Berlinale 2013. “The 727 days without Karamo”, un film austriaco sulle coppie etno-miste con immigrati

Die 727 Tage ohne Karamo (The 727 Days without Karamo), regia di Anja Salomonowitz, Austria. Nella sezione Forum.
20131096_1Doc austriaco con qualche ricostruzione e fictionalizzazione. La vita difficile delle coppie miste, da una parte austriaca, dall’altra immigrante da vari parti del mondo, tra espulsioni, scandenze, fogli di via, esami di tedesco. Molto politically correct, ma non troppo piagnone. Ma la domanda che ci si fa vedendolo: è amore o amore per il peresso di soggiorno? Voto 6 20131096_3
Il primo film che ho visto di questa Berlinale 2013 (anno numero 63) appartien alla sezione Forum, la terza per rango dopo il Concorso e Panorama, anche quella che per dovere istuzionale osa di più e va in cerca della nuova forma cinema. I 727 giorni sena Karamo non è un capolavoro, ma non è neanche un’indegna apertura di festival. Lo firma la regista austiaca Anja Salomonowitz, che sempre qui al Forum portò l’anno scorno Spanien, su un migrante dall’Est Europea finito incongruamente in una villaggio dell’Austria, che piacque parecchio. Stavolta ci riprova con tema non dissimile, anche se qui qui siamo neldocumentario, con immagino una certa dose di fictionalizazione, drammatizzazione e ricostruzione, secondo quegli ibridismi che oggi molto si usano. La storia, anzie le storie sono quelle di copie etnicamente miste, da una parte con austriaco/a, dall’altra con immigrato (dall’Est Auereom, dall’Africa, dall’Asia ecc.). Rigorosamente inqadrati fronali a camera fissa, ed è una scelta stilitsica che dà il tono al film, vediamo gli interessati raccontare le loro traversie. Sono copoe divise, famiglie smembrate perché il lui o lei straniero della situazione è stato mandato via per mancanza di documenti adeguati da una brucocrazia che viene sempre dipinta come ottusa e feroce insieme. Tutto una ragione del cuore contrapposta alla rigida e algida ragion di stato. Però, quante mature signore son fidanzate o addirittura sposate a giovani e baldi africani (la ragista avrà visto Paradiso: Amore del conterraneo Ulrich Seidl?), quanti uomini soli caduti pazzi di una est europea o di una cinese poi mandata via dall’ufficio immigrazione, e lui che si strugge e si sbatte par farla rientrare e sta attaccato tutti i giorni a skype. Però la regista devo dire non esagera con il ricatto sentimentale, racconta e mostra storie, facendo parlare quelle. Frase memorabile detta da una persona di buonsenso: gli immigrati sono ottimi per qualche ballo in discoteca, quando si passa al matrimonio e alle relazioni serie ragazze pensateci un attimo. Il buono di questo film è che riesce a essere cinema-cinema, non puro documento al servizio di un prevedibile messaggio, anche se ottime intenzionio. I giorni del titolo sono quelli da cui è ormai separata dal marito africano una signora intervistata (fa la conta sopsirando davanti alla macchina da presa). Naturalmente non manca la coppia gay, con istruttore gym venuto dall’America latina felicemente accasato con un locale. Da urlo certi interni di gusto popolar-austriaco. Ma la domanda è sempre: è vero amor o è amore del permesso di soggiorno?

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