Recensione. NON APRITE QUELLA PORTA 3D: l’horror da macelleria diventa politically correct e ci fa la predica

DNon aprite quella porta 3D (Texas Chainsaw 3D), regia di John Luessenhop. Con Alexandra Daddario, Scott Eastwood, Dan Yaeger, Tanya Raymon, Tremaine ‘Trey Songz’ Neverson.A
Sequel del mitologico Non aprite quella porta di Tobe Hooper, anno 1974, che spalancò una nuova stagione dell’horror. Torna Leatherface con la sua maschera di pelle umana, tornano i massacri in serie tramite motosega. Tutto abbastanza prevedibile. Solo che il film finisce con il simpatizzare con il suo mostro assassino, trasfigurandolo in una sorta di freak, di diverso, di vittima del conformismo brutale. Ma si può? Occhio, c’è il figlio di Clint Eastwood. Voto 4D
La notizia – l’unica, temo – è la presenza nel cast di Scott Eastwood, sì, proprio il figlio di Clint, ragazzotto sui venti e qualcosa che a vederlo sembra più basso e tarchiato del babbo, con però gli stessi capelli biondi e la faccia assai somigliante, solo più addolcita e larga. Lo vediamo come vicesceriffo nella cittadina texana in cui avvengono massacri a ripetizione, ed è difficile capire quanto sia bravo o meno, gli horror estremi come questo film usano gli attori al massimo della loro inespressività, tutt’al più come bocche urlanti e corpi che si contorcono e si offrono al mostro di turno per essere prontamente macellati. Vero è che, dando un’occhiata sulla rete a certe recensioni estasiate di qualche jeune critique amante dell’orrorifico sadico e sanguinolento, ho letto immotivati elogi all’insipida anche se caruccia protagonista Alexandra Daddario, subito innalzata per meriti a me incomprensibili nella schiera eletta delle scream queens. Esagerati. Questo resta un film per non attori (e per caratteri semplificati, bidimensionali, senza spessore alcuno), sicchè Eastwood Jr. se ha qualcosa di buono da mostrare non può certo farlo qui. Il rampollo di tanto padre entra dunque nel cinema dalla porta di servizio, e non se la prenda per la definizione chi ha salutato Texas Chainsaw 3D (tale il titolo originale) quale capolavoro o almeno opera di rispetto.
Meglio ricordare che trattasi del sequel e insieme del tributo al celeberrimo, epocale Non aprite quella porta, il film di Tobe Hooper che nel 1974 spalancò una nuova stagione del cinema di paura, varcando limiti (anche etici, diciamolo) di rappresentabilità del mostruoso e del repellente mai oltrepassati in precedenza. Molto dell’horror che è venuto dopo e che continua ancora oggi, con le sue varie derive slasher, gorey, splatter ecc., intendo l’horror più nauseabondo e cattivo fino al torture porn, deriva da quel film seminale che ha distrutto e rifondato un genere. Là in una cittadina texana la famigliola Sawyer, proprietaria del mattatoio locale, amava rapire e squartare vittime con la motosega per poi imbandire macabri rituali e pure succulente libagioni. Fino a quando i bravi cittadini del posto, vogliosi di eliminare i perversi assassini seriali, cingono d’assedio la loro casa e la bruciano linciando e amazzando tutti. Questo sequel (che arriva dopo una infinità di altri sequel più o meno ufficiali, ma che ambisce a essere l’unico legittimo, e che dice di svolgersi vent’anni dopo, dunque nel 1994, anche se si usano smartphone di oggi) riparte proprio da quella scena finale. Con un dettaglio in più, quello di una neonata salvata da uno degli assalitori e poi adottata. Vent’anni dopo la ragazza, una bella ragazza, si vede recapitare una lettera in cui le si dice di recarsi in Texas a ricevere l’eredità della nona appena morta. Ma quale nonna?, si chiede la nostra cadendo dalla nuvole. Le basta poco per venire a sapere di essere stata adottata da quelli che ha sempre pensato fossero i suoi genitori e di essere cresciuta lontano dal luogo natale: il posto (maledetto) del massacro dove adesso andrà per prendere possesso dei suoi beni. Dunque, via verso il Texas e verso il destino.
