Berlinale 2013 recensione: CAMILLE CLAUDEL 1915 non è quel film grandissimo che ci si aspettava

Camille Claudel 1915, regia di Bruno Dumont. Con Juliette Binoche, Jean-Luc Vicent. In Competizione.
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Da un maestro come Dumont era lecito aspettarsi un film di rispetto. Ma questo ritratto di Camille Claudel, sorella dello scrittore Paul, inabissatasi nella follia dopo la fine del suo amore con Rodin, riproduce troppi cliché per convincere davvero. Solo molto tardi, quando entra in scena Paul Claudel, il film decolla. Ma non basta. Fughe record durante la proiezione-stampa. Voto 6

20137202_5Sono un estimatore di Bruno Dumont fin dai tempi di La vie de Jésus e L’humanité, due film tra i più importanti di fine Novecento, opere capitali del cinema dell’austerità e del rigore (qualcuno lo chiama anticinema). Se c’è un autore che possa legittimamente dirsi bressoniano, questo è lui. Era lecito perciò aspettarsi molto da questo suo ritorno, eppure Camille Claudel 1915 è una delusione per almeno due terzi della sua durata. Sorella dello scrittore Paul, uno dei nomi-vertice della cultura cattolica francese primo Novecento, legata per anni allo scultore Auguste Rodin e lei stessa scultrice di genio, Camille Claudel ebbe una vita sventurata, già in parte raccontata in un film del 1988 con una iconica Isabelle Adjani. Ripudiata da Rodin a soli trent’anni, Camille si inabissa nella follia, nella visione paranoide del mondo, e viene rinchiusa in un istituto religioso per malati di mente da dove non uscirà più fino alla morte a 79 anni. Quel film di Bruno Nuytten era soprattutto un vehicle per la Adjani e della Claudel rievocava la tempestosa relazione con lo scultore, questo di Dumont riprende Camille nel 1915, con già alle spalle vent’anni di reclusione. Non ci racconta molto di lei, si affida ai primi piani e ai tormenti di Juliette Binoche (che sfiora qua e là la maniera), ce la mostra ripudiata e dimenticata dalla famiglia, tranne che dal fratello Paul che di tanto in tanto va a farle visita in Provenza, dov’è reclusa. La vediamo percorsa da paranoia, convinta che la vogliano avvelenare, tant’è che si cucina da sola il cibo, soprattutto è ossessionata da Rodin che accusa ancora di averle distrutto la vita e averle rubato il suo atelier, la sua creatività, le sue opere, la sua anima. Resta in attesa spamodica dell’arrivo del fratello, sperando che la tolga da lì, le restituisca la libertà, ma non succederà. Purtroppo Dumont la circonda di figure di malati di mente rappresentate assai convenzionalmente, ricalcate, anche visivamente, sui cliché che abbiano visto innumerevoli volte al cinema. Facce deformate più vicine al bestiale che all’umano, bocche sdentate e sbavanti, ululati, fremiti, crisi violente, attacchi fobici e aggressivi. Sembra di tornare ai tempi di Marat-Sade di Peter Brook e di L’altra faccia dell’amore di Ken Russell, anzi, ancora più indietro, al mitologico e fondativo La fossa dei serpenti di Siodmak e a Improvvisamente l’estate scorsa di Mankiewicz.
Purtroppo Bruno Dumont a quella rappresentazione della follia si attiene, non la scava, non la reinventa né visivamente né narrativamente. Insieme alla pochezza del racconto su Camille, è questa la debolezza del film, che non può essere riscattata dal nitore e dal rigore quasi ascetico della messinscena, e nemmeno dal pudore e dal rispetto con cui la sofferenza mentale viene mostrata. Stranamente, il film migliora quando entra in scena Paul Claudel in viaggio (in macchina! guidata da lui!) attraverso il paesaggio provenzale verso l’asilo della sorella. Paul pensa alla disgraziata Camille, prega e parla di Dio con parole di sublime bellezza, con una lingua che incanta. Il suo incontro con il monaco è di una bellezza abbagliante. Raramente, se non in Bresson appunto, il cattolicesimo francese, la sua sete di assoluto, sono stati così bene resi. L’incontro tra i due fratelli – con Paul che crudelmente lascia in istituto Camille nonostante che lo stesso direttore gli consigli di riportarla a casa – è il punto più alto del film, ma arriva troppo tardi. Se quest’opera di Dumont si fosse chiamata Paul Claudel fa visita alla sorella Camille reclusa in manicomio forse sarebbe stato un capolavoro.

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