Berlinale 2013 recensione: CHILD’S POSE, madre matriarca e figlio succube a Bucarest (peccato somigli troppo all’iraniano ‘Una separazione’)

Pozitia Copilului (Child’s Pose – Posa da bambino), regia di Calin Peter Netzer. Con Luminita Gheorghiu, Bogdan Dumitrache, Florin Zamfirescu. In Competizione.20133745_1
Una madre dominatrix che quando il figlio bamboccione investe un bambino e lo uccide, smuove tutta Bucarest per toglierlo dai guai. Livido ritratto di una Romania di arroganti, prepotenti e corrotti. Ma siamo lontani dai capolavori del cinema rumeno di qualche anno fa. Questo film poi ha qualche analogia di troppo con l’iraniano Una separazione, senza peraltro eguagliarlo. Voto 6 e mezzo20133745_4
Son stati proiettati ormai quasi una dozzina di film del Concorso e ancora non si è visto, non dico il capolavoro, ma neanche quello che si stacca dagli altri e davvero capace di mettere tutti d’accordo. Alcune buone cose, e molte mediocri. Questo Child’s Pose, il titolo rumeno suona quasi impossibile per noi, si colloca nel primo gruppo, anche se a mio parere è al di sotto delle sue ambizioni e delle nostre aspettative, e parecchio lontano dal livello dei capolavori del cinema rumeno della scorsa decade, La morte del signor Lazarescu e 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni.
Tutto ha inizio con un incidente. Fuori Bucarest un bambino viene investito e ucciso, e questo innescherà una reazione a catena e cortocircuiterà due mondi opposti, quello della borghesia e quello dei diseredati. Ricorda qualcosa? Sì, ricorda molto, moltissimo l’iraniano Una separazione, vincitore proprio qui a Berlino due anni fa e poi gran successo dilagato in tutto il mondo, e consacrato con ben due Oscar. Le analogie, devo dire, sono abbastanza inpressionanti (là al posto dell’incidente c’era un aborto), con la differenza che Child’s Pose non ha la complessità, la profondità e neppure i twist narrativi di quel film capitale. Tutto è abbastanza prevedibile. Certo, se l’intento era quello di denunciare i nuovi poteri della Romania, la corruzione dilagante, il crescente divario tra classe alta e bassa, la missione è riuscita e compiuta. Solo che il cinema non è solo buone intenzioni e prediche edificanti.
A causare l’incidente è Barbu, un trentenne che da noi verrebbe chamato bamboccione, un viziato figlio della nuova borghesia che non si è mai assunto una responsabilità in vita sua (lo interpreta quel Bogdan Dumitrache che due anni fa al festival di Locarno si portò a casa il premio come migliore attore per Best Intentions). Indolente, irresoluto, ha sempre vissuto all’ombra della madre-matriarca verso cui cova un malcelato rancore (e lei, in una delle scene migliori del film, si lamenta che quel figlio non ha mai neppure aperto i libri di Herta Müller e Orhan Pamuk – due premi Nobel! – che gli ha regato). Questo è il quadro familiare. Poi arriva quella maledetta faccenda: colpa di Barbu, che guidando molto oltre la velocità consentita investe un bambino sbucato da una strada di campagna. Subito si mette in moto la madre, architetto potente, introdotta nei giri alti di Bucarest, il cui obiettivo è di impedire in qualsiasi modo che Barbu finisca in galera. Minaccerà, farà valere i suoi amici altolocati, pagherà il testimone perché cambi la sua versione dei fatti, cercherà pure di ingraziarsi la famiglia della vittima. Un mostro.
Il film è lei, Cornelia, non si sa se più mossa dall’amore totale per quel figlio che la odia e che forse lei stessa disprezza, o se a guidarla è invece l’istinto di classe, l’arroganza del ricco. Il film purtroppo ha un andamento narrativo piatto, una volta dichiarati i suoi intenti si snoda senza il minimo sussulto. Se in Una separazione succedevano terremoti psicologi e sociali in tutte le persone coinvolte, qui si innesca solo un vago fremito, anche molto tardivo, nel figlio bamboccione,. Di interessante c’è il quadro livido di un paese cui il post comunismo ha portato più libertà, e anche libertà di consumo, ma anche un infragilirsi dei rapporti sociali, una legalità pericolante e soggetta alle pressioni dei forti, differenze sociali scandalose. Postilla: la canzone guida è Meravigliosa creatura di Gianna Nannini, ieri nel cileno Gloria era l’omonimo pezzo di Umberto Tozzi. Trionfo del pop italiano a questa Berlinale.

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