Recensione. THE SESSIONS: sesso e disabilità in un film riuscito al 50%

 Ripubblico la recensione scritta dopo la proiezione di The Sessions lo scorso novembre al Festival di Torino. Al cinema da giovedì 21 febbraio.sessions08The Sessions, scritto e diretto da Ben Lewin. Con John Hawkes, Helen Hunt, William H. Macy. sessions06
La vera storia di Mark O’Brian, poeta-giornalista californiano visssuto in un polmone d’acciaio, che a 38 anni decise di avere una vita sessuale. Ad aiutarlo sarà una sex therapist, non solo insegnandogli il come si fa, ma mettendo in pratica con lui le lezioni. Un film che si muove sul terreno scivoloso e ancora disturbante del sesso dei disabili, ma che sa farlo con leggerezza e ironia. Peccato per gli eccessi sentimentali (e qualche inverosimiglianza) nella seconda parte.SESSIONS_2-700x393
Uno di quei film che piacciono tanto ai signori dell’Oscar, trattando un tema da sempre popolare presso l’Academy, la disabilità (come Rain Main, come Figli di un Dio minore, come Il mio piede sinistro), e difatti il buzz hollywoodiano lo dà già ben piazzato per qualche nomination, soprattutto agli attori. Film indie a basso budget, uscito in America senza fanfare promozionali, The Sessions ha raccolto finora qualche milione di dollari al box office e la situazione cassa potrebbe migliorare se, nell’imminente stagione dei premi, dovesse spuntare qualche succosa candidatura o magari qualcosa di più. Tratto dall’autobiografia del giornalista e poeta Mark O’Brien, morto a 48 anni dopo aver passato la gran parte della sua vita in un polmone d’acciaio causa polio contratta da bambino, si confronta con un tema scomodo e ancora disturbante, il sesso dei disabili. O, se preferite, il diritto al sesso dei disabili. Grazie a Dio The Sessions non lancia proclami, non si erge a opera-manifesto, non si fa bandiera di nessuna rivendicazione, si limita a raccontare – molto bene nella prima parte, meno nella seconda – di O’Brien e della sua (sofferta) decisione di avere una vita sessuale. Decisione che prende a 38 anni, dopo infinite titubanze, incoraggiato anche da un sacerdote-amico cui lui, di famiglia irlandese e cattolico credente, si rivolge in cerca di consigli e aiuto.
Su un terreno così scivoloso il film riesce a muoversi assai bene, con leggerezza, facendo leva sull’ironia con cui lo stesso Mark sa parlare di sè, dei suoi desideri, fantasmi, delle sue voglie, sicchè si evitano i due scogli opposti del volgare-voyeuristico da una parte e della smorfiosità e compunzione politicamente corrette dall’altra. Tant’è che la sceneggiatura dovrebbe diventare oggetto di studio nelle scuole di cinema italiane. I dialoghi tra Mark e l’amico prete (un grandissimo William H. Macy) sono magnifici, lo stesso quelli con Amanda, badante e primo amore di Mark. Il quale può staccarsi dal polmone d’acciaio per non più di tre ore pena il soffocamento, ma può contare su una funzionalità sessuale non compromessa (insomma, ha erezione e eiaculazione regolari), ha anche una normale sensibilità corporea perché la polio non intacca i nervi, ma solo la muscolatura, depotenziandola.
In una California da tempi immemorabile terra di ogni sperimentazione sessuale (e qui siamo a Berkeley) volete che non ci siano una risposta e una soluzione ai bisogni di Mark? Difatti, ecco spuntare una sex therapist, no, non una sessuologa, no, non una terapeuta di quelle che curano attraverso la conversazione e l’analisi. No, sex therapist vuol dire una che insegna ai principianti come si fa l’amore andandoci a letto, ciò che volgarmente ai tempi dei bordelli veniva chiamato nave scuola. Nell’incredibile California non solo c’è la professione della sex therapist, ma anche quella della sex therapist specializzata in disabili gravi. Sicché, quando sullo schermo si materializza Helen Hunt quale professoressa disposta (a pagamento e in un numero limitate di sedute: sei) a insegnare sesso e praticarlo con lui restiamo un attimino sconcertati di come la liberazione sessuale anni Sessanta-Settanta sposata alla cultura dei diritti delle minoranze sia arrivata così lontano creando specializzazioni impensabili. Naturalmente l’inizio è tutto un ‘Mark devi scoprire la sensiblità del tuo corpo, adesso ti insegno a toccarmi’ ecc. ecc., insomma il brutto, gelido, medicale linguaggio sessoterapico che avevamo già incontrato nel tremendo Il matrimonio che vorrei con Meryl Streep. Solo che là tutto aveva un sapore di ospedale, di laboratorio, qui invece, ed è il merito del film, le incredibili sex sessions tra Cheryl e Mark man mano acquistano in naturalezza, e non sono mai laide, mai sordide. Un piccolo miracolo, davvero. Cheryl, questo il nome della terapeuta-insegnante, ci tiene a rimarcare la differenza tra lei e una prostituta (“una prostituta fa di tutto per farsi richiamare, io no”), anche se devo dire le sue spieghe mica ci convincono del tutto. Se fai sesso a pagamento quella cosa lì è, non ci son santi, alla faccia dei distinguo autoconsolatori. Fno a questo punto The Sessions funziona benissimo, si guasta quando entrano in ballo i sentimenti e, ebbene sì, il bisogno d’amore di Mark. Il quale non si accontenta più del suo orgasmo, del poter penetrare Cheryl, no, le chiede un orgasmo simultaneo, svelando di volerle piacere e di essere amato. E qui incomincia da parte di Cheryl un ambiguo ci sto-non ci sto, che aggiunge una nota semimentale (e anche di inverosimiglianza, a dirla tutta) al film e lo sposta ahinoi sul melodramma non richiesto. Cheryl, rendendosi conto dei guai in cui si sta ficcando, decide di sparire. Ma per Mark, ormai iniziato non solo al sesso ma anche all”amore, arriverà una donna, Susan. Ora, film ricchissimo di testi e sottotesti, di quelli che ti pongono di fronte a questioni non del tutto inutili, anzi. E però figlio della cultura americana del ‘puoi avere tutto quello che vuoi, basta perseguirlo con tenacia’, e difatti Mark raggiunge, pur nelle condizioni di disagio estremo in cui si trova, l’obiettivo che si era prefissato. The Sessions è l’ennesima versione-reincarnazione del Sogno Americano, Mark è l’ennesimo American Dreamer, e a svelarlo è il tono ottimistico e de-problematizzato della seconda parte. Cui vorremmo tanto credere, ma, da cinici europei, proprio non riusciamo a credere. John Hawkes, già bravissimo in Un gelido inverno e La fuga di Marta, qui dal suo polmone d’acciaio domina il film, Helen Hunt ha la parte più convenzionale e fisicamente è sempre più somigliante a Liliana Cavani e Marina Cicogna (con un che di Jodie Foster). William H. Macy è grandissimo come saggio prete irlandese che capisce come le regole di Santa Madre Chiesa ogni tanto possano e debbano essere infrante. O quantomeno aggirate.

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