Berlinale 2013 recensione: PARADISO: SPERANZA, un Seidl morbido e meno disturbante del solito (e non è un merito)

Paradies: Hoffnung (Paradiso: Seranza), regia di Ulrich Seidl. Con Melanie Lenz, Vivian Bartsch, Joseph Lorenz. Austria. In competizione.20137369_3
L’austriaco Seidl chiude stancamente la sua trilogia dedicata alle virtù teologali. Dopo Paradiso: Amore (il migliore, presentato a Cannes) e Paradiso: Fede (così così, premiato a Venezia), tocca adesso a Paradiso: Speranza. Una ragazzina obesa in una struttura-lager sulle Alpi austriache sottoposta a una ferrea terapia dimagrante. Pretesto per Seidl per allestire il suo solito spettacolo del laido e del sordido. Anche se stavolta in misura minore del solito. Sicché ne viene fuori una commedia quasi normale, e non è una gran cosa. Voto: 5 e mezzo20137369_1
Ulrich Seidl chiude stancament la sua paradisiaca trilogia dedicata (ma perché?) alle virtù teologali, incominciata alla grandissima a Cannes con Paradies: Liebe (Paradiso: amore) e proseguita con il tosto, maligno e impietoso (verso la sua protagonista) Paradiso: Fede. Naturalmente anche questo era finito a un festival, quello di Venezia, dove aveva vinto pure un immeritato premio. Il terzo episodio Paradiso: Speranza è adesso qui a Berlino, sicché l’austriaco Seidl mette a segno un bel record, i tre festival europei più importanti nello stesso anno. Però, c’era proprio bisogno di questa trilogia? Ex post, possiamo dire che solo il primo film è davvero riuscito e necessario. Se il secondo non è granché (anzi, io l’ho proprio detestato), questo terzo è insolitamente morbido, non dico buonista, ma di sicuro più bonario e meno perturbante dei precedenti. Anche gli artigli di Seidl sembrano essersi, se non spuntati, almeno smussati. La protagonista è un’adolescente sgraziata e obesa di nome Melanie detta Milli, figlia di quella signora altrettanto obesa che in Paradiso: Amore se ne andava in Kenya a farsi nugoli di marchettari locali negri (ormai che Tarantino ha sdoganato la N-word si potrà dire, no?), mentre la zia di Milli è la bigotta protagonista di Paradiso: Fede. Difatti, all’inizio vediamo proprio la zia accompagnare con la sua macchinetta la buona Milli a un camp dove si dovrà sottoporre a una ferrea disciplina dimagrante. L’obesa quattordicenne si riroverà in una struttura abbastanza metafisica e inquietante tra le montagne austriache (qualcosa che ha l’aria d’essere un ex sanatorio da montagna incantata o una colonia dismessa per bambini poveri), alla mercè di un trio di quasi aguzzini, una sinistra maestra-trainer, un insegnante di educazione fisica di durezza militaresca un po’ nazi e un medico che costituisce il lato un po’ meno sadico del triangolo controllore.
Milli è in compagnia di una dozzina di altri adolescenti, quasi tutte femmine, qualche maschio minoritario e residuale, tutti sovrappeso e tondi come lei, tutti vittime sacrificali dei riti salutisti e di redenzione psicofisica che lì si andranno a compiere. Il meglio del film sono le sequenze dei ragazzini alla sbarra, o costretti dai sadici e inflessibili kapò ai peggiori esercizi, umiliati, trattati come feccia, come bestie da macello. O da lager (sapete, gli ordini impartiti in tedesco fan sempre fare strane associazioni). Il talento disturbante di Seidl, la sua propensione per il laido, il sordido, il freak, il normalmente e anormalmente mostruoso, stavolta può esplicarsi solo in simili scene. Più qualche inquadratura debitamente mincciosa (e sempre a camera fissa) della struttura-prigione, con i suoi enormi corridoi vuoti, le stanze-celle. Perché per il resto non c’è granché. Sì, c’è lo strano rapporto tra il medico quasi quarantenne e la quattordicenne Milli: lui sembra voglia sedurla (in una scena con lo stetoscopio assai comica, la migliore del film, qualcosa tra Charlot e Tati) ma poi no, la scansa, la evita, solo che lei ci si innamora e incomincia a perseguitarlo. Cosa succeda davvero tra i due non si sa. Se fanno l’amore, Seidl non ce lo mostra, neppure un provocatore di mestiere come lui può permettersi al giorno d’oggi di raccontare esplicitamente una storia tra un quarantenne e una ragazzina. Così depotenziato di molta della solita carica disturbante à la Seidl, Paradiso: speranza si presenta alla fin fine come una commedia agra, insolita e più sghemba della media, ma abbastanza accettabile dal pubblico. Che difatti qui a Berlino si è visibilmente divertito e ha calorosamente applaudito. Credo che questo film di Seidl, forse il suo meno incisivo e personale, potrebbe diventare il suo maggiore successo al box office. Quando Milli telefona alla mamma e le chiede se si sta divertendo in Kenya tutta la platea sghignazza: son quelli (tanti) che avendo visto Paradiso: Amore sanno benissimo che la mamma in Kenya con i suoi marchettari negri se la sta spassando alla grande.

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