Recensione: con BROKEN CITY torna il private eye alla Bogart-Chandler. Il modello è ‘Chinatown’ di Polanski, ma il risultato è parecchio lontano

DBroken City, regia di Allen Hughes. Con Mark Wahlberg, Russell Crowe, Catherine Zeta-Jones, Jeffrey Wright. Voto 5+
DTorna il private eye, come nei classici anni ’40 da Chandler. Con ufficetto miserrimo, incassi prossimi allo zero, segretaria sveglia e segretamente innamorata. Torna e ha la faccia e il fisico un attimo bovino di Mark Wahlberg, anche coproduttore del film, e perciò incontenibile e onnipresente. Che poi, non essendo neanche quell’attore eccelso, e neppure il massimo della simpatia e dell’amabilità, con il suo protagonismo debordante non aiuta il film a decollare, anzi. Però è sempre bello ritrovare, almeno per quelli come me che di noir così ne han visti tanti, l’investigatore ex poliziotto, povero ma duro e indomito e incorrotto, che va allo scontro senza paura con i poteri forti. Antefatto: il nostro Billy Taggart, ancora poliziotto, è sotto processo per aver ucciso in una sparatoria in un quartiere difficile di usuale degrado metropolitano un delinquente da strada. Verrà assolto. Anni dopo, quando è ormai detective privato, il sindaco della città – un Russell Crowe appesantito e arrotondato come un tordo – lo convoca perché si metta a pedinare la consorte, fortemente sospetta di tradimento. Naturalmente, come i classici del genere ci insegnano, sarà solo l’inizio di una discesa negli abissi della menzogna, della corruzione, dell’amiguità, del doppiogiochismo. Nulla è come inizialmente appariva. Quel che era una faccenda personale si rivelerà invece una questione politica, un (mal)affare di interessi privati in cosa pubblica. Il modello è chiarissimamente Chinatown di Polanski, o meglio la sceneggiatura (meravigliosa) di Robert Benton, solo che qui il risultato è assai inferiore. Con un sottofinale che getta ombre sull’eroe ed è forse la cosa meno ovvia di questo ovvio film. Un thriller privo di mistero e chiaroscuri. Il regista Allen Hughes impagina convenzionalmente senza il minimo fremito, mettendosi soprattutto al servizio del coproduttore-attore Wahlberg. Catherine Zeta-Jones solo alla fine rivela il vero volto del suo personaggio. Non manca naturalmente un amore gay, ormai ingrediente di ogni cineproduzione che voglia essere e dichiararsi all’altezza dei tempi e dei suoi costumi. La politica, come esige l’attuale voga dell’antipolitica dilagante in tutto l’Occidente, è vista cosa sporca sentina di ogni vizio e nefandezza.
B

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a Recensione: con BROKEN CITY torna il private eye alla Bogart-Chandler. Il modello è ‘Chinatown’ di Polanski, ma il risultato è parecchio lontano

  1. Pingback: Film stasera su Sky: le recensioni (ven. 25 luglio 2014) | Nuovo Cinema Locatelli

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.