Berlinale 2013 recensione. SIDE EFFECTS: da Soderbergh uno psycho-medical-thriller assai riuscito

20137391_1Side Effects, regia di Steven Soderbergh. Con Rooney Mara, Jude Law, Channing Tatum, Catherine Zeta-Jones. In Competizione.20137391_4
Un thriller-thriller alla Hitchcock, anzi alla De Palma dei tempi belli. Una depressa sotto psicofarmaci ha momenti di vuoto mentale, e in uno di quei momenti uccide. Per un po’ il film sembra un atto d’accusa contro Big Pharma e relativi cinismi e affarismi, poi invece (e meno male) diventa un giallone come Dio comanda, con doppio colpo di scena finale. Voto 7

Un altro prodotto della Soderbergh Factory, fabbrichetta ad alto rendimento che neanche in Brianza o in Cina, capace di sfornare due e anche tre film l’anno, quasi sempre coinvolgendo un gruppo compatto e fedele di attori amici, con una formula produttiva che immagino basata su bassi cachet e partecipazione agli utili. Utili che spesso arrivano (vedi gli incassi stellari Magic Mike e quelli buoni di Contagion), qualche volta no (Haywire). Adesso dalla catena di montaggio soderberghiana esce questo Side Effects, Effetti collaterali, film di genere come spesso orami il nostro realizza, girato con mano svelta, sceneggiatura furba, senso dello spettacolo, fiuto per i gusti del grande pubblico. Fino a un certo punto sembra un film di denuncia dei misfatti di Big Pharma, poi grazie a Dio svolta in una sano thrillerone di quelli di una volta come i registi giovinastri, molto più attrati dall’horror e dal truculento, non sanno più fare. Due twist, due colpacci di scena che sembra davvero di tornare ai tempi belli di Hitchcock e del miglior De Palma. Una giovane donna di nome Emily Taylor, depressa da molti anni, tira avanti a psicofarmaci che, se l’acquietano, le procurano anche sonnolenza, vuoti mentali: i side effects del titolo. Un calvario, povera donna. Finché in uno dei momenti di torpore prende a coltellate il povero marito e lo secco. Scandalo. Caso mediatico. Verrà internata, ma nelle grane finirà anche il suo psichiatra che le aveva prescritto un nuovo farmaco. Perderà il lavoro, verrà radiato dalla comunità psichiatrica, sarà lasciato dalla donna con cui stava. Finché, insospettito, sopre che quel farmaco tanto decantato e che lui in buona fede aveva prescritto alla depressa assassina in realtà era pericoloso, e che la casa produttrice aveva fatto di tutto per far passare sotto silenzio gli effetti di ‘sleepwalking’, di sonnambulismo, che poteva indurre. Dunque è stato a causa di uno di quegli attacchi che Emily Taylor ha ucciso. A questo punto il film sembrerebbe un atto d’accusa contro il cinismo della grandi compnanies, ed è in effetti anche questo.
Ma poi la faccenda diventa assai più privata, con i colpi di snea finali di cui dicevo e di cui nulla svelerò. Dico solo che quel farmaco pernicioso viene scientemente usato per un piano diabolico. Il film fila via dritto che è un piacere, Rooney Mara, la Lisbeth punk di Uomini che odiano le donne (quello di David Fincher), è la protagonista, cui conferisce il necessario tasso di nevroticità. Mi sa che Rooney Mara farà una gran carriera: ha una faccia di quelle interesanti e perfette per ruoli tormentati, un fisico bello e fuori canone, naturalmente elegante e assai fashion. Jude Law è bravissimo e anche simpatico come psichiatra. Catherina Zeta-Jones, una fedele di Soderbergh, in un ruolo che si rivelerà strategico. Channing Tatum, l’attore-feticcio del regista, qui fa il marito della depressa, e non si capisce come una moglie pur sotto ipnotici possa sbarazzarsi di un consorte così. Qualcuno si è lamentato che un film cosi, intendendo un film così commerciale, fosse in concorso. Ma, santiddio, mica si può vivere solo di Jafar Panahi e Bruno Dumont.

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