(recensione) Del perché IL PRINCIPE ABUSIVO sta realizzando incassi stellari

34Il principe abusivo, regia di Alessandro Siani. Sogeto e sceneggiatura di Aessandro Siani e Fabio Bonifacci. Con Alessandro Siani, Christian De Sica, Sarah Felberbaum, Serena Autieri, Marco Messeri.175 milioni di euro in pochi giorni, una performance incredibile in questi tempi grami (vedi dati Cinetel 2012) per il cinema in Italia. Eppure Il principe abusivo, anche se educato e non volgare, è un ammasso di cliché etnici, sociali, narrativi, una collezione di déjà vu. Allora, dove sta il segreto del successo? Voto tra il 4 e il 5.21Com’è possibile che questo film abbia realizzato al suo primo weekend di programmazione 4,2 milioni di euro? Cui bisogna aggiungere altri 800mila incassati il lunedì e martedì successivi, giorni di solito di magra al cinema. Il miglior esordio al box office italiano da molto tempo in qua, ancora più eclatante se consideriamo la contrazione inarrestabile dei biglietti venduti negli ultimi anni (confrontare gli scoraggianti dati Cinetel relativi al 2012) e la quota in discesa del cinema italiano sul totale degli incassi. È tutta una crisi, è tutto un pianto, perfino la commedia nuova all’italiana, quella dei Brizzi ecc., che negli ultimi anni aveva ridato fiato al nostro cinema, non tira più come prima, si vedano solo le cifre deludenti dell’ultimo Fabio Volo e di Pazze di me dello stesso Brizzi. Tanto più stupefacente è dunque la performance realizzata da Il principe abusivo, e la spiegazione non può che essere una sola, e si chiama Alessandro Siani. Lui, il commediante neonapoletano, il Troisi bonsai che del modello di riferimento replica pause, imbarazzi, manierismi e dialettale mumble-mumble incomprensibile a chi stia a Nord del Garigliano, è evidentemente stato adottato dal pubblico, in uno di quei processi di identificazione collettiva che ogni tanto scattano, almeno in Italia, con un comico. Per tutti è il meridionale dolce del notevole e fortunatissimo Benvenuti al Sud, personaggio ripreso nel mediocre sequel Benvenuti al Nord. È stato allora che Siani ha sfondato e si è conquisato quegli spettatori che ora adoranti accorrono a staccare il biglietto. Ormai funziona a prescindere dal film che fa, da come lo fa, da come lo interpreta. Siani si è autonomizzato da ogni contesto ed è merce spendibile e vendibile sul mercato di per sè. Scusate, ma altre spiegazioni non me ne vengono. Questo Il principe abusivo è una commedia anche educata e non volgare, che riflette il suo autore-protagonista (val la pena ricordare che qui Siani fa quasi tutto, l’attore, il regista, più il soggettista e sceneggiatore in compartecipazione con l’infaticabile Fabio Bonifacci, uno che ha sempre dimostrato di essere bravo e avere idee, ma cui l’iperattività non giova: vedi anche l’imminente e abbastanza tremendo Amiche da morire, pure quello con la sua firma), e che però resta povera cosa, una robina esile esile, un filmuccio.
