Recensione. CLOSED CURTAIN di Jafar Panahi è un rompicapo fascinoso, un film-labirinto

20137882_1Closed Curtain (Pardé), di Jafar Panahi e Kambozyia Partovi. Con Kamboziya Partovi, Maryam Moghadam, Jafar Panahi, Hadi Saeedi e il cane Boy. Iran. In Competizione.20137882_2
Arriva in concorso il nuovo film del regista iraniano cui il regime impedisce di lavorare. Anche questo, come il precedente This is not a film, è girato clandestinamente, il che ne fa un evento a prescindere. Film complicato, indecifrabile. Cinema nel cinema. Personaggi che entrano ed escono dalla finzione. Si incomincia con un uomo e un cane in una villa sul Mar Caspio. Arrivano poi un ragazzo e una ragazza in fuga. Panahi gira il suo Otto e mezzo, buttandoci dentro le paure, le ossessioni, le speranze della sua vita da recluso. Ma Closed Curtain è troppo lambiccato e labirintico per convincere davvero. Voto 7 meno20137882_5
Colpito dall’interdetto di girare film per vent’anni, l’iraniano Jafar Panahi non si piega, e clandestinamente, sfidando la sentenza, co-realizzando e co-firmando con l’amico Kamboziya Partovi, non molla la macchina da presa. Questo suo nuovo film è dunque un evento a prescindere. Che ci sia, che sia stato realizzato, che sia stato presentato qui alla Berlinale (dove Panahi ovviamente non è potuto intervenire) è già eclatante. Certo non vorrei essere tra i giurati. Come si fa a giudicare serenamente un film così, con quel carico extrafilmico che si porta addosso? Per quanto mi riguarda, dico subito che Closed Curtain, tenda chiusa, non è un capolavoro. Pieno di immagini e momenti abbaglianti, e anche divertenti (grazie a un cane di nome Boy che è un portento d’attore e meriterebbe un premio, e non sto mica scherzando) è anche intorcinatissimo, lambiccato, un rompicapo, un cubo di Rubik di cui per quanto ti sforzi non riesci a venire a capo. I riferimenti, diretti o per via di metafora, alla condizione di recluso del regista, di tagliato fuori, sono moltissimi, a partire dal titolo. Ma non riescono a dare vita a una narrazione limpida, semmai a una struttura-labirinto dominata dall’ossessione. Leggendo oggi qualche recensione internazionale (ma perché per noi c’è l’embargo fino alla proiezione serale al Palast del film e per loro no?) ho visto che si son tirati fuori come riferimenti Pirandello e Ionesco. Si potrebbe continuare con il Fellini di Otto e mezzo e soprattutto, a mio parere, con il Charlie Kaufman di Sineddoche, New York. Perché qui si viaggia avanti e indietro tra finzione e reale, si fa del metacinema, in un gioco di specchi oscuri.
Si parte alla grandissima, con la macchina da prrsa fissa su una vetrata chiusa da sbarre, e al di là, là fuori, persone che trafficano, si muovono, si avvicinano all’entrata, e a me sembra proprio una citazione e quasi un remake della scena finale di Professione: reporter di Antonioni, una delle chiuse più belle della storia del cinema. Un uomo entra in casa, in questa che è una villa sul mar Caspio, un uomo di mezz’età con un borsone da cui estrae un cane. Apprenderemo che è venuto lì per starsene tranquillo a scrivere una sceneggiatura. Suo solo compagno il cane Boy, che assicura con la sua grazia e la sua intelligenza scene di autentica delizia allo spettatore. Poi, durante un temporale, penetrano nella villa un ragazzo e una ragazza, dicono di essere inseguiti dalla polizia, di avere bisogno di un rifugio, si installano in casa contro la volontà dello scrittore. Chi sono davvero? Forse sono fratelli, o forse amanti. Forse lui ha ucciso, forse lei vuole uccidersi. Il ragazzo se ne va, la ragazza resta. Fino a quando i manifesti alle pareti di due film di Janaf Panahi ci forniscono qualche indizio di quel che vedremo di lì a poco. Difatti entra in scena lo stesso Panahi, è lui il vero padrone di casa, scopriamo che quanto abbiamo visto fino a quel momento è solo un film che sta girando, o immaginando, o solo provando a girare con il suo iPhone. Forse il ragazzo e la ragazza esistono davvero, visto che una donna che si proclama essere la sorella di lei li viene a cercare. Ci sono sequenze puramente immaginate (la ragazza che si immerge nel mar Caspio), altre che sono sogni o incubi a occhi aperti di Panahi. Il film si srotola verso la fine, e molte domande restano sospese nella testa dello spettatore. Cos’è mai questo film? Non mi pare il caso di star lì a snocciolare e interpretare le metafore come si faceva una volta nei cineferoum parrocchiali, conta il senso di claustrofobia che Panahi riesce a comunicarci, la separazione dal mondo e lo svilupparsi di un mondo parallelo, autireferente, dove il reale stinge nella visione e nel delirio e perde i suoi contorni netti. C’è, ancora, la paura: i ragazzi che fuggono dalla polizia, le immagini rimandate dalla televisione della grande mattanza dei cani, condannati a morire in quanto ritenuti dal regime bestie impure (e quella dello scrittore che chiude gli occhi a Boy perché non veda le immagini è una scena bellissima). Pannelli neri alle finestre per nascondersi, o forse per impedire al mondo là fuori di entrare. Pannelli che vengono messi e poi strappati. Closed Curtain è il film di una vita cui è impedito di vivere. Ma basta questo per fare un grande film? No, purtroppo no. A impedire la riuscita perfetta è non solo la macchinosità del racconto, ma una certa qual pretenzosità arty, un certo sussiego ultrautoriale.

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