Berlinale 2013 recensione. PROMISED LAND delude: Gus Van Sant svolge un compitino politicamente correttissimo e predicatorio

Promised Land, regia di Gus Van Sant su soggetto di David Eggers e sceneggiatura di John Krasinski e Matt Damon. Cast: Matt Damon, Frances McDormand, John Krasinski, Rosemarie DeWitt. In Competizione.
Promised LandCattivi capitalisti vogliono insidiare una zona rurale dell’America profonda: un film predicatorio e schematico, e malato di populismo, che neppure Gus Van Sant e Matt Damon rescono a salvare. Voto 4 e mezzo
La delusione più grande a oggi di questa Berlinale. I nomi in ballo lasciavano aspettare un esito interessante parecchio, e invece. Pensate un po’, Gus Van Sant alla regia, uno dei nomi più influenti del cinema anni Duemila, e però qui nella sua versione più mainstream e meno personale, soggettista Dave Eggers, per anni e anni lo scrittore più chic e de’ culto d’America, un ottimo attore come Matt Damon, qui anche co-autore della sceneggiatura come ai tempi di Will Haunting (e allora per la sceneggiatura vinse l’Oscar insieme a Ben Affleck). Un tale dispiegamento di talenti non è bastato a salvare questo film pur abilmente confezionato, ben girato e interpretato, da una irrecuperabile mediocrità. Steve Butler (Damon) viene mandato da una big company in un villaggio dell’Ohio profondo. Terre, acque, fattorie, allevamenti: un presepe. Deve convincere per conto della Global, l’azienda per cui lavora, i proprietari delle fattorie ad autorizzare (dietro congruo, congruissimo pagamento) scavi in profondità nei loro terreni per raggiungere e sfruttare gli enormi giacimenti di gas naturale che si nascondono là sotto. Si assicura l’uso di teconologie avanzate e la massima sicurezza per cose, persone e animali. Steve, che ha visto il suo villaggio natale impoverirsi dopo la crisi che ha devastato la fabbrica locale, crede profondamente nella sua missione, è convinto che quel fiume di denaro che dalla Global arriverà nelle tasche dei farmer li salverà dall’inarrestabile declino economico cui sono condannati. Ma se all’inizio sembra semplice convincere la gente a dare i permessi (e incassare montagne di soldi che risolveranno per sempre i loro problemi), poi le cose si complicano. Prima un professore del MIT in pensione avverte che ci potrebbero essere problemi dati dalle prospezioni in profondità, poi arriva un ecologista che a poco a poco ribalta la situazione e convince la popolazione locale dei rischi cui andrebbero incontro. Steve si ritrova quasi tutti contro. Ma ci sarà un colpaccio di scena, la vittoria sembrerà a portata di mano. Sembrerà soltanto. Ora, la narrativa è quella che abbiamo visto mille volte, e stucchevolissima. Da una parte gli orchi capitalisti assetati di denaro che non esitano a ingannare pur di mettere le mano sul tesoro, dall’altra i villici che, essenso villici e vicini alla natura, sono rousseauianamente puri di cuori e dalla parte del Bene. Ruralismo povero e immacolato versus industrialismo ricco, protervo, sporco e cattivo. No grazie, non se ne può più. Questo apologo esemplarissimo è di una correttezza ecologico-politica e di uno schematismo insostenibili, con predica e messaggio che ci vengono inoculati a ogni scena. Matt Damon ha la faccia del bravo americano, ma non ce la fa a infondere un fremito seppur minimo al suo personaggio, non ce la fa proprio a chiaroscurarlo e dargli un minimo di spessore. Fisicamente è ormai un omone inquartato, e l’agilità di Bourne sembra irrimediabilmente lontana. Gus Van Sant gira con quella naturalezza e quella confidenza e vicinanza con i personaggi che gli conosciamo, ma non basta a salvare questa edificante predica. Confessione pubblica finale di Steve/Matt Damon che ricorda curiosamente quella di Denzel Washington in Flight. L’ammissione coram populo delle proprie colpe (anche solo presunte) è evidentemente un rito espiatorio assai americano. Chissà cosa direbbe il Theodor Reik del fondamentale saggio L’impulso a confessare.

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