Recensione. TUTTI CONTRO TUTTI, commedia neo-neorealista che fa ridere poco e ancora meno convince come denuncia sociale

Schermata 2013-03-01 a 17.23.04Tutti contro tutti, regia di Rolando Ravello. Con Rolndo Ravello, Kasia Smutniak, Marco Giallini, Lorenza Indovina, Stefano Altieri. Una produzione Fandango in collaborazione con Warner Bros. Entertainment Italia.DSC_5802Nella Roma periferica dei casermoni popolari, una famiglia si ritrova la casa occupata da abusivi. Sarà guerra di poveri verso altri poveri. Un film che cerca di mettere insieme registro comico e drammatico senza riuscirci. Peccato, poteva essere un antidoto al cinema escapista dei nuovi telefoni bianchi, quello per intenderci del tremendo Il principe abusivo. Voto 5 menotutti
Dovremmo essere contenti di questo ritorno alla commedia neo-neorealista che si sporca e confronta con la realtà e i suoi risvolti anche sgradevoli, dopo esserci tanto lamentati della commedia italo-escapista dei nuovi telefoni bianchi tipo il tremendo Il principe abusivo o Pazze di me (anzi, i telefonini bianchi, secondo una felice definizione di Maurizio Porro sul Corrierone). Dovremmo essere contenti, invece no, perché questo Tutti contro tutti fa pochissimo ridere e come spaccato socioantropoligico di certa Italia di oggi è assai ovvio, senza la capacità di rivelare e illuminare davvero alcunchè. Le ascendenze sono certe nostre commedie proletarie e sottoproletarie anni Cinquanta (L’onorevole Angelina) o film come Il tetto di De Sica, certo Pasolini e pasolinismo, soprattutto Brutti, sporchi e cattivi di Ettore Scola, visto che anche qui c’è una tribù di disperati e male alloggiati, anche se la carica di disincanto e di grottesco risulta decisamente inferiore e più annacquata. Una famiglia della Roma periferica dei casermoni proprio nel giorno di festa per la prima comunione del figliolo, resta bloccata fuori casa: il loro appartamento è stato nel frattempo occupato da abusivi che, prontamente cambiata la serratura, dichiarano protervamente e aggressivamente – da oltre la porta chiusa –  di non volersene andare più. Poco si può fare per vie legali, perché anche la brava famigliola in quelle stanze c’era entrata abusivamente, senza contratto, ingraziandosi il boss malavitoso-mafioso della zona e pagandogli una tangente. Che fare? Il capofamiglia, un tipo non sveglissimo (più solida e concreta la moglie, una polacca immigrata – la interpreta Kasia Smutniak qui mortificata e proletarizzata nella sua bellezza), prende la sciagurata decisione di installare sè e i suoi sul pianerottolo di fronte alla sua ex casa, nella speranza che il nemico prima o poi molli o abbia una défaillance e lasci campo libero. Ci sarà un finale largamente, ma non completamente, prevedibile. Nel mezzo anche un tragico rogo appiccato al vicino campo nomadi – responsabile il boss mafioso – che causerà un morto. Chiari i bersagli del film: la cronica esclusione dei ceti ultimi di questa nostra Italia, il problema emergenziale della casa e dei suoi costi elevati e proibitivi per molti (a partire dai giovani), l’abusivismo e il racket criminale presenti in tanta edilizia popolare, soprattutto nelle città maggiori. Tutti contro tutti sta per poveri contro poveri, e devo dire che non è stata una cattiva idea imbastirci sopra un film. Solo che la commedia drammatica, sopratutto se in chiave neo-neorealista, è un genere ad alto grado di difficoltà e complessità, esige una scrittura impeccabile, un dosaggio attento di ingredienti tra di loro disomogenei e difficili da amalgamare, capacità di passare con leggerezza e fluidità da un registro all’altro. Sono qualità che purtroppo questo film non ha. Si ride o sorride pochissimo, la faccenda dell’abusivismo nelle case popolari è trattata solo in superficie ed è poco più che un pretesto per mettere in scena la solita collezione di caratteri all’italiana. Oltretutto ci sono buchi di sceneggiatura evdentissimi (l’idea, centrale nella drammaturgia del film, dell’occupazione del pianerottolo è palesemente assurda). Sarebbe stato meglio buttarla sul grottesco, ma non mi pare che il regista Rolando Ravello, anche protagonista del film, ne abbia la vocazione.

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