Berlinale 2013 recensione: ROCK THE CASBAH: soldati a Gaza ai tempi dell’Intifada

Rock the Casbah, regia di Yariv Horowitz. Con Yon Tumarkin, Yotam Ishay, Roy Nik. Israele. Nella sezione Panorama.20132879_1
Gaza, 1989, tempo di intifada. Una pattuglia israeliana viene attaccata, un soldato ci resta secco, colpito da una lavatrice scaraventata da un terrazzo. Un quadro amarissimo della guerra d’attrito tra israeliani e palestinesi, e di un dialogo impossibile. Un altro film di guerra che viene da Israele, forse non all’altezza di Valzer con Bashir o Lebanon, ma da vedere (se qualcuno lo importa in Italia). Ah sì, i Clash non c’entrano. Voto tra il 6 e il 720132879_2
Quello del film di guerra, delle guerre con i paesi arabi, è ormai un genere quasi codificato del cinema israeliano e uno dei suoi segni distintivi. Penso a titoli come Valzer con Bashir (capolavoro), Beaufort, Lebanon. Questo Rock the Casbah si inserisce a pieno titolo nel filone, e per questo non è poi così nuovo, così sorprendente, o sconvolgente, come solo qualche anno fa sarebbe stato. Stavolta non siamo in una guerra in territorio libanese ma a Gaza, anno 1989, quando la striscia era sorvegliata-occupata da Israele. Conflitto strisciante, guerriglia, anzi intifada: la prima. Palestinesi all’attacco e al contrattacco con il lancio di pietre e altro possibile materiale scagliabile verso gli occupanti. Ogni angolo, ogni vicolo o casa può nascondere un pericolo. Per i soldati di Tsahal regole d’ingaggio chiare e nette in caso di potenziale attacco mortale, prima sparare per aria, poi alle gambe, poi in zona vitale. Doppio caricatore, blu con i proiettili di gomma, rosso per gli altri, quelli che fanno male e uccidono. In quel contesto, in quella fase storica, si colloca Rock the Casbah, titolo ironicamente ripreso da un pezzo epocale dei Clash. La guerra strisciante e asimmetrica, la guerra d’attrito incessante tra le due parti, l’incomprensione e l’astio, l’odio, sono resi benissimo dal film. Due popoli che non si capiscono, non si possono capire, al di là della buona volontà dei singoli dell’una e dell’altra parte.
Minareti, preghiere, urla in arabo. Un’atmosfera di sospesa, indecifrabile minaccia che abbiamo ritrovato anche in altri film di guerra in paesi islamici, Black Hawk Down, The Hurt Locker, Zero Dark Thirty. Una pattuglia israeliana fa il solito giro di controllo su una jeep. Vengono assaliti da alcuni ragazzi, nell’inseguimento da un vicolo all’altra succede il fattaccio. Uno dei soldati viene ammazzato da una lavatrice che gli viene scaraventata in testa dall’alto di un terrazzo. Quel terrazzo verrà presidiato, occupato stabilmente da quattro dei soldati, fino a che nella folla di ragazzi vocianti nella casbah lì sotto non verrà individuato il colpevole. Frizioni con la famiglia proprietaria, che nulla dice sull’accaduto, anche se il capofamiglia sa che è stato suo nipote a scagliare quel maledetto elettrodomestico. I soldatini mollati lì sul terrazzo non sanno come far passare il tempo, si svagano, perdono la testa. Paranoia, qualche mente già instabile vacilla. Con la famiglia forazatamente ospite i rapporti son tesi, soprattutto con la padrona di casa: “Andatevene, se state qui ci crederano collaborazionisti e ci amazzeranno”. Un clima avvelenato, intossicato, irrecuperabile. Nessun dialogo è veramente possibile, nessuno può fare niente, tutti sono prigionieri all’interno del proprio gruppo di appartenenza. Amarissimamente, Rock the Casbah registra l’impossibilità di ogni civile rapporto. Film utile, allarmante, da vedere, sempre che qualcuno decida di importarlo in Italia.

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