira lui: stupidino, ti chiamavi Romeo, non l’hai ancora capito che noi invece l’abbiamo capito subito?). Tanto per non lasciare residui dubbi, c’è pure tanto di scena al balcone. Non vi sto a rivelare come prosegue la faccenda e come si concude, no spoiler, tanto potete arrivarci benissimo da soli. Che dire? Warm Bodies, pur nei limiti del suo essere un clone, un epigono, non è malvagissimo e si lascia guardare senza troppi sbuffi di noia anche dai che teenager non siamo.
La regia di Jonathan Levine, quello del bellissimo 50/50 dell’anno scorso con Joseph Gordon Levitt, è qualcosa di più che corretta. Poco convincente nella rappresentazione del clan degli zombie (quei movimenti lenti e impacciati così artefatti da sfiorare il ridicolo, soprattutto in R), lo è di più negli ambienti. Anche qui, come in Looper, non si abusa della grafica digitale e la i mantiene entro limiti tollerabili, puntando iunvece su paesaggi urbani ed extraurbani (l’aeroporto come terra di nessuno diventato rifugio dei morti viventi) di un oggi degradato, abbandonato, svuotato di presenza umana e ridotto a quinta metafisica e cornice dell’orrore. La visualità in Warm Bodies sovrasta decisamente la narrativa, assai fragile. Per condurre in porto la tormentata storia d’amore gli sceneggiatori devon fare i salti mortali e arrampicarsi sugli specchi, inventandosi assurde digfferenze tra il hruppo degli zombie buoni e recuperabili (cui ovviamente appartiene il nostro R) e zombie irrimediabilmente cattivi. Un espediente fintissimo che impiomba e condanna il film. Lei, Teresa Palmer, ha in effetti un qualcosa che ricorda la Kirsten Stewart di Twilight, lui è Nicholas Hoult, attor giovane sulla rampa di lancio, e qualcuno se lo ricorderà come il glaciale ragazzo che in A Single Man di Tom Ford faceva perdere a testa a George il professore (Colin Firth). Certo la domanda che ognuno si fa è: Warm Bodies è il nuovo Twilight, ne ripeterà il successo colossale? Se mi posso permettere una risposta, dico: no.

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