Recensione. GANGSTER SQUAD, un sanguinolento e tosto B-movie travestito da azzimato film manierista di serie A

GGangster Squad, regia di Ruben Fleischer. Con Josh Brolin, Ryan Gosling, Sean Penn, Emma Stone, Nick Nolte, Michael Pena, Giovanni Ribisi, Anoty Mackie.G
Sembra un laccato, raffinato gangster movie sulla scia non solo dei classici anni Trenta, ma anche di L.A. Confidential, Bugsy e Gli intoccabili di De Palma. Invece è un tostissimo, sanguinolento, barbaro B-movie dove nessuna violenza (ci) viene risparmiata. Los Angeles, 1949, il boss mafioso Mickey Cohen è ormai il padrone dell città. Per fermarlo si mette insieme una squadra di uomini duri, poliziotti che agiranno nell’ombra. Un film di genere e che tale resta, anche se si presenta con i segni e le ambizioni del film autoriale, a partire dal cast altisonante (ma Sean Penn è di un istrionismo insostenibile). Voto 6 menoGG
Il testosteronico, il dandy e il cattivo. Il cattivo è il boss mafioso Mickey Cohen, ebreo in contrasto con i potenti clan “mangiaspaghetti” della costa Est, che ha dato la scalata ai vertici criminali di Los Angeles e ormai è il padrone indiscusso della città. Più che cattivo, uno psicotico, un sadico, un bruto avviluppato in una hybris che lo fa sentire onnipotente (“non pregare Dio, perché Dio ce l’hai qui davanti a te” dice a un tizio da lui terrorizzato). La sua carta di presentazione è la prima scena del film. Siamo lassù tra le colline prospicienti la città degli angeli dove è stata edificata la scritta Hollywood, e lì Mickey ordina che un nemico della mafia italiana venga spezzato in due dalle macchine cui è incatenato e lanciate a tutta velocità in direzioni opposte. I due pezzi sanguinolenti verranno prontamente dati in pasto ai coyote. Quanto al testosteronico e al dandy, sono i due poliziotti-leader tra quelli che gli danno la caccia, il primo, il taurino John O’Mara (Josh Brolin), ha più palle che cervello ed è una macchina da guerra cieca lanciata contro l’avversario di turno da abbattere a pugni, calci, pistolettate e mitragliate, il secondo è elegante, belloccio, frequenta i migliori club e ristoranti, ha per nome Jerry Wooters e lo interpreta un Ryan Gosling stranamente qui al minimo del suo fascino: spallucce cascanti, faccetta da pupo invecchiato, azzimato come un damerino o un tanguero. Una delusione per chi dopo Driver aveva pensato d’aver trovato in lui la nuova superstar di questi anni Dieci. Un film tutto maschile, Gangster Squad, dove il femminile è incarnato solo dalla pupa del gangster (Emma Stone) e dalla moglie di O’Mara (Mireille Enos). Tratto da un libro che ricostruisce la guerra realmente ingaggiata in quella Los Angeles contro la piovra criminale comandata da Mickey Cohen, si prende parecchie libertà romanzesche, credo, sicchè ci appare, più che una ricostruzione simil-documentaria, una sgargiante, truce e pure trucida messinscena della violenza, degli scontri armati, degli assalti, della morte. Di adesione ai fatti storici poco rimane, si esalta invece il lato potenzialmente visionario della vicenda e della faccenda, la produzione a catena quasi elisabettiana di cadaveri attraverso massacri.
