Recensione: BEAUTIFUL CREATURES, l’ennesimo clone di Twilight (anche se con qualche finezza in più rispetto al solito)

BBeautiful Creatures – La sedicesima luna, regia di Richard LaGravenese. Con Alice Englert, Alden Ehrenreich, Jeremy Irons, Emma Thompson, Viola Davis.B
Sull’onda di Twilight e Warm Bodies, arriva un altro film di innamoramento e amore con un diversamente umano. Dopo i vampiri e gli zombie gentili, ecco la giovane strega Lena di cui si innamorerà il buon Ethan. La solita minestra, però qui i dialoghi sono assai ben scritti e si fa del metacinema strizzando l’occhio a Via col vento e perfino a certi torridi Tennessee Williams-movies. Voto 5 e mezzoB
È ormai caccia grossa all’audience orfana di Twilight, di cui non ci saranno altri sequel (così almeno hanno assicurato i produttori). L’innamoramento e amore con essere umano o paraumano o umanoide colpito da inesorabile diversità socio-bio-esistenziale si porta molto e piace molto. Sicchè dopo il pallido prence vampiro di Twilight si è passati allo zombie caruccio di Warm Bodies con esiti commerciali discreti ma non tonanti, e adesso eccoci con Beautiful Creatures, dove la diversamente umana stavolta è lei, una quasi-sedicenne dotata di poteri stregheschi, che voglion dire telecinesi e altro robe consimili. Siamo in una smalltown nel profondissimo sud, tra quelle belle villone bianche neoclassiche da Rossella O’Hara (e anche qui, come in Django Unchained, Via col vento è film di riferimento). Nella locale high school ecco fare il suo ingresso la nuova arrivata Lena Duchennes, e siccome dicono che porti sfiga e dove passa lei ne succedano di ogni (cicloni, fulmini e saette ecc.), vien subito maltrattata e bullizzata dal clan delle stronze della classe (attenzione: tra le perfide bitches che se la tirano c’è anche una ragazza nera, il che segnala la completa integrazione ormai avvenuta nel Deep South ai migliori e anche peggiori livelli). A proteggerla e prendere le sue difese si erge il buon ragazzo Ethan (è Alden Ehrenreich, che rivedremo tra qualche mese in Stoker, l’esordio americano assai celebrato e un filo sopravvalutato del coreano Park Chan-wook), già mezzo fidanzato della smorfiosa e bionda capa delle bulle. Invece proprio di Lena Duchennes va a innamorarsi, lui che potrebbe aver tutte le più fighe della contrada, anche se lei fa di tutto per respingerlo, no ti prego non entrare nella mia vita, non venire a casa mia, non seguirmi, mai devi domandarmi ecc. ecc.
Il perché lo si capirà di lì a poco. La nostra ha parecchio da nascondere: vive nella bianca villona neoclassica con uno zio dal sinistro aspetto e dalla fama ancora più sinistra di essere dai negromantici poteri (è Jeremy Irons in versione dandy profondo sud – il look sembra ispirato a Tom Wolfe e un po’ anche alle star del glam rock – in una delle sue prestazioni alimentari recenti, comunque sempre meglio qui che nel tremendo Night Train to Lisbon di Bille August visto alla Berlinale), e ha una storia di famiglia complicata. Son tutti dotati chi più chi meno di poteri extranormali, perdipiù Lena si avvicina al fatidico sedicesimo compleanno in cui dovrà scegliere se stare dalla parte delle tenebre o della luce, se fare la strega buona o cattiva. Ma amor omnia vincit, si sa, e i nostri due finiranno non solo col fare coppia, ma col trionfare insieme sulle forze oscure, oltre che sulle bulle. Ora, Beautiful Creatures è una scemenza, ovvio, destinata al pubblico adolescenziale-popcorn ansioso di giulietteromei divisi da potenti barriere pronte ad essere abbattute dalla forza della passione. Però qui c’è qualche finezza in più rispetto ai prodotti precedenti e analoghi. Se la messinscena registica è abbastanza tradizional-pietrificata, senza la minima invenzione visiva e decisamente al di sotto di quella di Warm Bodies, ci sono però altri elementi non così ovvii. I dialoghi, soprattutto nella prima parte, sono di buonissimo livello, acidi, acuminati e taglienti come si deve, e il quadro della classe e delle sue stronze richiama certi classici del genere come Mean Girls. Tant’è che, di fronte a tanta brillantezza di scrittura, ci si chiede se il grado di sofisticazione non sia troppo alto per il pubblico adolescenziale di riferimento, e se non si tratti di un errore di marketing. Non manca nemmeno, ed è l’aspetto più interessante, un livello metacinematografico di una certa sottigliezza. L’incubo in cui vediamo Lena, o meglio una sua antenata, al tempo della guerra di secessione alle prese con un soldatino confederato che ha la faccia di Ethan e con la villa in fiamme, cita esplicitamente Via col vento, e l’incubo si materializza e si fa immagine, tanto per non lasciare dubbi, sullo schermo di una sala cinematografica. Il che, per un cinefilo, son giochini che procurano sempre un certo godimento. Il resto son cosacce e effettacci più o meno speciali. Oltre a quella di Jeremy Irons si notano le partecipazioni eccellenti di Emma Thompson e della Viola Davis di The Help in un ruolo di sacerdotessa di riti paravoodoo che, diciamolo, sfiora il cliché razzista. Postilla: la giovane protagonista Alice Englert è figlia dell’illustre regista Jane Campion, la signora per intenderci di Lezioni di piano. Cos’avrà mai detto l’autoriale mamma di un film così smaccatamente mainstream e orientato al box office?

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.