Berlinale 2013 recensione: LAYLA FOURIE: viene dal Sud Africa il film più brutto (insieme a quello di Bille August)

Layla Fourie, regia di Pia Marais. Con Rayna Campbell, August Diehl, Rapule Hendricks.20135061_1
Goffo psicothriller di coproduzione tedesco-sudafricana. Una madre single, suo figlio e un viaggio pericoloso nella notte. Succederà qualcosa che ridisegnerà la vita di molte persone. Solo che la regista adotta uno stile catatonico-anoressico e fa muvere la sua protagonista come una sonnambula. Un’ora e mezza, ma sembrano il doppio. Voto 420135061_2
Oggi fuori dal Cinemaxx ci si chiedeva: ma il film più brutto del concorso è questo o Il treno per Lisbona di Bille August? Una bella lotta. In effetti è inspiegabile come Layla Fourie sia finito nella sezione massima delle Berlinale. È il caso di ricordare che si tratta di una coproduzione tra Sud Africa e Germania, che la regista vive sì nella terra di Mandela ma è tedesca di origine. Un pasticciaccio che mescola indebitamente thriller psicologico e non, amore, rapporto tra le classi e quant’altro, il tutto in uno stile artefatto e anoressico. A salvarsi son solo i paesaggi sudafricani, per il resto buio totale. Layla è una madre single (nera: il padre di suo figlio l’ha mollata e si è messo con una bianca) che lavora in una strana azienda produttrice di lie detector, insomma macchinette della verità, cui ad esempio vengono sottoposti i dipendenti e aspiranti dipendenti dei casinò. Da Joannesburg viene trasferita in una città-casinò, e proprio mentre in macchina, di notte e con il figlio, si avvia verso il nuovo lavoro, investe un tizio: morirà mentre lei cerca di portarlo in ospedale.
Fa l’errore di occultare il cadavere, e da lì iniziano gli strani intrecci del caso e dell’amore. Già, perché di lei si innamora proprio il figlio (bianco) del morto, un bravo ragazzo che non sa nulla di quanto è sucesso al padre ed è alla sua disperata ricerca. Non sto a dirvi gli incredibili, nel senso di inattendibili, sviluppi. Una storia che non sta da nessuna parte e non va nessuna parte. Oltretutto girata dalla regista con un sussiego cincomprensibile. La signora Pia Marais fa muovere la sua protagonista come una catatonica, una sonnambula, una monicavitti però senza Antonioni. Anche quando si ritrova col ferito e si dovrebbe spicciare, almeno a chiamare al telefono qualcuno, la nostra (che è una gran bella ragazza) sgrana gli occhioni, incede ieratica, monicavitteggia come ormai non si vedeva più da un pezzo al cinema. Tremendo. August Diehl, immagino rampante attor giovane tedesco, compare sia qui che in Il treno per Lisbona di August, azzeccando così i due più brutti film della Competizione. Complimenti. (Unica scena interessante: quando in una villa dispersa nel bush si odono strani rumori provenienti da fuori, ecco che la proprietaria, una bionda e bella signora, chiude porte blindate su porte blindate, si rifugia ina una stanza-fortino e imbraccia il fucile. Si sapeva che la criminalità in Sud Africa è ai massimi liveli mondiali, ma una scena così fa capire più cose di mille report).

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