Intendiamoci, è qualcosa di più del solito canovaccio-pretesto su cui l’attor comico di turno innesta le sue battute, le gag, il reticolo del suo consumato e anche risaputo repertorio. Almeno qui c’è lo sforzo di costruire una narrazione, lo storytelling non è del tutto latitante. Però, santiddio, che déjà-vu, che stanchezza, che riciclo di vecchi cliché (etnici, sociali, comici, narrativi), che senso mesto di orizzonti stretti, di finestre chiuse, di aria viziata, di eterno ritorno. Si prova claustrofobia nel vedere questo film, ci si sente soffocati, irrimediabilmente prigionieri di un cinema italiano logoro, stantio, che non ce la fa a liberarsi dalle proprie pigrizie e dai propri vizi e vezzi, senza la minima voglia di arrischiare, di inventare e rinnovarsi. Se penso a cos’è la commedia non dico americana ma francese, mi viene da piangere. Là riescono a produrre cose come Quasi amici e Cena tra amici, qui siamo, e sia detto senza il minimo snobismo, solo con stanca rassegnazione, a Il principe abusivo, per l’appunto. Un  film che al suo massimo in qualche passaggio riesce a essere garbato e caruccio, al suo peggio ci fa riprecipitare all’eterna, invariante commedia etno-meridionale anni Quaranta, Cinquanta, Sessanta. Dio mio, ancora i napoletani canterini e plebei e vitali, poveri ma di inesausta astuzia e adusi a sfangarsela con la più virtuosistica delle arti di arrangiarsi. Scusate, ma non se ne può più. Quando in questo film Serena Autieri fa la verace cucinando e cantando vien da piangere, ecco, e tirar giù per sempr la clèr su certo nostro cinema. Ma a sgomentare davvero è l’escapismo di Il principe abusivo: piallato via ogni riferimento a una purchessia riconoscibile realtà, a questa Italia, a questo mondo, a questo tempo. D’accordo, il film è volutamente una favola che gioca con archetipi e tipi quasi proppiani, ambientandola in un tempo che è più mitologico che storico, avulso dal presente, ma qui siamo alla palese rimozione di ogni pur minima relazione con la vita, con questa nostra vita adesso. Cinema per spettatori che vogliono stordirsi, scappare, illudersi, evadere in altre dimensioni tramite allucinogeni filmici; la proiezione di questo nostro paese che si ostina a non guardare in faccia la propria crisi, il proprio tramonto e si rifugia del sogno autoingannatore o tutt’al più nella rabbia e protesta antipolitica dei masanielli. Va bene, non esondiamo, torniamo al film: una favola, si diceva, una favola improbabile che prende da un’infinità di precedenti letterari e cinematografici, comer Il pincipe e il povero, Vacanze romane, perfino Innamorato pazzo di Castellano e Pipolo. Lo schema è quello di far incontrare-scontrare-cortocircuitare alta e bassa società, l’aristocratico e il plebeo. Stavolta siamo in un piccolo regno, qualcosa tra il principato di Monaco e il Lichtenstein, ma più questo secondo, essendo la location Merano, dunque verde, fredda, centroeuropea, asburgica, alpina (qualche consonanza, ovviamente casuale e per niente consapevole, perfino con l’immaginario staterello di L’aquila a due teste di Jean Cocteau). Dunque, la bionda e naturalmente bellissima figlia del sovrano per motivi di immagine decide – su consiglio del consigliere del sovrano – che non sarebbe male fingere a uso dei media un love affair con un poveraccio. La nobiltà che tende la mano al popolo ecc. ecc. Allo scopo viene scelto un napoletano, subito trasportato a palazzo, o meglio in dépendance, insieme a qualche suo amico. Facile immaginra le goffaggine del popolano (ma non stupido) Antonio alle prese con un ambiente così sideralmente lontano, secondo il vetusto schema narrativo del plebeo finito a corte. Infrazioni di etichetta, qui pro quo più alla Totò che alla Troisi, e un po’ di caciara del volgo, un po’ di sanguigno vitalismo a scompaginare o almeno increspare le frigide liturgie della nobiltà e del potere. Ecco, non c’è mica molto di più. Oltretutto la favola è rigorosamente appiattita, deprivata di ogni possibile sottotesto. Sottotrama: il gran ciambellano Anastasio (un insolitamente contenuto Christian De Sica) e la popolana Jessica (Serena Autieri) che si scontrano, baruffano, finiscono con l’innamorarsi. Provate a immaginare, se non avete ancora visto il film, quale sarà l’altra coppia che alla fine si formerà. Siamo ai telefoni bianchi contemporaneizzati, anche se di un Camerini e della sua classe infinita non si vede manco l’ombra. Non resta che vedere fin dove arriverà con gli incassi Il principe abusivo, se ce la farà a superare quella soglia dei 20 milioni di euro che ne farebbe un film-evento.

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