Berlinale 2013 recensione: PER MARX (Za Marksa): in un film russo torna (con ironia) la lotta di classe

Za Marksa (Per Marx), regia di Svetlana Baskova. Con Sergey Pakhomov, Vladimir Epifantsev, Victor Sergachev. Sezione Forum.
20132519_1In un postaccio a casa di Dio, in una fonderia rugginosa da archeologia sovietica, un padrone cattivissimo e rampante se la deve vedere con un gruppo di operai incazzati. Così incazzati da decidere sciopero e corteo di protesta, citando Marx, Brecht, Godard. Per quaranta minuti ci si diverte a questa commedia amara e grottesca sulla Russia di oggi. Poi tutto svolta in tragedia e il film non mantiene le sue promesse. Ma resta una delle cose più interessanti viste qui finora. Voto 6 e mezzo20132519_2
Che bel titolo promettente, Per Marx. Le promesse queto film le mantiene tutte nei suoi primi quaranta minuti, poi si intorbida e si smarrisce con una svolta drammatica e con colpi di scena a ripetizione che la giovane regista russa non riesce più a maneggiare. Peccato. Poteva essere un granrisultato, qualcosa di memorabile, un film acido, agro, non conciliante su questa Russia oggi, sulla Russia putiniana venata da rampantisimi di capitalismo ancora mafioso (anche se uno dei personaggi ricorda al padrone in preda alla hybris, al delirio di onnipotente stronzaggine: “Non siamo più negli anni Novanta”) e con nostalgie per quella che fu sovietica. Oltretutto, Per Marx sceglie come microcosmo rappresentativo per narrare una storia esemplare, esemplarissima, una fabbrica rugginosa di pesantezza industriale sovietica e poi convertita al capitalismo privato, e collocata in una qualche gelata parte del paese (se ho capito bene, non lontano dalla siberiana Novosibirsk). Fonderia, colate di metallo incandescente in un contesto di tecnologia per niente avanzata, anzi piuttosto archeologica. Una cattedrale della grandeur sovietica ora finita in mano a un clan familiare il cui rampollo è lo spietato padrone e gestore, aiutato da un tirapiedi untuoso. Dall’altra parte della barricata, operai incazzati per le condizioni pericolose in cui son costretti a lavorare, per il ventilato taglio dei salari, per l’inquinamento, così incazzati che decidono di passare alla protesta, alla lotta, con tanto di manifestazione e giornata di sciopero. Figuratevi: un film di classe, con la classe oparaia, con la classe operaia che lotta, oltretutto nell’ex Urss. Le premesse per un film di massimo interesse e massima riuscita c’erano tutte. Con qul titolo lì, ruffiano e insieme controcorrente: Per Marx, ma ci rendiamo conto? Difatti la prima parte è uno spaccato esemplare, parabola quasi brechtiana (e Brecht viene citato e pure spiegato dall’intellettuale del gruppo operaio in lotta). Il padrone è cattivo come nelle più nere delle leggende anticapitalistiche, trattasi di un giovanotto la cui unica preoccupazione è trovare per l’indomani tre milioni di dollari per comprarsi un Rodchenko con cui arredare la sala di rappresentanza della fabbrica: “Devo ricevere una delegazione tedesca e voglio fare bella figura: l’arte moderna è business oggi!”, urla il cretino.
Intanto, come il peggior padrone delle ferriere ottocentesche o come i peggiori aguzzini dickensiani, maltratta i lavoratori della fabbrica con dittatoriale sadismo. Questo film diretto da una giovane regista con un team altrettanto giovane (c’era qualcuno di loro alla proiezione ieri sera) è incredibilmente marxista-marxista, recupera concetti e categorie e parole uscite perfino dal lessico attuale, come sfruttamento e lotta di classe. Il nucleo di lavoratori in lotta fonda pure un sindacato contrapposto a quello giallo pagato dal perfido padrone e ha anche un suo intellettuale, se non proprio un ideologo, ed è tutto un citare la teoria marxista dello scontro di classe e della storia come storia di lotta di classe (ma cita anche Gogol, se è per questo), e la delizia massima è una disquizione su Brecht e il suo teatro e il suo metodo straniante contrapposto a quello liquida-cervello del cinema hollywodiano. Quando poi compare il compagno cinefilo che organizza il cineclub della fabbrica e annuncia la programmazione l’indomani di Vento dell’Est di Godard, in sala qui a Berlino, farcita di ex sessantottini, scatta l’applausone. Una goduria. Solo che che a un certo punto Per Marx svolta dalla commedia, per quanto amara e grotteca, alla tragedia. Ci sono degli spari, ci sono dei morti, e da allora niente (nel film) sarà più come prima. Niente più cazzeggi su Marx Gogol, Godard e Brecht. Si arriva a un finale quasi tarantiniano assai incongruo, preceduto da un’agnizione da feuilleton. Film sballato, che oscilla tra troppi registri, ma con parecchi segni più al suo attivo. Avercene, di film così sballati e irrisolti. Questo Per Marx ha il coraggio di tracciare un quadro della Russia putiniana per niente conciliante, ha il coraggio di riportare sugli schermi (i loro, i nostri) la classe operaia. La satira in certi momenti è irrrestibile, i dialoghi scritti benissimo e gli attori di una naturalezza che incanta. Qualche applauso a fine proiezione, ma non quanti Per Marx avrebbe meritato. Finora, nonostante i suoi tanti difetti, una delle cose più vitali viste alla Berlinale. Teniamolo d’occhio, questo film, potrebbe fare molta strada.

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