Recensione. EDUCAZIONE SIBERIANA, tentativo coraggioso (non sempre riuscito) di realizzare un film internazionale

Gabriele SalvatoresEducazione siberiana, regia di Gabriele Salvatores. Sceneggiatura di Stefano Rulli, Sandro Petraglia, Gabriele Salvatores dal libro Educazione siberiana di Nikolai Lilin (Einaudi). Con John Malkovich, Peter Stormare, Arnas Fedaravičius, Vilius Tumalavičius, Eleanor Tomlinson.1
Stavolta Salvatores esce dai suoi (e nostri) confini e ci prova a imbastire un film di respiro e ambizioni internazionali. Siamo in una qualche parte della Russia post-sovietica: il ragazzo Kolima diventa adulto tra codici d’onore criminali, avventure con amici e nemici. La prima parte è di una goffaggine imbarazzante, ma poi il film migliora e riesce a coinvolgerci. Comunque più che vedibile. Voto 6+Gabriele Salvatores
Dopo l’anteprima stampa qui a Milano si percepivano palpabilissimi malumori e delusioni, si udivano irrisioni e perfino lazzi. Uno dei film destinati a dividere, e non solo di questa stagione cinematografica. Ci saranno molti antipatizzanti, tra chi ne scriverà (su web e stampa) e chi lo andrà a vedere, o si rifiuterà di vederlo. In effetti, di goffaggini in questo film ce ne sono parecchie, il wannabismo trasuda qua e là abbondante. Gabriele Salvatores ha tentato una scommessa che a tratti sembra impossibile, superiore alle sue forze e a quello dell’attuale piccolo, asfittico, introflesso cinema italiano, e non sempre ce la fa, anzi in molti momenti proprio no. L’intenzione, lodevole, è quella di uscire dai propri vizi e vezzi (che nel caso di Salvatores ha spesso significato cinema generazionale – intorno alla sua generazione – , autoriferito e ombelicale, con attori amici e sodali e perfino complici) e lanciarsi in territori inesplorati, letteralmente e metaforicamente, territori fuori dai propri confini e orizzonti. Nella speranza, credo, di realizzare un prodotto non inchiodato alla nostra provincialità filmica e in grado di piazzarsi dignitosamente sui mercati esteri, di competere nell’odierna globalità dell’industria-spettacolo. Educazione siberiana di difetti ne ha tanti, ma vivaddio almeno ci prova a misurarsi con il mondo che sta là fuori, ad aprire le finestre e cambiare l’aria, che è poi una delle poche strade percorribili per il nostro sistema-cinema entrato in una spirale recessiva si direbbe inarrestabile, come testimoniano i dati 2012 diramati da Cinetel. Emorragia di spettatori, meno biglietti venduti in assoluto, assottigliamento della quota dei film italiani sul totale, crisi anche della nostra commedia, il genere che negli ultimi anni ci aveva tenuto a galla almeno sul mercato interno. Perché sul mercato internazionale nessun Brizzi o Miniero è mai riuscito a sfondare, come del resto quasi nessun altro nostro prodotto (tra le eccezioni mi vengono in mente Gomorra e in parte Il divo), e non si dica che è colpa dello strapotere di Hollywood e delle maledette cinemultinazionali. Allora come mai la Francia ha piazzato negli ultimi due anni successi planetari come Quasi amici (incassi impressionanti dappertutto), The Artist e più recentemente Amour e Un sapore di ruggine e ossa? In questo Educazione siberiana Salvatores esce davvero dai nostri confini e racconta una storia ambientata nel sud sovietico e post sovietico tra 1985 e 1995, in un tempo storico che ha visto la caduta e la successiva polverizzazione dell’Urss, in un luogo identificabile con la Transnistria, oggi repubblica secessionista dalla Moldavia con simpatie filorusse. Difficile immaginare qualcosa di più lontano dai suoi Mediterraneo e Marrakech Express, ma anche dagli ambienti milanesi e medioborghesi del suo precedente Happy Family. Una storia, quella di Educazione, che è un racconto di formazione maschile e passaggio all’età adulta, e che si addentra in remote e complicate per noi sottoculture criminali di comunità di origine siberiana deportate a suo tempo da Stalin in quella parte di Russia ovest-meridionale. Scelta che si può anche discutere, ma di cui bisogna ammettere il coraggio (e onore anche a Cattleya che ha sorretto e prodotto quest’avventura), stiamo a vedere adesso se pagherà al box office. Intanto, questo è uno dei pochi nostri film recenti – insieme al Tornatore di La migliore offerta e a Venuto al mondo di Castellitto-Mazzantini – che possa aspirare a una qualche esistenza e peristenza ed esportabilirà sui mercati globali, puntando su una narrazione che non è italico-provinciale, ma a vocazione universale e a tutti comprensibile. Certo, la sensazione è che in molti momenti Salvatores stia maneggiando una materia a lui troppo estranea e, anche se il film è stato girato in Lituania (ma perché non nella Russia meridionale come da libro e copione?), pare di ritrovarsi di fronte a certi nostri sceneggiati televisivi anni Sessanta di ambientazione russa arrangiati con location casalinghe.

