Berlinale 2013 Recensione: PRINCE AVALANCHE: americano, giovane, indie, strampalato. Così così

Prince Avalanche, regia di David Gordon Green. Con Paul Rudd e Emile Hirsch. Usa. In Competizione.
20138104_1Lance e Alvin fanno lavori di manutenzione stradale all’interno di un grande parco semidistrutto anni prima da un incendio. Sono opposti come carettere e temperamento, sono amici-nemici che si attraggono e si respingono, baruffano e fanno pace. Sono quasi cognati, visto che Alvin è fidanzato con la sorella di Lance. Fanno strani incontri, forse fantasmi del grande incendio o forse no. Commedia indie americana strampalata e pazzerella, con slittamenti surreali. Qui è piaciuta molto ai critici più giovani, Che dire: caruccia, però della consistenza della cartavelina. Voto 620138104_2
Il film che al Palast ha più diviso: zitti e scocciati gli over 40, entusiasti i jeunes critiques, i ragazzi di tutta Europa che scrivono per le webzine, i blog, i siti, che lavorano per le tv. Ecco, loro hanno invece applaudito forsennatamente. Mah, io per appartenenza generazionale non riesco certo a sintonizzarmi su un oggetto filmico come Prince Avalanche. Qualcosa che non riesci a definire, ad afferrare bene, che ti scivola via. Una commedia strampalata, quasi una riedizione delle gloriose screwball comedies, ma in versione abbastanza bassa, contemporanea, non sofisticata. Due protagonisti maschi che si respingono e attraggono irresistibilmente, che son l’uno l’opposto ma anche il complementare dell’altro, come nei più classici buddy-buddy movies. Slittamenti surreali, tocchi (grevi) di commedia volgare o raunchy comedy. Perfino con un qualcosa delle ghost stories, come mi suggeriva un’amica francese. Insomma, in my opinion, abbastanza un casino. Ma non è questo il punto, che sta invece nell’assoluto andamento piatto della narrazione, o meglio, la narrazione è quel poco che succede e si evolve al di dentro del rapporto tra i due, e francamente non basta. Sul piano dello storytelling siamo prossimi allo zero. Restano i dialoghi assai brillanti e godibili, resta la capacità da parte degli autori di cavare occasioni di divertimento anche dai dettagli più insignificanti. Però è davvero poco. Mi chiedo cosa possa piacere a tanti ragazzi di questo film. Forse il fatto che sullo schermo vedano muoversi due loro coetanei, con quel mix di cinismo e sentimentalismo che sembra caratterizzare le nuove generazioni. Si straparla di sesso e fica e soldi, ma in fondo è l’amour, sempre l’amour ciò cui si tende.
Texas. Alvin e Lance vengono ingaggiati per ripristinare e sistemare le vie di comunicazione di un enorme parco andato semidistrutto da un incendio. Cazzeggiano, dipingono strisce gialle sulla strada, impiantano i segnali chilometrici, cose così. Soprattutto parlano e parlano, litigano e baruffano. Lance è ossessionato dal sesso, non vede l’ora che arrivi il weekend per scoparsi le sue numerose girlfriends, è un lavativo, un perdigiorno, tende a scansare i lavori più faticosi. Alvin è serio, responsabile,”sono il boss di questa squadra”. Il weekend lui lo pasa lì nel parco andando a pesca, leggendo, scrivendo lettere alla sua fidanzata, che tra l’altro è la sorella di Lance. Insomma, i due son quasi cognati. Mentre lavorano fanno strani incontri: un camionista vecchio e sempre ubriaco che smolla loro litri di alcolici, una signora anziana che va a recuperare memorie nella sua casa distrutta dall’incendio. È tedesca, dice di essere una ex pilota. Ma forse sono fantasmi del grande incendio, o forse no. Intanto salta fuori che Lance ha messo incinta un signora di 47 (47!) anni e tra i due è dibattito se sia il caso di sposarla e mettere su famiglia (lui ha la metà degli anni di lei). C’est tout. Il film, oltre che ai dialoghi, si affida ai due attori, ottimi. Paul Rudd è il serioso Alvin, Emile Hirsch è Lance. Potrebbero anche vincere ex aequo il premio per la migliore interpretazione maschile. C’è in questo strano Prince Avalanche un brio, una svagatezza, una piccola follia anarchica che ricorda i film londinesi di Richard Lester, The Knack o Tutti per uno. A conti fatti, una tipica produzione indie di giovani registi assai abili nella costruzione e decostruzione, nel ritmo, nel montare dialoghi mimetici rispetto al reale, ma di vista corta, incapaci di spessore e qualsiasi profondità, ottimi nel rapresentare e mettere in scena il quasi nulla. (Però ci sono delle eccezioni, come il Jeff Nichols di Take Shelter e Mud).

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