Berlinale 2013 recensione: con il canadese VIC E FLO HANNO VISTO UN ORSO arriva il cinema d’autore più tosto

Vic+Flo ont vu un ours (Vic e Flo hanno visto un orso), regia di Denis Côté. Con Pierrette Robitaille, Romane Bohringer, Marc-André Grondin. Canada. In Competizione.20134827_1
Il suo regista, canadese del Québec, è già un nome di culto, premiato a Locarno e consacrato dai Cahiers du Cinéma. Con questo film alla Berlinale portrebbe diventare un autore internazionalmente riconosciuto. Ha uno stile forte, personale, assai riconoscibile. Racconta la storia di due donne che si amano e di un mondo intorno che si fa man mano sempre più ostile. Cinema non piacione, non corrivo, non mainstream. Ma cinema che vale. Voto 720134827_4
Sorvegliato speciale. A giudicare da certi nomi eccellenti che stavano in platea al Cinemaxx (la multisala dove si tengono molte delle proiezioni della Berlinale in area Potsdamerplatz), sembra che questo sia un film tenuto sotto particolare osservazione, probabilmente ritenuto tra i più premiabili. Proprio vicino a me sedeva in totale incognito Olivier Père, l’ex direttore del festival di Locarno oggi responsabile del braccio produttivo cinematografico della tv Artè. Due file dietro, alcuni giurati del concorso, un invecchiato e abbastanza imbolsito Tim Robbins, alla sua destra la fotografa-artista-regista Shirin Neshat, alla sua sinistra la guru del nuovo cinema greco Athina Rachel Tsangari. Chiari indizi dello status di cui gode questo film canadese. Confesso che del suo regista Denis Côté non avevo finora visto niente, e che poco sapevo di lui. Leggo che ha già alle spalle un premio per la miglior regia vinto a Locarno qualche anno fa e una rassegna dei suoi film patrocinata a Parigi dai Cahiers du Cinéma. Ma il suo culto non ha mai sfondato la cerchia strettissima dei cinéphiles più intransigenti, stiamo a vedere se questa Berlinale riuscirà a farne un autore globalmente riconosciuto. Però Vic+Flo non è stato molto bene accolto dal giornalista unico e medio di questo festival, intendo il giornalista che intercetta la reazione diffusa, l’opinione comune, l’opinione dei più, e non solo non la confuta, ma la incorpora, la fa propria, la propaga. Giornalista unico che difficilmente osa giudizi eccentrici o fuori misura, restando all’interno di recinti e parametri universalmente riconosciuti.
Ecco, questo tipo di critico non ha mostrato entusiasmo per il film del regista canadese, anzi québecois. Eppure Vic+Flo colpisce, da subito, dalle immagini di apertura, per la sua peculiarità, per l’impronta forte, lo stile assai personale e per nulla omologato, per il suo segno autoriale. Sì, il sospetto dell’artificiosità c’è, di un eccesso di consapevolezza pure, come se il regista seguisse ossessivamente un modello astratto e concettualizzato di fare cinema. Se poi consideriamo che Denis Côté è nato come critico, il sospetto aumenta. Cinema freddo, costruito, ingabbiato in una struttura formale rigidissima. Cinema distante, difficile da amare e che non fa niente per farsi voler bene. Cinema non disturbante, ma respingente, antipatico sì. Però cinema di esplorazione, che osa e cerca di reinventarsi, mica la solita zuppa. Côté usa e abusa di primi piani sparati su grandissimo schermo, usa spesso la camera fissa, anche se quando ricorre alle carrellate mostra di padroneggiarle con precisione millimetrica e tecnica ineccepibile. Parte dalla lateralità della storia e delle storie, da dettagli apparentemente inessenziali, incongrui o sconnessi, per parecchio fatichiamo a capire chi siano i personaggi e cosa stia succedendo. Frammenti di un puzzle, che comunque non si incastrano mai del tutto, lasciando ampie zone di ombra, di vuoto, di ambiguità e non detto. Cinema radicale, di assoluta autorialità, che si concede e ci concede poco, che alla propria coerenza sacrifica molto. Siamo in Québec, si parla francese, un francese assai diverso da quello parigino. Vic (Victoire) ha 61 anni, è appena uscita di galera per un reato che non ci viene detto, si presenta da un vecchio zio emiplegico e assai malmesso che ha come badante un ragazzino. Si installa da lui con la scusa di curarlo, in realtà vuole abitare in quella casa nel bosco insieme alla sua amica e amante Florence che la raggiunge di lì a poco. Altri personaggi si introducono nella vicenda: un bravo ragazzo che per conto del giudice deve monitorare il comportamento di Vic, una misteriosa donna di passaggio che dice di essere un’impiegata comunale ma non lo è, un possente nero, amante di una notte di Flo. Capiamo che c’è qualche sgarro che Flo deve espiare, e che qualcuno gliel’ha giurata. Flo fa l’amore anche con uomini, Vic se ne accorge, ha il terrore di perderla. Ci si avvia inesorabilmente verso un punto di non ritorno, e sarà massacro e tragedia. Questo film di sospensioni e reticenze si trasforma nella ultima parte in un vero e proprio horror, la casa nel bosco come in tanti film di genere finisce con il diventare una trappola. Tutto si chiude, ma molte domande restano aperte. Una scena di ordinario surrealismo con morti che camminano e parlano è l’ultima di questo strano e sfuggente film, ed è un sigillo autoriale che il regista si poteva risparmiare. Però questo è l’unico titolo finora davvero innovativo – linguisticamente, stilisticamente – del Concorso, snobbarlo in sede di palmarès sarebbe un delitto. Anche, uno dei film più omosessuali di questa Berlinale (lesbiche le due protagoniste, gay il ragazzo che le controlla), che pure sul tema esibisce una lista lunghissima.

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