Berlinale 2013 recensione. THE NECESSARY DEATH OF CHARLIE COUNTRYMAN è il film peggio accolto, ma non il peggiore

The Necessary Death of Charlie Countryman, regia di Fredrik Bond. Con Shia LaBeouf, Evan Rachel Wood, Mads Mikkelsen. Usa. In Competizione.20137122_1Un noir con il solito everyman risucchiato in un intrigo più grande di lui, in una Bucarest misteriosa, minacciosa e antro di ogni nequizia. Poteva essere la rilettura interessante di un genere glorioso, ma il regista rovina tutto con eccessi ipercinetici da videomusica. Non bastasse, c’è un sentimentalismo da romanzucolo e una spruzzata di insopportabile newagismo. Però del buono qua e là affiora (e c’è il grande Mads Mikkelsen). Voto (generoso): 5 e mezzo20137122_4Per un po’, confesso, ho pensato di trovarmi di fronte al film più interessante di questa Berlinale. Illusione svanita abbastanza presto, purtroppo, anche se questo The Necessary Death of Charlie Countryman, cha ha fatto scuotere il capino e storcere il nasino a gran parte dei critici bon ton presenti, non è mica tutto da buttare, qualcosa di buono ce l’ha dentro, anche se molto ben nascosto e mischiato a tanta, tantissima fuffa. Una storia noir che ricorda certi classici. Un uomo buono e qualunque che si ritrova in una città sconosciuta, labirintica e pericolosa; una donna che gli fa perdere la testa, donna ambigua e doppia, ora Salvatrice ora Dark Lady; un villain misterioso che spunta dal buio e dal nulla come il demonio, parente prossimo del Kaiser Söze dei Soliti sospetti. L’uomo buono e qualunque è un ragazzo – uno sgomento, ma ostinato Shia LaBeouf in versione neohippizzante e strafattona, bravo davvero – cui è appena morta mamma, solo che lei gli riappare subito accanto in spirito (sì, anche qui come in tanto cinema corrente ci sono stupidate new age e paulocoelhiane) suggerendogli di andare a Bucarest. Visto che alla mamma, per quanto defunta, non si dice di no, il nostro Charlie Countryman da Chicago prende l’aero direzione capitale rumena. Rapida conoscenza col passeggero accanto, un uomo di mezz’età che però pure lui muore di colpo, e pure lui da defunto parla al buon Charlie incitandolo a contattare la giovane figlia a Bucarest. Ecco, incomincia sotto il segno di un surrealismo strambo l’avventura, ed è un’avventura sinistra. Gabriela, la ragazza, si rivela essere sposata a un torvo straniero che è il sempre strepitoso Mads Mikkelsen, uno degli attori preferiti di questo blog. Poi, gangster, scagnozzi, gente di vario malaffare, inseguimenti, rapimenti, scazzottate, agguati, spari, e una videocassetta che tutti cercano ed è la chiave dell’intrigo. Ora, la cosa interessante è che questo film rinuncia a ogni manieristico tentativo di rifare i grandi noir del passato, astenendosi dal citazionismo oggi imperante, e sforzandosi di trovare una propria via al genere, con linguaggi e stili della ipermodernità. Che sono poi quelli dei commercial e della videomusica, con un qualche debito ai videogames. Ipercinesi, glamourizzazione, superpotenziamento della visualità, ritmi forsennati, destrutturazione del racconto privilegiando le associazioni formali, di immagine. Cinema esteriore, di forme che si connettono ad alre forme. Cinema della suggestione. Cinema di spessore zero, in cui la superficie è tutto e il pensiero niente. Ma il tentativo di disegnare un nuovo noir non riesce o riesce solo in minima parte. Il guaio è che il giovan regista Fredrik Bond non sa assecondare la narrazione con i cambi di velocità e di registro necessari, non ha sufficiente sensibilità per cogliere i lati oscuri della vicenda e le ombre dei personaggi, appiattisce tutto e tutti in uno sgargiante ed esteriore manufatto filmico. Ho l’impressione, anche, che non ci sia abbastanza cultura dietro, solo un post modermo mestieraccio, intendo cultura cinematografica (del genere noir e non solo) e cultura larga, su vasta scala. Quel che ne vien fuori è un film esagitato, bislacco, confuso. Solo che dentro, nascosto, ci sta anche un altro film, un buon film, che se il regista avesse avuto la mano più leggera e un più svilupato senso della narrazione (e più senso critico) sarebbe potuto venir fuori. Peccato. Bucarest come luogo inquietante funziona, gli attori sono all’altezza, non solo Shia LaBeouf ma anche Evan Rachel Wood e ovviamente l’immenso Mads Mikkelsen. La rovina vera di questo The Necessary Death of Charlie Counyryman viene però dagli eccessi sentimentali, dall’orrenda voice over (di John Hurt!) di una pomposità e polverosità che non si possono reggere proprio, da un romanticismo d’accatto che trapela spesso negli sciagurati dialoghi tra Charlie e Gabriela. Happy end assurdo, senza alcuna spiegazione logica e giustificazione. Ma i film giovani e piacioni come questi han paura di ogni minima cattiveria, non vogliono inquietare il loro pubblico popcorn, pubblico narciso e incapace di reggere la minima frustrazione, neppure un finale non consolatorio. The Necessary Death of Charlie Counyryman è probabilmente il film a oggi accolto peggio dalla stampa tra quelli presentati in Concorso. Già non era piaciuto al Sundance, e qui il giudizio negativo si è confermato. Temo rischi di diventare uno di quei film abbandonati a se stessi ancora prima di uscire nei circuiti normali (e non è un buon segno che ieri alla conferenza stampa ci fosse sì il regista, ma nessuno dei protagonisti, non LaBeouf, non Evan Rachel Wood, non Mikkelsen). Momento di mio personale culto: il tassista cinefilo che disserta su Come eravamo, su quella storia impossibile tra una ebrea e un wasp, ricordando come lo sceneggiatore avesse voluto raccontare in realtà l’impossibilità di un amore gay. Diavolo di un tassista rumeno.

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