Avesse visto qualche horror ci andrebbe da sola, anzi non ci andrebbe proprio. Invece si porta dietro il fidanzato, la migliore amica (pronta a fregargli il fidanzato alla prima occasione, la stronza), il boyfriend di lei, più un ragazzotto tirato su in una stazione di servizio. Il gruppo delle vittime, come in ogni horror che si rispetti, è formato e pronto per diventare carne da macello. Macello che puntualmente arriva quando i disgraziati vanno a infilarsi nella gran villa neoclassica con bianche colonne alla Via col vento che la protagonista ha ereditato. Da chissà dove compare un sadico con sulla faccia una maschera di pelle umana che, armato di motosega, ne combina di ogni (il peggio, in my opinion, è quando in cantina taglia in due uno del gruppo appeso a un gancio da mattatoio, e nessun dettaglio e nessun schizzo di sangue con effetto moltiplicato dal 3D ci viene risparmiato). Naturalmente è il cuginetto della bella protagonista, sopravvissuto anche lui non si sa come al linciaggio di vent’anni prima e adesso pronto a riprendere la gloriosa tradizione di famiglia dello spezzatino di carne umana. La nonna se l’era tenuto in cantina per tutto quel tempo, cercando di rabbonirlo e neutralizzarlo, ma adesso che lei non c’è più ecco che l’istinto riaffiora prepotente in lui e travolge ogni ostacolo. Sicchè la nostra brava ragazza non solo apprende di non essere la figlia di chi credeva fossero i suoi genitori, ma di essere la discendente di una dinastia dei più truculenti serial killer della storia. Chi ha visto l’originale sa che è tutto fedele al modello narrativo e visuale fissato allora da Tobe Hooper: anche qui c’è un Leatherface assassino seriale, e naturalmente c’è sempre la mitologica motosega-feticcio. Il film è sì spaventoso, anche girato con buon mestiere e senza sgangherataggini come spesso accade nel genere, ma è privo di ogni sorpresa e, almeno per tre quarti, tutto scorre lungo i binari rigorosamente prefissati. La cerimonia del massacro non raggiunge i vertici originali e realmente disturbanti di un film come Martyrs, anche se non mancano scene di tensione narrativa e di una qualche forza visiva. Poi, a un certo punto, ecco il twist narrativo e soprattutto ideologico, qualcosa che non t’aspetti, ma che purtroppo non porta beneficio al film, anzi lo inabissa. Non aprite quella porta 3D diventa inopinatamente ed ex abrupto una virtuosa requisitoria contro i malvagi cittadini che allora si fecero giustizia da soli e anche adesso vogliono catturare e far fuori Leatherface fregandosene di ogni garantismo e legalità. Sicchè, con un capovolgimento clamoroso ma soprattutto scemo, alla fine i cattivi diventano loro e Leatherface, pur armato di motosega e con nuova maschera umana che si è cucito in faccia (una delle scene più inventive, devo dire), diventa la povera vittima sacrificale per cui parteggiare. Ho letto parole commosse ed entusiaste per questo ergersi a difesa del freak, del diverso, contro la brutalità della norma incarnata dai linciatori. Dico, vogliamo scherzare? Ma gli autori (e certi estimatori) del film sono impazziti? D’accordo, chi vuol farsi giustizia da solo è uno stronzo, ma da qui a parteggiare per uno che taglia a fette la gente e poi se la cucina arrosto ce ne corre. Il film, anziché limitarsi a farci paura e magari ribrezzo e schifo, purtroppo ci vuole fare la predica e la morale, adeguandosi all’ormai dominante compunzione e smorfiosità politically correct. Peccato che, simpatizzando per l’assassino (e for the devil), ci si dimentichi strada facendo delle sue vittime, e questo signori non si fa, non è bello. Punto. Vero che i surrealisti a loro tempo celebrarono quelle sorelle Papin che nella Francia dei primi anni ’30 avevano trucidato la padrona di cui eran le serve (“eroine uscite armate da un canto di Maldoror”, scrisse la rivista Le Minotaure), ma anche allora ci sarebbe stato qualcosa da ridire su tanto entusiasmo. Figuriamoci adesso di fronte a Non aprite quella porta 3D.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.