Penso a Resurrezione di Edmo Fenoglio da Tolstoj dove l’Abruzzo era spacciato per la Siberia o Anna Karenina di Sandro Blochi con una qualche periferica nostra stazioncina promossa a teatro della tragedia finale. Ecco, la sensazione di artificio, di vorrei ma non posso, di inadeguatezza, anche di arte di arrangiarsi e far di necessità virtù che ho provato in certi momenti di Educazione siberiana è la stessa di allora di fronte ai Tolstoj e ai Dostojevskij ridotti a misura della piccola tv Rai in bianco e nero.
Soprattutto le parti iniziale nel film di Salvatores sfiorano pericolosamente l’imbarazzante. Come si fa a credere a quel John Malkovich, ormai mestierante pronto a ogni avventura (vedi Warm Bodies), quale nonno siberiano che introduce il piccolo nipote ai segreti e ai codici d’onore della criminalità della sua etnia? Lo stesso quando si mettono in scena rituali e liturgie di altre sottoculture criminali. Anche le scene poverissime con l’esercito russo, soprattutto quelle in una Cecenia che sembra ricostruita dietro casa, trasudano inadeguatezza. Comparse quasi zero, due o tre armi, qualche divisa e stop. Molta neve, certo, ma mica può bastare.
La storia è inizialmente quella del bambino Kolima, orfano di padre, cresciuto dalla mamma e dal nonno, e da costui per l’appunto introdotto al codice d’onore e ai costumi della criminalità siberiana: il coltello a serramanico quale segno di virilità e passaggio alla responsabilità, i tatuaggi, la proibizione di tenere soldi in casa, i primi furti (ai danni dell’esercito russo) quale prova di iniziazione. Poi però l’asse narrativo si sposta sul rapporto tra Kolima e l’amico d’infanzia e di scorribande piccolo-criminali Gagarin, uno con le palle che da ragazzino si fa mettere in galera per proteggere gli amici e complici dopo un furto. Quando esce, lui e Kolima sono grandi, quella che segue è un’amicizia che finisce col deragliare e finire in tragedia. A causa di una ragazza bellissima e mentalmente disturbata e/o arretrata, Xenia, il patto di lealtà tra loro due verrà infranto, e dovrà scattare la vendetta, perché così esige il codice d’onore siberiano. Kolima si arruola nell’esercito degli odiati oppressori russi e se ne va a combattere in Cecenia perché sa che lì il destino per lui e per Gagarin potrà compiersi.
Questa parte, dimenticate le goffaggini iniziali, è molto meglio, il quasi triangolo alla Jules e Jim tra Kolima, Gagarin e Xenia (con la bellissima scena delle giostre, la migliore del film) insinua ombre e ambiguità che narrativamente sono ossigeno e fanno decollare la vicenda, e il nostro interesse. Nel personaggio della sventurata e folle e dolce Xenia si sente l’eco dei grandi romanzi russi ottocenteschi, e Salvatores nei passaggi con lei sa tessere una trama convincente, e anche la messinscena si fa meno goffa, più fluida e libera, meno contratta. Fino alla parte finale, dura e necessaria, che un suo segno forte riesce a imprimerlo. Alla base c’è il libro assai discusso di Nikolai Lilin pubblicato qualche anno fa da Einaudi e diventato prima un bestseller in Italia e poi in molti altri paesi. Romanzo? Autobiografia? Lilin ha lasciato intendere di averci messo parecchio della sua vita, ma è stato contestato da solerti recensori che sono andati a frugare tra le pieghe del testo e a fare confronti e riscontri, rintracciando errori e sicuri indizi a loro parere di contraffazione, cioè di romanzesco, cioè di fiction pura. Contestata l’educazione siberiana in Transnistria, contestata la ricostruzione della guerra nel Caucaso. Si è anche insinuato che il libro fosse stato ampiamente rimaneggiato in fase di editing. Devo dire che a me di queste polemiche importa poco, importa solo vedere il risultato finale, vale a dire se il film di Salvatores funzioni o meno: della eventuale quota di fictionalizzazione e romanzesco introdotta da Lilin nel suo libro non mi importa niente. Bene, dico che questo film di Salvatores è un prodotto anomalo per il nostro cinema, un sano tentativo di uscire dalla provincia e di provarci sul mercato globale, e dunque da incoraggiare e sostenere a prescindere dalla sua resa cinematografica in senso stretto. Che comunque in buona parte c’è ed è di buon livello, riuscendo a compensare le molte goffaggini di cui sopra. Quanto agli interpreti: di Malkovich in partecipazione specialissima si è detto, i due ragazzi protagonisti – Arnas Fedaravičius come Kolima e Vilius Tumalavičius come Gagarin – son due lituani senza precedenti esperienze attoriali, e se la cavano: meglio il secondo del primo, troppo belloccio e qua e là perfettino per rendere i tormenti del suo personaggio. La migliore finisce con l’essere Eleanor Tomlinson nella parte della folle Xenia, che tra l’altro vedremo tra poco anche nel colossale fantasy Il cacciatore di giganti di Bryan Singer, quello di X-Men e I soliti sospetti. Da tenere a mente quando il nonno Malkovich, parlando di Xenia, ricorda al nipote che in Siberia i pazzi li chiamano Voluti da Dio, perché Dio in qualche modo parla e ci parla attraverso di loro, e dunque sono creature che vanno preservate e rispettate. Qualcosa che poi si trasformerà nel punto drammaturgico di svolta dell’intero film.

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