Berlinale 2013 recensione. LOVELACE santa e martire (film buono, ma inesorabilmente agiografico)

lovelace d20_250.NEFLovelace, regia di Rob Epstein e Jeffery Friedman. Con Amanda Seyfried, Peter Sarsgaard, Sharon Stone, Juno Temple, James Franco. Nella sezione Panorama.lovelace d04 _24.NEF
Biopic della pornostar che con Gola profonda e il blow job conquistò il mondo e fama imperitura. Vittima poi di un marito avido, violento, sfruttatore. Niente male, qui a Berlino è piaciuto molto. Ma resta un film agiografico, pura vita dei santi. Voto 6

L’ho acchiappato tardi, a una delle proiezioni successive alla prima, per la precisione al cinema Cubix in fondo ad Alexanderplatz, multisala niente de che, anonima, però con vetrata e meravigliosa vista sul retro della piazza imortalata da Battiato-Milva: gran sguardo sulla stazione, il capolinea dei vecchi tram gialli e la torre della tv, tutto ancora puro stile Ddr. Peccato che i soliti lavori in corso – Berlino continua a essere un immenso cantiere – stiano per cancellare anche questi ultimi residui. Però Dio mio un po’ di tretraggine ulbrichtiana andrebbe conservata, è questione di storia, mica si può ridure tutta la ex Berlino Est a shopping center, arkaden, sberluccicamenti, palazzoni di vetro firmati da archistar. Quanto al film, era presente il regista Rob Epstein il quale alla fine ha pure invitato il pubblico e fare domande, e purtroppo le domande sono state fatte (banali, al solito) e io, che stavo seduto nel mezzo di una fila di poltrone lunghissima, sono rimasto incastrato a sorbirmi l’inutile dibattito. Mi aspettavo parecchio (da Lovelace, non dal dibattito), uno dei film meglio accolti a questa Berlinale dopo il suo lancio al Sundance, word-of-mouth ottimo, perfino amici critici rigorosissimi e ultracinefili hanno approvato e consigliato. Invece il film non è poi granchè.
Ottimo prodotto, intendiamoci, scritto, girato, interpretato come Dio comanda, con ferreo mestiere americano. Partecipazioni eccellenti anche in ruoli collaterali, come Chloé Sevigny, Debi Mazar e James Franco (che ieri impazzava sugli schermi della Berlinale in ben tre film, uno più indie dell’altro). Di sicuro Lovelace andrà benissimo, troverà il suo pubblico e potrebbe anche avere parecchie soddisfazioni nella stagione dei premi 2014 (per quella in corso è troppo tardi, non essendo stato proiettato nelle sale americane entro la deadline del 31 dicembre scorso). Il guaio è che, al di là della smagliante e e ultraprofessionale confezione, e un lavoro alla sceneggiatura encomiabile, non riesce a riscattarsi dall’agiografia, dalla lettura a una sola dimensione del personaggio Linda Lovelace, la pornostar che con Gola profonda è entrata davvero nella storia e ha fatto del blow job a modo suo un’arte. Semplicemente, secondo il film, LL è una santa e una martire. Ma andiamo con ordine. Questo è un (parziale) biopic che ci racconta di come una brava e timorata ragazza di una rigida famiglia cattolica californiana (madre implacabilmente bigotta, interpretata da una Sharon Stone irriconoscibile e molto brava, e si sente già profumo di Oscar 2014 come best supporting actress) diventa la diva del pornomovie più famoso di sempre. Siamo agli inizi dei torridi anni Settanta e Linda ha la sventura di conoscere quel Chuck che sarà l’uomo fondamentale della sua vita, un gaglioffo sempre strafatto e impasticcato e sembra a caccia di soldi. Lui la inizia al sesso, lui la introduce a quel blow job che diventerà il successivo brand Lovelace. Finisce in galera, quando esce costringe Linda, intanto diventata sua moglie, a darsi da fare per guadagnare quattrini, e darsi da fare vuol dire entrare nell’industria porno. Sarà Gola profonda, un successo immenso, e Linda sarà regina assoluta del pompino, icona del sesso Seventies. “Sono stata solo 72 giorni nel porno”, scriverà anni dopo, “ma io resterà per sempre la donna di quei 72 giorni”. Le sequenze del tournage, con il regista Joe Damiano e il produttore, sono le migliori di tutto il film, riuscendo a resituirci il mondo di quei pionieri che, buttandola sulla rivoluzione sessuale, in realtà si divertivano parecchio e facevano un sacco di dollari. Dopo per lei è il buio. Il marito ne sfrutta la popolarità e la costringe a prostituirsi a ricchi e meno ricchi, una sera la vende pure a una banda di stupratori che la riducono a poltiglia. Lei dei soldi arrivati da Gola profonda non vede niente, tutto finisce nelle tasche del marito-magnaccia-agente. Un calvario. Poi arriverà la fuga (e ad aiutarla sarà il produttore di Deep Throat), riuscirà a ricostruirsi la vita e a mettere su famiglia con un brav’uomo. Vent’anni dopo scriverà un libro autobiografico e si batterà contro la pornografia e la violenza domestica, ed è quel libro immagino ad aver ispirato il film. Morirà a 53 per i postumi di un incidente stradale. Ora, gli autori puntano soprattutto sul rapporto tra Linda e il marito manesco Chuck, la realizzazione del film e il suo successo. Ma fanno della figura di lei una sorta di giovane traviata da un lurido villain, una pura, imnnocente, sentimentale, ingenua, incorrotta ragazza che viene ingannata da un figlio di mignotta. Il resto, le botte, le umiliazioni, è puro martirio, secondo i canoni narrativi dei martirologi antichi. In fondo, questo film è come certi melodrammi italiani (e non solo) anni Cinquanta, in cui l’ingenua fanciulla veniva sedotta e ingannata dal gaglioffo di turno ritrovandosi poi sul marciapidede, magari con bambino a carico da mantenere. Lovelace segue questo schema narrativo, schema primario e binario, di qui tutti buoni di là tutti cattivi, e santifica la sua protagonista oltre ogni ragionevlezza (come peraltro in Italia accadde con Moana Pozzi). Possibile che Linda Lovelace si sia trovata su un set porno pressochè inconsapevole, come ci mostra questo biopic? Possibile che si diventi professioniste del pompino senza quasi rendersene conto? Con tutto il rispetto per il personaggio, non mi pare credibile. Lovelace è un santino, e ne ha tutti i limiti di semplificazione. Avremmo preferito un film più ambiguo, ombroso, inquietante. Amanda Seyfried fornisce la sua prova d’attrice migliore. Peter Sarsgaard era il gaglioffo simpatico che in An Education introduceva Carey Mulligan al sesso e alla vita, qui rifà lo stesso personaggio, ma in versione malvagia, seduttore di Linda e suo violento marito-magnaccia.

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