L’imperfezione delle dee. Ovvero la cellulite di LOUISE BROOKS in ‘Prix de beauté’

prix-de-beauteVisto ieri sera a Milano, all’Oberdan, Prix de beauté di Augusto Genina, anno 1930, uscito in Italia al tempo suo come Miss Europa. Un film dell’ultima stagione del muto, e ultimo grande film di Louise Brooks, un nome per cui non servono commenti. Girato a Parigi, il è co-prodotto e co-scritto da Georg Wilhelm Pabst, che della Brooks era stato qualche anno prima il mentore scegliendola per Il vaso di Pandora e Il diario di una donna perduta tratti dalla Lulu di Wedekind. Prix de beauté è invece un melodramma con al centro una dattilografa (Brooks) la cui vita cambia di colpo allorché viene eletta prima Miss Francia e poi Miss Europa. Rientrerà nei ranghi accanto al gelosissimo fidanzato tipografo, lo lascerà e ritenterà la strada della fama. Ma il finale sarà tragico. Brooks è un incanto, e non c’è bisogno di dirlo, somigliante in modo impressionante alla giovane Isabella Rossellini. Pure ottima attrice. La cattiva notizia è che nella sfilata in costume da bagno (intero) nel concorso di Miss Europa – questa parte si svolge a San Sebastian, Spagna – la divina mette in mostra gambotte per niente slanciate, cosce opulente e fianchi abbondanti, con un sospetto, che è più di un sospetto, di cellulite. La macchina da presa, clemente, non indugia, ma quel che si vede costituisce prova sufficiente. Dettaglio che non intacca il mito, solo ci induce saggiamente a riflettere sull’imperfezione che è anche delle dive e divine. Se mai a infastidire in Prix de beauté sono altri momenti, ad esempio la festa popolare cui Louise Brooks ormai sposata (infelicemente) partecipa insieme al marito e al di lui collega. Nostalgica del glamour e del lusso che per poco aveva provato durante l’elezione a Miss Europa, la signora non apprezza quell’immersione nel proletariato e arriccia letteralmente il naso nella calca mostrandosi disgustata allorchè un nero accanto a lei azzanna un panino e poi se la ride sguaiatamente. Questi sì che son dettagli che la dicono lunga, signori. In un film del 1930, celebrato in ogni storia del cinema, per mostrare volgarità, bassezza e incivilimento si ricorreva a un nero. Razzismo oggi inconcepibile, allora non solo concepibile, ma pure largamente condiviso, e vien la pelle d’oca. (Comunque il finale di Prix de Beauté, con lei morente mentre sullo schermo passano le sue immagini, è straziante e insieme meraviglioso).Prix-De-Beaute-louise-brooks-32679475-800-580

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