Berlinale 2013 recensione. Il russo A LONG AND HAPPY LIFE è una buona sorpresa. Un film morale, necessario

20136364_1Dolgaya schastlivaya zhizn (A Long and Happy Life), regia di Boris Khlebnikov. Con Alexander Yatsenko, Eugene Sitiy, Anna Kotova. In Competizione.20136364_2
Nella Russia corrotta e violenta di oggi un uomo, un giusto, forse un santo, cerca di rimettere in attività una vecchia fattoria collettiva. Ma dovrà vedersela con i potenti e i prepotenti locali. Un film morale, coraggioso, che arriva come una sassata. Con qualcosa del grande cinema russo del passato, soprattutto Tarkovsky. Voto 720136364_4
Finora sono passati sei film del concorso, e la media non è esaltante. Due delusioni di peso come Gus Van Sant e Ulrich Seidl, qualcosa così così e solo due film davvero buoni, il polacco In the Name of e questo russo Dolgaya schastlivaya zhizn, ovvero Una vita lunga e felice, titolo alquanto ironico visto quel che vi succede. Tutto girato con camera a mano, come vuole il canone del film neo-neorealista, e qui siamo pienamente nel genere. Penisola di Kola, profondo Nord della già fredda, nordica e plumbea Grande Madre Russia, un paesaggio di boschi e acque e cieli che non può non farci pensare subito al cinema cosmico e panico di Tarkovsky (ma quanto ha preso Malick da lui?). Sasha è un brav’uomo, un bravo giovane uomo, che ha lasciato la città per andarsene lassù a rilevare quella che era un tempo, al tempo dell’Unione Sovietica, una fattoria collettiva, adesso in procinto di andare in malora e che lui si è messo in testa di recuperare, di riattivare, anche per non lasciare disoccupati i tanti che ancora ci lavorano. Quelli dell’ex kolkhoz sono tutti dalla sua parte, sostengono il suo progetto, pronti a qualsiasi rinuncia pur di vederlo decollare. Ma siamo nella Russia di oggi, la Russia della legalità ai limiti dell’illegale e del mafioso, potenti e prepotenti che adattano le regole ai propri interessi e non esitano a ricorrere alle armi e alle loro milizie private per garantirseli.
Un paese torvo, percorso da selvaggerie e brutalità che abbiamo visto anche l’altra sera in un altro film made in Russia di questa Berlinale, Per Marx, dato nella sezione Forum. Il progetto di Sasha viene sabotato dal potente locale, che ha ben altre mire su quei terreni, e disposto a liquidare Sasha con una grosso risarcimento pur di toglierselo dai piedi. Anche perché formalmente la terra coltivata non è di sua proprietà, e su questa ambiguità fa leva il suo avversario. Lui dice no, e si prepara a resistere e resistere con i suoi contadini. Molti continuano a stargli accanto, qualcuno se ne va e lo abbandona (attenti, nel caso vi capitasse di vedere il film, alla conversazione di una coppia di dipendenti, con lei che dice: “E poi Sasha è ebreo”, intendendo: possiamo davvero fidarci di lui? E son parole che la dicono lunga sull’antisemtismo che ancora alligna da quelle parti). Ma la Russia, questa Russia, non è paese per uomini giusti. Un film semplice, con netta contrapposizione, ma non fastidiosa, non manichea, tra bene e male, con facce e corpi meravigliosamente veri, che rimandano al grande cinema russo di sempre. Un film morale, coraggioso, che casca in questo molle occidente europeo come un monito, una sassata. Girato con una coerenza e una compattezza di stile assolute. Con la più bella sequenza vista finora a questa Berlinale, il primo piano interminabile di Sasha che sussulta nella macchina lanciata a nevrotica velocità su una strada di campagna. Una sequenza di una semplicità, purezza, forza che abbagliano. E quel rumore del fiume che scorre, a chiudere il film: chi lo dimentica più? In my opinion, in pista per un qualche premio.

 

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