Berlinale 2013 recensione: GOLD, un western tedesco con qualcosa (solo qualcosa) dei folli viaggi alla Herzog ai confini del mondo

Gold, regia di Thomas Arslan. Con Nina Hoss, Marko Mandic, Uwe Bohm, Lars Rudolph. In Competizione.
20132256_1America fine Ottocento. Alcuni espatriati tedeschi affronta un lungo viaggio a cavallo in cerca dell’oro. Ne succederanno di ogni. Avventure, panorami-spettacolo, scontri di caratteri. Un film discreto, medio, che qua e là sembra ricordare certi viaggi estremi di Herzog, ma senza il suo titanismo, la sua visionarietà. Soprattutto un vehicle per la sua protagonusta, la diva tedesca Nina Hoss. Voto 6 meno20132256_2
Un western tedesco, e già questo è una stravaganza. Sul finire dell’Ottocento, lassù nel Klondike, un gruppo di espatriati a vario modo e a vario titolo dalla natia Germania si riunisce per percorrere millecinquecento chilometri in direzione Nord in un territorio non del tutto esplorato. L’obiettivo è arrivare nella terra promessa dove le pepite d’oro affiorano dai fiumi e dove ci si può arricchire e passare da barboni a nababbi da un giorno all’altro se la fortuna ti assiste. Gruppo variamente assortito, come si conviene al genere “uomini e donne in un ambienrte avverso e in situazione pericolosa”. Il capospedizione mica tano trasparente e affidabile, la bella donna sola e misteriosa, il bell’uomo dall’oscuro passato, un giornalista che punta non solo all’oro ma anche alla fama scrivendo il diario di quell’avventuroso viaggio, più altra brava gente decisa a cambiar vita. Tutti a cavallo attraverso foreste, distese desertiche e pietrose e poi innevate, canyon, strapiombi, e poi strani incontri, buoni e cattivi incontri. Ne succedono di ogni, ovvio, e il gruppo man mano si assottiglia. Un’odissea in forma di western, però più somigliante a certi titanici film di esplorazione ai limiti del mondo di un Werner Herzog, tanto per stare nel cinema tedesco. Solo che qui non c’è grandezza nè follia herzoghiana, c’è solo un buon, corretto film medio, un filino meglio della media se vogliamo, discretamente scritto, ben diretto, abbastanza avvincente, però prevedibile e senza una sorpresa che sia una. I caratteri son fissati in cliché e da lì non si smuovono. In fondo, Gold è soprattutto un vehicle per la sua protagonista, la diva tedesca Nina Hoss, donna belissima, di una bellezza severa ed elegante. L’anno scorso si meritava di vincere qui alla Berloinale il premio come migliore attrice per Barbara, e invece glielo soffiò una sconosciuta ragazzina congolese: cose da festival. Stavolta con Gold è in pole position, anche se se la dovrà vedere con un’agguerita concorrente, la cilena Paulina Garcia che in Gloria ha appena strappato qui al Palast un applausone alla solitamente controllata (e anche schifiltosa) platea international dei giornalisti.

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