La cosa migliore di questo strano e barocco film è di essere – nonostante le sue evidenti ambizioni e aspirazioni all’arte e all’autorialità –  sporco, cattivo e perfino abietto, di un trucibaldo che è solo del cinema bis e che quello di serie A, abbisognoso di rispettabilità, non può permettersi. Il regista Ruben Fleischer ha girato Zombieland, film che non ho vista, ma il cui titolo mi sembra definisca e perimetri abbastanza la vocazione a certo cinema. Il paradosso è che Gangster Squad si presenta inizialmente (ma a tradirlo subito è quella scena tremenda dello smembramento) come una leccata produzione manieristica, con scenografie accurate e una fotografia quasi smaltata che sa rendere al massimo le risplendenti architetture déco della città, tant’è che ti dici: ecco, siamo dalle parti di L.A. Confidential, di Black Dahlia e Gli intoccabili di De Palma, siamo all’ennesima rivisitazione manieristica, in chiave di maniacale perfezionismo della forma, dei gangster movies e delle gangster eras. Impressione rafforzata dall’interpetazione oltre ogni possibile gigionismo – e oltre ogni nostra possibile sopportazione – di Sean Penn quale Mickey Cohen, anzi quale Incarnazione del Male, che prende a chiarissimo modello l’Al Capone di De Niro proprio negli Intoccabili di De Palma (la propongo già da ora come peggior interpretazione dell’anno, Razzies dove siete?). Su tutto sembra spirare e aleggiare un senso di corruzione e peccato losangelini alla maniera di James Ellroy, vizi privati molti e nessuna pubblica virtù. Ma questa cornice alta in cui sembrerebbe inscriversi Gangster Suqad va subito in frantumi per gli eccessi violenti e la perdita di ogni freno inibitore (che vuol dire anche inadeguatezza di stilizzazione della materia bruta), e soprattutto per i folli, sgangheratissimi dialoghi. I quali, se inizialmente sembrano prendere a riferimento certi vezzi e certe retoriche hard boiled, poi sprofondano nella smargiasseria, nel tonitruante, nel ridicolo. “Questa città è sommersa e tu credi di salvarti adoperando un secchio quando ti ci vorrebbe invece un costume da bagno”. “Ma come fai a stare con lui? non può essere il tuo tipo”, e lei, la pupa del gangster: “Io sono il suo tipo”; “Los Angeles è il mio destino”, detto da Mickey Cohen naturalmente. Il film è disseminato di simili sentenziosità o scemenze, cose che un tempo si sarebbero detto da fumetto e adesso non si può più, adesso che il fumetto si chiama graphic novel e ha assunto status e smorfiosità di riconosciuta forma d’arte.
Gli sceneggiatori innnestano sul gangster movie, non so quanto consapevolmente, altri generi: il western innanzitutto (questo è il film dell’anno più parente del tarantiniano Django Unchained, se vogliamo), ma anche quella particolare variante dell’action che è il sottogenere “sporca dozzina” o “mucchio selvaggio” o “pugno di uomini duri disposti a tutto”. La Squad del titolo è la squadra speciale e clandestina che uno dei capi della polizia losangelina, Pareker, decide di metter su per stroncare un potere mafioso così pervasivo da aver ormai contaminato e corrotto e portato dalla sua parte gran parte delle stesse forze del’ordine e della magistratura. Per distruggere il sadico tiranno Mickey Cohen e il suo impero non resta, pensa Parker (un Nick Nolte con decine di chili in più rispetto a La regola del silenzio e quasi irriconoscibile), che agire nell’ombra, anche al di fuori di ogni legalità se necessario. Incarica il testosteronico O’Hara di trovare un pugno di poliziotti disposti a tutto, i migliori perché i più cattivi, disposti a scontrarsi con Cohen. Regole d’ingaggio: niente nomi, niente distintivi, nessuna pietà. Sparare e uccidere quando è il caso. Parte la guerra e sarà un’escalation di violenze come poche volte al cinema di questi ultimi tempi. La scena finale in quanto a cadaveri ammucchiati può essere paragonata solo a quella di Django Unchained. Naturalmente non ci sono nè lo stile nè la consapevolezza tarantiniane, c’è però la voglia di tentare, questo sì, qualcosa di insolito, di inscrivere la selvaggeria del cinema bis nei modi e nella confezione della seria A hollywoodiana, anche scritturando il cast forse più altisonante di questa stagione. Se il film non riesce, è perché non ha obiettivi chiari e non sa esattamente dove riuscire. Il mio consiglio è di fregarsene dei grandi nomi che esibisce, dei Sean Penn e dei Ryan Gosling e della sciuretta Emma Stone, di non considerarlo cinema bon ton e artisticizzante, di non credere nelle sue trapppole formalistiche, ma di goderselo per quel ruvido filmaccio che in realtà è, ma che purtroppo ogni tanto (abbastanza spesso) si vergogna di essere. Occhio all’incinta moglie di O’Mara: è il personaggio più azzeccato del film, una moglie che governa e comanda in casa con intelligenza e che fa da cervello per il marito tuttotesticoli ma zero neuroni, e quando lui deve scegliere chi chiamare a far parte della squadra clandestina è lei a esaminare i curricula e a scegliere i nomi, e li azzecca tutti. Un genio. Gangster Squad è rimasto bloccato nei magazzini per mesi in seguito alla strage di Denver nel cinema in cui si proiettava Il cavaliere oscuro, il ritorno. Conteneva infelicemente una scena analoga, un massacro in una sala cinematografica, cosa che ha indotto la produzione a bloccarne il rilascio e a rigirare la sequenza a Chinatown. Strane affinità tra Gangster Squad e The Master di Paul Thomas Anderson: entrambi sono film di reduci dalla seconda guerra, ancora con la testa impregnata di violenza e come incapaci di disintossicarsi da quel veleno.

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